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“Resilienti, incrollabili”: come i giornalisti di Gaza hanno sventato i piani di Israele

16 febbraio 2025  dal sito web di Al Jazeera, tradotto e curato da Palestine Chronicle

Cinque giornalisti palestinesi sono stati uccisi in un attacco israeliano a Nuseirat. (Foto: tramite social media, QNN)

Di Fayed Abu Shamala

Fayed Abu Shamala, analista politico e giornalista, ha sostenuto nel suo ultimo articolo pubblicato sul sito web arabo di Al-Jazeera che, nonostante siano stati oggetto di attacchi e violenze estreme, i giornalisti palestinesi a Gaza sono diventati coraggiosi enunciatori della verità, denunciando al mondo le atrocità dell’occupazione.

In nessun luogo al mondo, in nessun momento della storia, si è assistito all’uccisione di giornalisti e operatori dei media in numeri pari a quelli uccisi nella Striscia di Gaza durante il genocidio dal 7 ottobre 2023.

L’occupazione israeliana ha ucciso giornalisti tramite bombardamenti, cannoneggiamenti e cecchini, e ha demolito le loro case sopra di loro e le loro famiglie in un modo brutale che il mondo non aveva mai visto prima. 

In totale, 207 giornalisti e operatori dei media (uomini, donne, giovani e anziani) sono stati uccisi indiscriminatamente, a un ritmo di tre a settimana, ovvero tre volte superiore alla media globale delle vittime di giornalisti negli anni peggiori, in particolare nelle zone di conflitto o a causa del loro lavoro investigativo sulla criminalità organizzata, la tratta di esseri umani, la corruzione e altre questioni.

Non è utile qui chiedere all’occupazione perché abbia deliberatamente preso di mira i giornalisti, nella maggior parte dei casi se non sempre, perché l’occupazione ha costantemente inventato false narrazioni sul rapporto dei giornalisti palestinesi a Gaza con la loro causa nazionale, sulla sofferenza del loro popolo e sui loro legami con le fazioni della resistenza.

L’occupazione ha anche inventato accuse contro coloro i cui omicidi hanno scatenato un’ondata di proteste globale significativa, come nel caso dell’assassinio del giornalista Ismail Al-Ghoul, un promettente giovane giornalista che ha seguito le fasi più dure dell’aggressione a Gaza City e l’assedio e l’invasione dell’ospedale Al-Shifa. È stato arrestato brevemente e poi rilasciato prima che i missili israeliani lo colpissero in un giorno di grandi notizie, mentre stava seguendo le conseguenze dell’assassinio di Ismail Haniyeh, il capo dell’ufficio politico di Hamas. Entrambi gli Ismail sono diventati martiri lo stesso giorno, quasi nello stesso modo, uno a Teheran, l’altro a Gaza City.

Una strategia sistematica per trattare con i media

Dal 7 ottobre, l’occupazione israeliana impedisce ai giornalisti stranieri di entrare a Gaza per due ragioni principali:

La prima è quella di rimuovere la protezione di cui godono i giornalisti a Gaza. La presenza di giornalisti stranieri o di personale internazionale, in particolare occidentali, come in tutte le guerre precedenti, significa che l’occupazione deve essere più precisa nel colpire. Questa volta, l’occupazione ha voluto eliminare questo fardello.

La seconda ragione è quella di proteggere l’occupazione dall’essere ritenuta responsabile dai giornalisti stranieri che, indipendentemente dalle loro opinioni politiche, documenterebbero e pubblicherebbero le atrocità e i crimini commessi dall’occupazione.

I giornalisti palestinesi sono riusciti a compensare questa assenza diffondendo, preparando e trasmettendo al mondo l’immagine con quanti più dettagli possibili, assumendosi l’onere di farlo.

