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Cultura e resistenza contro l’oblio. Parlano le donne palestinesi

SPECIALE 2 dicembre 2023 Casa Internazionale delle Donne di Roma

Pubblichiamo in questo “speciale” gli interventi introduttivi e quelli delle donne palestinesi fatti nel corso dell’incontro svoltosi a Roma, promosso da Cultura è Libertà, Gaza Free Style, Movimento degli Studenti Palestinesi in Italia, Nazra Short Film Festival e Casa Internazionale delle Donne. E’ stata una giornata emozionante, a tratti commovente…Con Gaza e la Palestina tutta nel cuore

Locandina dell’evento di Nasmia Mallah

Le foto sono di Ippolita Paolucci

La sala si è rapidamente riempita di oltre 100 persone, di tutte le età, molte ragazze e qualche ragazzo. E così è rimasta fino alla fine, con un turn over dopo la metà del pomeriggio

L’incontro si è aperto con un breve video prodotto dal Conservatorio Edward Said di Gaza: un’orchestra giovane, sul mare, degli/lle allievi/e il canto di una ragazza con parole di Marcel Khalifeh.

Conservatorio Edward Said a Gaza – di Marcel Khalifeh

Maura Cossutta, presidente della Casa Internazionale delle Donne, ha aperto la giornata

Giorgia Pometti, Alessandra Mecozzi, Maura Cossutta

Benvenute a tutte, benvenuti a tutti, siamo molto contente di ospitare qui alla Casa
internazionale delle donne questo evento, per parlare di Palestina, per dare voce
alle donne palestinesi.
Siamo molto contente e anche molto emozionate. Molte infatti delle donne, delle
giovani che sono qui oggi, le conosciamo, le abbiamo incontrate proprio alla Casa
un paio di anni fa, perché abbiamo collaborato al progetto di aprire una Casa
internazionale delle donne a Gaza. E le abbiamo poi reincontrate a Gaza, per il
secondo Forum delle donne che lì si è svolto. Abbiamo avuto con loro incontri
intensi, nei quali ci siamo conosciute, abbiamo ascoltato le loro storie, le loro vite, i
racconti della quotidianità della vita dentro quella che è la prigione a cielo aperto
più grande del mondo. Ci siamo confrontate sulle nostre similitudini ma anche sulle
nostre differenze, sulla rilevanza delle appartenenze religiose e su quanto il peso del
contesto dell’occupazione, dell’ apartheid, della colonizzazione e della violenza
israeliana spinga a identità sempre più radicalizzate. Abbiamo condiviso pensieri e
progetti, di libertà e di speranza.


Ma siamo anche molto angosciate perché molte di queste donne oggi forse non ci sono
più. Ammazzate dai bombardamenti israeliani, come tantissime altre donne,
tantissimi bambini, civili.
Quello che sta avvenendo è un orrore. E credo che le parole vadano usate con
chiarezza. E’ in atto un genocidio, una strategia di sterminio, di cancellazione del
popolo palestinese, della cacciata dai loro territori. E per questo la Casa
Internazionale delle donne ha sottoscritto la denuncia dei crimini commessi da
Israele alla Corte Penale Internazionale.
Ma ci dicono, perché non dite nulla in difesa delle donne israeliane?
E allora vogliamo ripeterlo anche qui oggi con chiarezza. Non abbiamo e non
sentiamo nessun imbarazzo. Da sempre le femministe si battono contro tutte le
guerre, perché la guerra, con il militarismo, il nazionalismo, è il prodotto più feroce
del patriarcato. Le prime vittime sono sempre le donne e i bambini e da sempre i
corpi delle donne sono preda di guerra. Quindi siamo e saremo sempre a fianco di
tutte le donne vittime delle guerre, siano palestinesi o israeliane.

