7 settembre 2025 di Kathy Kelly

Il silenzio che ci concediamo oggi potrebbe presto diventare involontario e assoluto. Raccogliamo un briciolo del coraggio del dott. Safiya, del giovane Mohammad, di Sophie Scholl e di Hussam al-Masri e parliamo finché possiamo.
Nei suoi ultimi minuti di libertà prima dell’arresto da parte dell’esercito israeliano, il dottor Hussam Abu Safiya, con indosso un camice bianco da medico, camminava da solo verso due carri armati israeliani. I suoi rapitori lo attendevano tra le macerie dell’ospedale Kamal Adwan di Gaza. Un artista ha rapidamente creato un manifesto drammatico che mostra il dottor Safiya camminare a grandi passi tra le rovine dell’ospedale da lui diretto. L’artista, David Solnit, ha recentemente aggiornato la didascalia del manifesto. Ora recita: Liberate il dottor Abu Safiya, otto mesi di prigione dal 27 dicembre 2024 al 27 agosto 2025.
Il Dott. Safiya aveva già subito perdite strazianti all’ospedale Kamal Adwan. Alla fine di ottobre 2024, un attacco con un drone israeliano uccise suo figlio, anche lui medico. In un attacco all’ospedale nel novembre 2024, il Dott. Safiya fu ferito da schegge, ma continuò a lavorare, insistendo che non avrebbe chiuso l’ospedale. Assistette alle umiliazioni, alle percosse e alla deportazione dei suoi colleghi in prigione. Il 27 dicembre 2024, quando iniziò il calvario del Dott. Safiya come prigioniero, la maggior parte degli ospedali di Gaza non era più operativa.
Il 28 agosto 2025, l’avvocato del Dott. Safiya, Ghaid Ghanem Qassem, lo ha visitato nel carcere di Ofer. Ha riferito che ha perso un terzo del suo peso corporeo. Durante la sua prigionia nel centro di detenzione militare di Sde Teiman, situato in una base militare israeliana nel deserto del Negev, ha mostrato segni di tortura. Sottoposto a percosse con scosse elettriche e manganelli, ha subito colpi che potrebbero anche causargli la perdita dell’occhio destro. Eppure il suo messaggio rimane intatto:
“Sono entrato in nome dell’umanità e me ne andrò in nome dell’umanità… Resteremo sulla nostra terra e continueremo a fornire servizi sanitari alla gente, se Dio vuole, anche da una tenda.”
I regimi che perpetrano un genocidio hanno più di una ragione per eliminare coraggiosi professionisti che tentano, vita dopo vita, di vanificare il loro lavoro disumano: i medici non solo cercano di rallentare la mortalità, ma, come i giornalisti presi di mira dal regime israeliano con tanta frenesia, sono in una posizione speciale e particolarmente qualificati per raccontare con precisione l’intensità e la natura della campagna di sterminio di Israele. Mettere a tacere i cittadini più capaci di denunciare la barbarie genocida è un obiettivo chiave del genocidio.
In uno dei più eclatanti tentativi di eliminare un testimone oculare chiave, il 9 maggio 2025 le forze navali israeliane uccisero il dodicenne Mohammed Saeed al-Bardawil, che, mentre passava di lì insieme al padre, aveva assistito all’esecuzione, prima dell’alba del 23 marzo, di 15 soccorritori disarmati. I paramedici assassinati avevano guidato le loro ambulanze, chiaramente segnalate, verso un punto in cui intendevano recuperare le vittime di un precedente attacco. I proiettili che li uccisero furono sparati nell’arco di sei minuti, mentre i soldati israeliani avanzavano per sparare direttamente alla testa e al torso dei sopravvissuti, utilizzando poi mezzi di movimento terra per seppellire i loro cadaveri e i loro veicoli. Quel giorno, Mohammed e suo padre furono arrestati e costretti a sdraiarsi a faccia in giù vicino a un’ambulanza in fiamme. È indicato come fonte in un video ben documentato del NYT sul massacro, datato 2 maggio . Undici giorni dopo, una cannoniera israeliana aprì il fuoco sulla barca da pesca del padre, uccidendo Muhammed in sua presenza al largo della costa del governatorato di Rafah, nella parte meridionale di Gaza.