Varie misure adottate

In risposta, l’occupazione ha adottato una serie di misure:

1: l’evacuazione dei giornalisti di agenzie e istituzioni mediatiche straniere, che avevano una vasta esperienza, un’elevata competenza e forti legami con il mondo esterno. La maggior parte di loro è stata evacuata in Egitto, Qatar o altri paesi su richiesta delle loro istituzioni con il pretesto della protezione.

2: la distruzione delle istituzioni e delle attrezzature dei media palestinesi, tra cui studi, telecamere, furgoni di trasmissione e altro ancora.

3: l’assassinio diretto di un gran numero di giornalisti che collaborano con istituzioni mediatiche palestinesi, bombardando le loro case o sparando loro mentre lavoravano o utilizzavano i droni.

4: mettere in dubbio la credibilità e la professionalità dei giornalisti, creando false narrazioni per indebolirne la credibilità, rendendo più facile prenderli di mira in qualsiasi momento e in qualsiasi modo.

5: arresti: giornalisti e operatori dei media venivano spesso arrestati, torturati e le loro famiglie molestate. In alcuni casi, le loro case venivano bruciate, come è successo al giornalista veterano Imad Al-Ifranji Abu Mesab, che rimane dietro le sbarre.

6: ferite e negazione delle cure: questo conferma la teoria del targeting deliberato. Se si fosse trattato semplicemente di eventi incidentali causati dalla natura della battaglia, l’occupazione avrebbe prestato attenzione a fornire assistenza, come fa con i propri soldati feriti in battaglia. Come minimo, avrebbe consentito loro di ricevere cure mediche nel luogo più vicino possibile, o avrebbe consentito loro di recarsi all’estero per le cure, soprattutto considerando che l’occupazione aveva distrutto le istituzioni mediche di Gaza, lasciandole incapaci di fornire i servizi necessari.

7: minacce attraverso telefonate e programmi televisivi israeliani, ripetutamente utilizzate contro decine di giornalisti e fotografi per intimidirli e impedir loro di coprire gli eventi.

Come hanno risposto i giornalisti palestinesi?

I giornalisti non hanno ceduto a questo attacco diffuso. Al contrario, hanno continuato la loro copertura e hanno fatto una missione del trovare alternative e mezzi per fornire immagini e notizie dirette o registrate, esponendo le pratiche e i crimini dell’occupazione in ogni area di Gaza. Si sono affidati alle esperienze tramandate attraverso tre generazioni di giornalisti sin dalla prima Intifada palestinese, nota come “Intifada delle pietre” nel 1987.

Hanno anche tratto forza dalla loro convinzione nel loro ruolo, nell’impatto che avevano e nella loro capacità di proteggere la loro gente attraverso il loro lavoro, come avevano fatto in ogni guerra che Gaza aveva vissuto negli ultimi due decenni. Sono rimasti fedeli ai loro doveri, mantenendo la copertura continua e assicurando che l’immagine di Gaza non andasse mai persa.

Risultati sorprendenti

Emerse una nuova generazione di giornalisti, che portavano la bandiera dei loro predecessori e si assicuravano che la storia di Gaza fosse raccontata al mondo senza essere oscurata. Questi giornalisti sono diventati rapidamente famosi per la loro presenza costante in zone pericolose, il loro profondo legame con la loro comunità e il fatto che le loro case, come il resto di Gaza, erano state prese di mira e che anche le loro famiglie erano state bombardate o sfollate. Il mondo li ha visti urlare di paura, fuggire nel panico, tremare per il freddo, morire di fame, soffrire per le ferite o dire addio ai loro cari caduti.

Gaza è stata in grado di raccontare la sua storia con audacia e chiarezza attraverso questi giornalisti. L’occupazione ha fallito miseramente nel mettere a tacere la verità e le istituzioni mediatiche internazionali che un tempo sembravano grandi, sono diventate piccole e inefficaci, persino complici. Non hanno combattuto né per i giornalisti a Gaza, né per l’ingresso a Gaza per coprire la guerra orribile e devastante, che abbiamo imparato a chiamare “la guerra genocida”. Né hanno adempiuto al loro dovere di trasmettere la verità o di difendere i diritti dei giornalisti palestinesi ad avere la protezione e la libertà stabilite dalle convenzioni internazionali.