Ma questo non ci impedisce di vedere cosa sta succedendo e di chiedere alla
comunità internazionale, alla politica, alla diplomazia di decidere, di intervenire, di
fermare il massacro, il genocidio a Gaza.
Oggi questo incontro è dedicato a voi, donne palestinesi, donne della diaspora,
donne di Gaza, di Palestina, donne straordinarie che vedremo nei filmati e che
ascolteremo qui, con i loro pensieri, le loro passioni, i loro talenti, le loro speranze.
Questo incontro è importante per tutte noi, per tutte voi, per il popolo palestinese.
Siamo e saremo sempre al vostro fianco!

Alessandra Mecozzi – Presentazione 1

La cultura è per i Palestinesi, come per altri popoli oppressi, un’ arma di resistenza. Dalle tradizioni al modo di vivere, dalla propria storia al cinema al teatro, alla musica, alla pittura, all’archeologia, alla letteratura. Oggi vorremmo anche se molto parzialmente darvene qualche assaggio.

Già Edward Said (1935 – 2003) studioso, critico, saggista amatissimo in Palestina, parla della cultura come“strumento”per resistere ai tentativi di cancellazione e rimozione, quando l’identità di un popolo si trova sotto minaccia: “La cultura è una forma di memoria contro l’oblio”, che oppone la sua forza al “politicidio”, come lo ha definito in un suo libro lo storico israeliano Baruch Kimmerling e il “memoricidio”. definizione di un altro storico israeliano Ilan Pappè.

Far conoscere la cultura palestinese, serve a smantellare la narrativa costruita da Israele, le rappresentazioni occidentali (magistralmente analizzate da Edward Said in Orientalismo) e gli stereotipi mediatici correnti, che schiacciano la popolazione palestinese tra “vittime” e “terroristi”.

La cultura è la più alta forma di resistenza alla disumanizzazione dei Palestinesi – peraltro una delle popolazione arabe più colte e aperte al mondo – sempre più necessaria contro l’oblio che affligge l’Occidente. Infatti sembra ricordarli solo quando, come nei nostri giorni, scorre il sangue di innumerevoli vittime.

David Ben Gurion (1886 – 1973), il primo ministro di Israele che ne dichiarò la nascita, disse una volta: “I grandi moriranno, e i piccoli dimenticheranno”. Non è avvenuto! Finché c’è cultura, ovvero resistenza culturale, il mondo non potrà dimenticare.

Una cara amica, Isabella Camera d’Afflitto, studiosa di letteratura araba moderna e contemporanea, introducendo il suo libro “100 anni di cultura palestinese” dice: «Non si tratta tanto di “letteratura della resistenza”, quanto piuttosto di “letteratura come resistenza”: alla violenza del nemico, ma anche ai poteri interni e ai dogmatismi legati alla “causa”, alla cancellazione della memoria, alle censure e alle forme di oppressione esercitate in seno alla società palestinese da leader politici, da strutture patriarcali e da strumentalizzazioni ideologiche e religiose»

“Creare è resistere, resistere è creare”, diceva Stephan Hessel, estensore con altri della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ebreo, combattente della resistenza francese contro nazismo e fascismo, noto autore di “Indignatevi” (2010), pamphlet rivolto ai giovani e alla politica,

Le donne hanno un posto notevole nella letteratura come resistenza. Ascolterete da Dalal Suleiman e Antonietta Bello, le parole di Fadwa Tuqan, detta la madre della poesia palestinese, che racconta la lotta per la propria libertà da una famiglia oppressiva, e quella sociale e politica, contro l’occupazione, Suad Amiry, architetta, già direttrice del centro Riwaq, per la conservazione del patrimonio architettonico palestinese. Figlia di una famiglia di profughi cacciata di casa dalla Nakba, usa l’ironia in Sharon e mia suocera, Golda ha dormito qui, Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea; Susan Abulhawa nata in una famiglia palestinese in fuga, dopo la “Guerra dei Sei Giorni” del 1967, e ha vissuto i suoi primi anni in un orfanatrofio di Gerusalemme. Ogni mattina a Jenin (Feltrinelli 2011) racconta la storia della Palestina dal 1948, lungo quattro generazioni; Jumana Mustafa nata 1977 in Kuwait, adesso in Giordania; Fathina Al Ghurra di Gaza; Rafeef Ziadeh, nata nel 1979 a Beirut

Ascolteremo l’oud suonato da Ziad Trabelsi, tunisino, dell’orchestra di piazza Vittorio di Roma, direttore artistico dell’orchestra delle donne arabe del Mediterraneo. Qui c’è un libro “Il Potere della Musica. Figli delle pietre in una terra difficile” di Sandy Tolan, per chi vuol conoscere la Scuola di musica Al Kamandjati (il violinista) fondata nel 2002 da Ramzi Aburedwan, ragazzino delle pietre durante la prima Intifada, poi musicista. Al Kamandjati porta la musica nei campi profughi.