Meno di due settimane fa, il 25 agosto, Israele ha ucciso l’operatore di ripresa della Reuters Hussam Al Masri e altre diciannove persone, quattro delle quali erano giornalisti, in una serie di attacchi aerei a guida di precisione con doppio colpo contro edifici e una scalinata dell’ospedale Al Nasser. Al Masri era facilmente individuabile mentre trasmetteva un video in diretta da una postazione Reuters all’ultimo piano di un ospedale. Descrivendo la seconda ondata dell’attacco, Jonathan Cook scrive : “E quando Israele ha colpito 10 minuti dopo con due missili coordinati, sapeva che le vittime principali sarebbero state i soccorritori che erano andati a salvare i sopravvissuti del primo attacco e i giornalisti – gli amici di al-Masri – che si trovavano nelle vicinanze e si erano precipitati sul posto… Non è stato un “incidente”. È stato pianificato nei minimi dettagli”.
Cecchini e operatori di droni armati uccidono regolarmente i palestinesi che continuano coraggiosamente a indossare giacche stampa antiproiettile, a piazzare telecamere e a denunciare le atrocità israeliane. Israele rifiuta l’ingresso ai giornalisti stranieri e, quando giovani palestinesi coraggiosi, addolorati e appassionati insistono nel documentare attentamente l’agonia del loro popolo per le agenzie di stampa occidentali, Israele li prende di mira con attenzione usando le apparecchiature telefoniche e di trasmissione tracciabili necessarie al loro lavoro, prima di etichettarli postumi come agenti di Hamas. Vili funzionari occidentali osservano dall’interno degli stati protettori di Israele, screditando le vite dei non-bianchi con qualsiasi fragile pretesto le autorità bianche offrano loro. Quasi ogni giorno, nuovi volti appaiono in una serie di foto che mostrano centinaia di giornalisti uccisi da Israele.
Operatori sanitari e giornalisti ancora in vita svolgono il loro lavoro tra le lotte per impedire che le loro famiglie, i loro colleghi, i loro vicini e, naturalmente, se stessi muoiano non solo per massacro diretto, ma anche per la fame imposta militarmente e per la sua ancella, l’epidemia. I chirurghi raccontano di essere troppo deboli per reggersi in piedi durante un’operazione. I giornalisti documentano la propria fame.
I palestinesi desiderano protezione, ma persino la prospettiva di forze di protezione sotto mandato ONU comporta possibilità terrificanti. Cosa succederebbe se le “forze di pace” incaricate di monitorare i palestinesi raccogliessero dati che gli israeliani userebbero per controllarli? “Forze stabilizzatrici” armate, dotate di tecnologia di sorveglianza statunitense, potrebbero essere utilizzate per prendere di mira, imprigionare, assassinare e affamare ancora più palestinesi.
Nell’estate del 1942, a Monaco di Baviera, in Germania, cinque studenti e un professore fecero appello a un coraggio incredibile per sfidare un regime genocida a cui, a malincuore, dobbiamo guardare se vogliamo trovare una crudeltà razzista paragonabile a quella che attualmente sta coinvolgendo non solo la leadership di Israele ma, sondaggio dopo sondaggio, una larga maggioranza della sua popolazione non nativa. Il collettivo studentesco, chiamato “La Rosa Bianca”, distribuì volantini che denunciavano le atrocità naziste. “Non staremo in silenzio” era la frase finale di ogni volantino. Hans Scholl, 24 anni, e sua sorella Sophie Scholl, 21 anni, consegnarono a mano i volantini al campus universitario nel febbraio del 1943. La Gestapo li arrestò dopo che un custode li vide distribuire i volantini. Quattro giorni dopo, Hans e Sophie, così come il loro collega Christopher Probst, furono ghigliottinati.
Con l’arsenale nucleare di Israele in grado di annientare il regime nazista nel giro di pochi minuti, e di incitare così la guerra finale dell’umanità; e con la sua leadership e la sua popolazione radicalizzate da decenni di impunità fascista al punto da approvare non solo un genocidio ma anche molteplici attacchi militari preventivi contro la maggior parte dei suoi vicini contemporaneamente, potremmo benissimo arrivare al momento in cui, per aver lasciato che Israele assassinasse impunemente i reporters dei suoi crimini, non ci sarà più nessuno nel mondo esterno a ricevere resoconti.
Il silenzio che ci concediamo oggi potrebbe presto diventare involontario e assoluto. Raccogliamo un briciolo del coraggio del dott. Safiya, del giovane Mohammad, di Sophie Scholl e di Hussam al-Masri e parliamo finché possiamo.
(Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su World BEYOND War. L’autore lo ha inserito nel Palestine Chronicle)
– Kathy Kelly, attivista per la pace e scrittrice, co-coordina il Tribunale per i crimini di guerra dei Mercanti di Morte ed è presidente del consiglio di amministrazione di World Beyond War. Ha contribuito con questo articolo al The Palestine Chronicle.
Le opinioni espresse nell’articolo non riflettono necessariamente la posizione editoriale di The Palestine Chronicle.
traduzione a cura di alessandra mecozzi

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