I giornalisti di Gaza meritano un riconoscimento globale

I giornalisti di Gaza meritano di vincere ogni premio per il coraggio dimostrato nei festival e negli eventi internazionali. Sono rimasti fermi, hanno sopportato le difficoltà e si sono aggrappati al loro popolo e alla loro causa. Hanno trasmesso ogni immagine di sofferenza, le cui tracce erano evidenti sui loro volti, occhi, voci, corpi e beni.

Tre generazioni di giornalisti

Forse questo è un resoconto personale della professione giornalistica a Gaza, non una storia scientifica precisa, poiché la professione non è iniziata quando ho iniziato io. Molti giornalisti hanno preceduto me e la mia generazione nel corso degli anni. Tuttavia, ho notato che la nostra generazione ha formato uno strato completo di giornalisti in diversi campi, la maggior parte dei quali si è unita alla prima grande rivolta popolare palestinese, nota come Intifada delle pietre, iniziata nel 1987.

Hanno poi assistito agli sviluppi politici che seguirono, in particolare al “processo di pace”, agli Accordi di Oslo e all’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese dopo il ritorno di Yasser Arafat e dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Il mio rapporto con il giornalismo è iniziato con questa generazione, che è stata anche presa di mira dall’occupazione durante il genocidio, come si è visto nell’attacco al famoso giornalista Mustafa Al-Swaf, che è diventato un martire, insieme a diversi membri della sua famiglia.

Un altro collega di quell’epoca era Wael Al-Dahdoh, il capo dell’ufficio di Al Jazeera, che, insieme alla sua famiglia e alla sua casa, è stato preso di mira e ferito, diversi membri della sua famiglia furono martirizzati.

Il giornalista veterano Imad Al-Ifranji, un’altra figura di spicco del giornalismo di Gaza, è stato torturato dall’occupazione dopo il suo arresto e la sua casa è stata bruciata, costringendo la sua famiglia a cercare rifugio nel sud di Gaza in modo difficile e crudele.

Non esagererei se dicessi che la maggior parte dei membri della prima e della seconda generazione, quelli che provenivano dal grembo dell’Intifada di Al-Aqsa nel 2000, hanno vissuto guerre successive dal 2008. Tra questi ci sono giornalisti come Tamer Al-Mishal, Moamen Al-Sharafi, Hisham Zaqout e altri, che hanno lavorato in varie istituzioni mediatiche, coprendo le guerre dal 2008 al 2021. Anche loro sono stati presi di mira con uccisioni, ferite, minacce o arresti, e anche le loro famiglie e le loro case sono state prese di mira.

La terza generazione di giornalisti è apparsa dopo la guerra del 2021 o prima, ma si è davvero distinta quando ha portato la bandiera con distinzione durante le battaglie più difficili di tutte, a partire dal “diluvio di Al-Aqsa” alla fine del 2023. Hanno presentato un’immagine onorevole del loro coraggio, professionalità, lealtà nazionale e sostegno alla causa del loro popolo. Siamo orgogliosi di loro e celebriamo il loro lavoro.

Piangiamo i 207 giornalisti martiri e auguriamo una piena guarigione ai feriti, la libertà ai prigionieri e che Dio risarcisca le vittime con la migliore delle ricompense.

La storia dei giornalisti di Gaza è solo un piccolo esempio di tutti i settori del popolo palestinese a Gaza. Le loro esperienze, le guerre e l’ispirazione delle generazioni precedenti li hanno resi resilienti e sono stati costretti a sopportare pesanti fardelli. Alcuni se ne sono andati, altri stanno ancora aspettando, incrollabili nel loro impegno.

(Sito web arabo di Al-Jazeera – Tradotto e preparato da Palestine Chronicle)

Traduzione dall’inglese a cura di Alessandra Mecozzi

PalestinaCeL

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