Del Conservatorio di Musica Edward Said, nato nel 1993, abbiamo visto un breve video iniziale sul mare di Gaza, con parole di Marcel Khalifeh e vedremo alla fine “il saluto a Gaza” inviatoci dal Conservatorio Nazionale nei giorni dei bombardamenti su Gaza. Oggi ci si spezza il cuore pensando a quei bambini e a quei cumuli di macerie.

Di cinema parlerà Giorgia, presentando i corti di Nazra: Gaza by her; Tears of Roses…La mostra fotografica Under the Olive tree, curata da Nastassia e Susan Isawi, come quella di quadri di Yasmin, potrete visitarle alla fine della giornata.

La cultura palestinese rimarrà sempre una testimonianza della vitalità di quel popolo – anche sotto la violenza dell’occupazione israeliana e delle sue ingiustizie – di una storia dolorosa, ma estremamente viva. Perciò sarà sempre una spina nel fianco di Israele, che ha fondato e mantiene il suo Stato sulla distruzione, l’espulsione delle persone, le carcerazioni, le stragi e il furto della terra.

Ma, come dice Mahmoud Darwish in Stato D’assedio: “Qui, sui pendii delle colline, dinanzi al crepuscolo e alla legge del tempo Vicino ai giardini dalle ombre spezzate, Facciamo come fanno i prigionieri, Facciamo come fanno i disoccupati: Coltiviamo la speranza…”

