29 dicembre 2024 Di Esraa Abo Qamar

Mentre l’inverno attanaglia Gaza, le famiglie non devono affrontare solo il freddo gelido e la fame, ma anche il profondo isolamento di un mondo che le volta le spalle.
Mentre l’inverno si abbatte su Gaza, mi torna in mente un tempo in cui la stagione aveva un significato diverso. Allora, l’inverno era un periodo di ritrovi familiari: lunghe e accoglienti notti trascorse a sorseggiare “sahlab”, la nostra bevanda calda preferita, e rannicchiati intorno alla stufa avvolti in calde coperte. Trascorrevamo la serata chiacchierando, giocando a UNO e ad altri giochi di carte. Il rumore della pioggia mi riempiva il cuore di gioia e correvo fuori con i miei fratelli, correndo sotto le gocce di pioggia, sentendo il fresco sui nostri volti. Il profumo terroso della terra bagnata riempiva l’aria, ricordandoci la freschezza della natura dopo la pioggia. Erano momenti semplici e preziosi: l’inverno sembrava una stagione di calore, amore e unione.
Ora mi sveglio con il rumore della pioggia, il cuore pesante di tristezza. L’inverno è arrivato a Gaza. Il freddo è già arrivato. Sdraiata a letto, vestita con abiti caldi, coperta da due coperte e circondata dalle mura di casa, sento ancora il freddo che si insinua. Il mio cuore soffre mentre mi chiedo: come fa la mia gente, che vive in tende, a sopravvivere a questa stagione amara? Con ogni goccia di pioggia, i miei pensieri sono con loro, fradici, il loro unico riparo è un fragile pezzo di stoffa. Molte di queste tende sono piantate vicino al duro e spietato mare invernale.
A Gaza, questo inverno non è solo freddo; è una lotta per la sopravvivenza. Le persone lottano contro il freddo pungente, senza vestiti o riscaldamento adeguati. Solo pochi giorni fa, i miei cugini, che hanno perso la casa e ora vivono in una tenda per rifugiati, sono andati al mercato in cerca di vestiti caldi, solo per tornare a mani vuote, scioccati e scoraggiati dai prezzi esorbitanti. Quando un pigiama sottile e leggero costa 95 $, come può qualcuno permettersi il calore?
Ciò che altrove potrebbe sembrare di poco conto, come prendere un raffreddore o restare bagnati, qui è pericoloso per la vita, soprattutto per bambini e anziani. Questi gruppi vulnerabili soffrono profondamente, senza accesso a cure o farmaci, poiché gli ospedali di Gaza funzionano a malapena. Già sopraffatti, non possono offrire assistenza nemmeno per le malattie più elementari.
Anche l’igiene diventa quasi impossibile, aumentando il rischio di malattie. Vivendo in tende senza accesso all’acqua calda, le persone non possono farsi la doccia o lavarsi adeguatamente. Per le madri, fare il bucato diventa ancora più estenuante in inverno, poiché le interruzioni di corrente a Gaza, che ora durano più di 400 giorni, impediscono loro di usare le lavatrici. Invece, lavano i vestiti a mano con acqua ghiacciata.
Nonostante la sofferenza fisica, è il dolore psicologico a colpire più profondamente: la vista delle madri che guardano i loro figli piangere di fame durante lunghe e fredde notti, desiderando ardentemente un cibo che è diventato quasi impossibile da trovare. Anche mentre scrivo queste parole, sto morendo di fame, non avendo mangiato nulla per molte ore.
I cittadini di Gaza hanno a lungo fatto affidamento sui servizi dell’UNRWA per cibo e medicine, compresi i buoni pasto forniti dal WFP, dall’UNICEF e dall’UNRWA. Ma il divieto imposto da Israele all’UNRWA ha limitato l’ingresso degli aiuti a Gaza, esacerbando una situazione già disastrosa.
La carestia sta prendendo piede e sembra un incubo senza fine. Il prezzo del poco cibo disponibile è incredibile. Un singolo sacco di farina ora costa più di 300 $. Come può permetterselo? Anche se potessimo, la farina è spesso infestata da insetti e tonchi, rendendola inutilizzabile. I panifici che un tempo rappresentavano un’ancora di salvezza sono ora chiusi, incapaci di rifornirsi. Il pane, il più basilare degli alimenti, è diventato un lusso che pochi possono permettersi. La fame ha preso il sopravvento sulle nostre vite, lasciandoci nella disperazione, sapendo che il domani porterà probabilmente di più della stessa cosa, o peggio.
Sopravviviamo con un pasto al giorno, e anche questo sembra una benedizione. Ma le lunghe notti invernali rendono le cose più difficili, perché le persone contano su “Takaya”, una distribuzione di cibo di beneficenza, che fornisce solo piccole porzioni, appena sufficienti a riempire uno stomaco vuoto. Questi Takaya spesso iniziano alle 11:00 del mattino, lasciando le famiglie senza niente per sfamare i loro figli per il resto della giornata. Il freddo ci morde e la fame rende il tutto ancora più difficile da sopportare.
Mi guardo intorno e vedo i bambini: pallidi, magri ed esausti per la fame e il freddo. Vedo famiglie che aspettano in file infinite, con contenitori vuoti in mano, nella speranza di trovare cibo. Mi chiedo quanto ancora possano sopportare, quanto ancora possiamo sopportare noi. Questa brutale realtà è una lotta quotidiana, con famiglie che cercano alternative o che contano su aiuti insufficienti per sfamare i loro figli. La scarsità di cibo pulito e accessibile non è solo una sfida; è una crisi che minaccia la sopravvivenza di una popolazione già vulnerabile.
L’inverno a Gaza non è più un periodo di calore e unione. È una stagione di solitudine e isolamento. La parte più crudele di questa sofferenza è il silenzio di un mondo che osserva da lontano ma non fa nulla. Mentre le notti fredde si allungano, si allunga anche l’isolamento. Gli abitanti di Gaza non stanno solo combattendo contro la fame e il freddo, ma anche contro il profondo dolore di essere tagliati fuori, sia fisicamente che emotivamente, dal resto dell’umanità. In questa reclusione forzata, ci chiediamo: c’è qualcuno che sente davvero il nostro pianto?

– Esraa Abo Qamar è una scrittrice di Gaza. Ha contribuito al collettivo di scrittori We Are Not Numbers. Ha scritto questo articolo per il Palestine Chronicle.
traduzione a cura di alessandra mecozzi

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