Giorgia Pometti – Presentazione 2

Buonasera a tutti e a tutte. Ti ringrazio Alessandra per avermi dato la parola e ci tenevo a
ringraziare te e il Prof. Simone Sibilio per avermi coinvolta in questa iniziativa. Mi presento: il mio
nome è Giorgia Pometti e con Alessandra, il Prof. Simone Sibilio e soprattutto grazie alla
collaborazione del Nazra Palestine Short Film Festival, mi sono occupata della selezione dei corti
che visioneremo stasera.
Prima di parlare specificamente dei corti, ci tenevo a ribadire lo scopo di questa giornata. Noi tutti
sappiamo quanto di disastroso sta avvenendo in Palestina: i conflitti armati causano sempre morte,
distruzione e carestie. Nel caso della guerra in Palestina, però, non si deve solo parlare di conflitto
armato, bensì, come afferma lo storico Ilan Pappé, di una vera e propria operazione di pulizia etnica
che prosegue, in realtà, da molto prima del 7 ottobre di quest’anno.
Intorno alla Palestina aleggiano concetti quali pulizia etnica, apartheid e genocidio.
La pulizia etnica altro non è che una politica volta all’ espulsione forzata di un’intera popolazione
da un dato territorio e che nel peggiore dei casi si conclude con il genocidio, cioè l’eliminazione
sistematica dell’intera popolazione, della sua storia e della sua cultura, con il fine ultimo di farla
scivolare nell’oblio.
Il rischio che questo oggi possa accadere per il popolo palestinese è alto e credo che per questa
ragione ognuno di noi, per quel che gli è possibile, si debba impegnare affinché ciò non avvenga. È
proprio con questo intento che oggi abbiamo voluto organizzare quest’evento dal titolo Cultura e
resistenza contro l’oblio, perché crediamo che la divulgazione della cultura palestinese sotto forma
di parole, musica e immagini sia un modo per difenderla e per non farla cadere nel dimenticatoio.
Oggi, dunque, sentiremo parlare di Palestina, ascolteremo la Palestina e vedremo la Palestina; e lo
faremo perlopiù attraverso gli occhi, ma soprattutto la voce, delle sue donne, perché in lingua
italiana così come in lingua araba, la parola resistenza è un sostantivo declinato – mi piace pensare
non a caso – al femminile.
Oggi conosceremo la Palestina, prevalentemente la striscia di Gaza, attraverso le vite di Hadīl Abu
Shar, Nadia Abu Nahla, Narmīn al-Demyati, Najla al-Shawa rappresentate nel corto intitolato Gaza
by Her di Mey Odeh e Riham al-Ghazali. E la conosceremo anche attraverso le testimonianze di
Fatima al-Najjar, Lamiaa Abu Mustafa e Maryam Abu Daqqa riportate nel corto intitolato Tears of
Roses di Emad Abdulrahman.
I nomi che ho appena citato sono nomi di donne realmente esistenti o esistite: sono tutte donne che
vivevano, o per meglio dire sopravvivevano e mi auguro oggi sopravvivano, in quella che è stata
definita la più grande prigione a cielo aperto, la striscia di Gaza.
Queste donne condividono con noi le loro passioni, che portano avanti con coraggio e forza, i loro
sogni e le loro speranze, ma ci confessano anche la loro paura, la loro ansia, la loro angoscia, il loro
dolore per ciò che hanno vissuto e per ciò che vivranno in futuro.
Sono tutte donne che, malgrado siano costrette a vivere sotto un sistema di apartheid, in una società
conservatrice e patriarcale, resistono e si sforzano di vivere come le altre donne nel resto del
mondo, portando avanti la loro causa e quella palestinese ognuna a modo proprio.
Penso che la proiezione di questi corti sia davvero di grande importanza: dopo tutto le immagini
non sono altro che la parola, la frase, il racconto che non si ha la forza di pronunciare. Infatti, credo
fermamente nella forza delle immagini e penso che il compito di un buon regista sia quello di
piantare un seme nel nostro inconscio così che possa germogliare, aiutandoci a capire il mondo e a
trovare l’anima per trasmetterlo agli altri.

I corti appena esposti sono stati selezionati nel contesto del Nazra Palestine Short Film Festival.
Per chi non lo conoscesse, è un festival cinematografico itinerante che si è iniziato a svolgere in
Italia dal 2017. È stato fondato dalle associazioni “Restiamo Umani con Vik”, Centro Italiano di scambi culturali Vik Gaza e “Assopace Palestina” per promuovere cortometraggi che rappresentano la cultura palestinese. Ad oggi il festival, grazie anche al supporto di università, dell’“École Cinéma” di Napoli così come anche di numerosi volontari, cittadini e semplici appassionati, ha assunto anche un carattere internazionale. Immagino che molti di voi si staranno chiedendo cosa significhi Nazra.

La parola Nazra in arabo significa sguardo e si riferisce allo sguardo che ognuno di noi ha della Palestina. La presidente del Nazra Palestine Short film Festival è Meri Calvelli, che speriamo di avere qui con noi oggi in collegamento.

Nastassia Isawi presenta la mostra Under the Olive Tree

Sono Nastassia Isawi, sono metà palestinese e metà italiana – per darvi una brevissima storia sulla mia famiglia, sono nata a Roma ma i miei nonni paterni, entrambi originariamente Palestinesi del 1948, il che significa che furono costretti a lasciare la Palestina e la loro casa durante la Nakba, che in arabo significa catastrofe, e con loro oltre 750.000 le persone sono state sfollate, molti sono andati nei paesi limitrofi alla Palestina, e molti in Giordania come la mia famiglia, altri invece sono stati forzati a lasciare le proprie case e sono andati a Gaza.

Oggi voglio parlarvi di questa collezione di fotografie, che vedete sui muri di questo spazio che comprende il lavoro di 5 fotografi, tra cui me, che hanno intrapreso diversi viaggi, dal 2022 al 2023 avendo avuto la possibilità di entrare dentro Gaza tramite ACS, ONG che opera sui territori palestinesi.

Under the Olive Tree è il nome della mostra ed è una raccolta di fotografie che documenta Gaza e la sua gente. L’abbiamo chiamata cosi questa mostra perché si lega al simbolo dell’ulivo Palestinese.

Gli ulivi della Palestina sono più che semplici alberi; sono testimoni silenziosi della storia, delle storie, delle lotte e delle aspirazioni di questo popolo.

Sebbene le sfide affrontate dall’industria olivicola palestinese siano significative, le radici profonde dell’albero, proprio come lo spirito del popolo palestinese, rimangono inflessibili.

Ogni albero, profondamente radicato alla storia e la cultura palestinese rappresenta non solo il sostentamento e il benessere economico, ma anche un legame con le terre.

Lo sradicamento degli ulivi in Palestina da parte dell’esercito israeliano e dei coloni ha lo scopo infatti di paralizzare l’economia palestinese. I coloni israeliani attaccano regolarmente gli agricoltori palestinesi durante tutto l’anno in particolare durante la stagione della raccolta delle olive, e rubano i loro raccolti e distruggono e abbattono gli ulivi. Dal 1967, più di ottocentomila ulivi palestinesi sono stati illegalmente sradicati dalle autorità e dai coloni israeliani. Molti erano vecchi di secoli. E sopratutto ora, durante le conseguitivi aggressioni e bombardamenti da parte d’Israele, la terra di Gaza, da per tutto e’ stata distrutta portando con se gli uliveti. Man mano che i quartieri di Gaza sono ridotti in macerie.

Nonostante questo, la popolazione di Gaza riesce a rimanere resiliente e resiste, come l’Ulivo. Il quale per migliaia di anni, è stato imponente nel paesaggio palestinese come simbolo dell’identità di questo popolo. Capace di resistere alla siccità e alle condizioni difficili, incarna la resilienza e la resistenza di una nazione sotto assedio.

E quindi, in questa mostra, il nostro obiettivo principale è guardare oltre l’occupazione e la devastazione di questa terra, che spesso questo è tutto ciò che sentiamo attraverso i telegiornali e i media, ma qui vogliamo far luce sulla gente di Gaza. La sua forza e resilienza. Le uniche volte che Gaza è sulla bocca di tutti è durante bombardamenti e aggressioni. Ma Gaza è molto di più di tutto questo, la sua gente e le sue terre.

E quindi abbiamo – Ahmed, Fatma, Yasmeen, Hala, Nowar, Rahib, Ali, Aser, Hiba e Muhammad. Questi sono solo alcuni dei nomi delle persone presenti in questa mostra. Sono persone che hanno la propria vita, famiglia, casa, sogni, speranze, storie da raccontare, talenti da mostrare e progetti da perseguire, ricordi da creare, vite da costruire.

Tuttavia, tutti loro ora trovano estremamente difficile vivere o semplicemente sopravvivere giorno dopo giorno. Sperando che tutto questo finisca presto.

Immagina una vita in cui non puoi muoverti liberamente nel tuo paese, dove non puoi viaggiare in altri luoghi e i tuoi servizi di base dipendono da un altro governo, Israele, che può decidere quando e come bloccare l’ingresso delle merci. Le persone non possono andarsene quando vogliono, per tutti viaggiare è estremamente difficile.

Nonostante questo, e’ molto importante menzionare e ricordare che molte persone a Gaza non vogliono andarsene. E su questo voglio condividere con voi una storia: quando ero a Gaza, sono andata in questo bar chiamato Handl Hon con Ahmed, il mio amico giornalista, Handl Hon in arabo significa “resteremo qui”. Questo caffè riassume quante persone non vogliono andarsene e vogliono restare.

Ragheed e Rana hanno deciso di aprire questo piccolo caffè culturale nella città di Gaza. Ragheed, è uno dei rifugiati palestinesi che ha ancora fiducia nel tornare nelle terre della sua famiglia a Jaffa, occupata dall’occupazione israeliana nel 1948. Si è impegnato a rimanere a Gaza anche se tutti i suoi parenti sono in Europa, ricevendo molti inviti dalla sua famiglia, eppure ha scelto di restare a Gaza. Anche con la vita dura qui a causa della situazione economica e dell’assedio, Ragheed dice – “questa rimane la nostra Palestina”. Ragheed ci ha detto che invece di scappare dalla pressione di vivere nella Striscia di Gaza, che è sotto il soffocante assedio di Israele, preferisce restare e vivere nella sua terra. Il piccolo caffè culturale era sempre pieno di musicisti, attori, scrittori, fotografi che leggevano libri, suonavano e lavorano.

Quindi… nonostante le lotte e le sfide, gli abitanti di Gaza, hanno sempre trovato la forza di guardare al futuro e costruire i propri sogni con resilienza. Hanno preso la maggior parte di ciò che avevano e ne hanno fatto una ragione di vita. Così dipingere, andare a cavallo, scrivere, insegnare, studiare, pattinare, fare parkour e cantare diventano tutte forme di resistenza.

Non sappiamo chi sopravviverà a questi tempi terribili, ma di chiunque lo farà o no, vogliamo ricordare nomi e passioni, non numeri e statistiche.

Un’ altra storia e foto in cui mi vorrei soffermare è quella di Aly. La foto è stata fatta nel 2022 da Paolo. La foto ritrae il pittore Aly Tayeh. È un pittore e non può mostrare i suoi quadri a Gaza. Nelle sue tele ci sono paesaggi onirici a rappresentare il suo mondo interiore ricco di molteplici sfaccettature: c’è rabbia, amore, lotta, erotismo. Il mio amico fotografo che ha scattato questa foto ha detto che è rimasto colpito da un dipinto fatto da Aly, intitolato “Identità”. In questa tela c’è Ali ripiegato su se stesso con il volto coperto da una pagina originale del suo passaporto – Ali disse quando Paolo gli ha chiesto la storia della foto: Ho tagliato tutte le pagine del mio passaporto e ho realizzato un dipinto: l’Identità dei Palestinesi. La nostra è un’identità che non ha bisogno di un passaporto. Un’identità che non può viaggiare come fa il resto della popolazione mondiale. Un’identità dimenticata, destinata a vivere nel sangue. Quel giorno Ali era molto felice perché poteva raccontare la sua storia, sperando che la sua storia potesse un giorno essere raccontata fuori Gaza. Ed era felice perché era immensamente innamorato della sua bellissima moglie: Isra Hussein. Quel giorno, per farlo sentire a casa, Paolo dice che gli aveva cucinato un delizioso piatto di pasta, aveva offerto dei dolci tipici di Gaza e aveva preparato il caffè nella caffettiera italiana che si era procurata appositamente. Il 20 ottobre 2023 quella casa è stata distrutta e bombardata. Ali ora è in un campo profughi, ha fame e sete e nei suoi videomessaggi si e ci chiede “Perché tutto questo? Cosa abbiamo fatto? Perché il mondo guarda e non fa nulla?”.

Un’ altra foto che ha una storia importante è quella di Hiba. Hiba è una bambina di 7 anni e vive nella città di Khan Younis. Nonostante la giovane età, è in grado di recitare a memoria i versi di vari scrittori arabi legati alla cultura palestinese, con un’espressività tipica dei grandi attori. Quindi Hiba ci racconta anche cosa vuol dire vivere in questa prigione a cielo aperto. Hiba è innamoratissima di Gaza e, anche se ci confida di avere paura delle bombe, non vuole lasciare questo luogo che per lei resta sempre casa. Hiba però è triste perché le poesie che recita parlano di Gerusalemme e non può visitare questa città che si trova a pochi chilometri da Gaza, dovuto all’ assedio della striscia di Gaza. Nei giorni scorsi (dal 7 ottobre 2023) Khan Younis, il quartiere dove vive Hiba, è stato pesantemente bombardato da Israele e centinaia di civili, compresi bambini, hanno perso la vita. Un grande orrore ci perseguita: Hiba, potremmo riabbracciarla? 

Un’ ultima foto che vi vorrei raccontare è quella che ho scattato io sulla spiaggia di Gaza a Maggio di quest’anno, è strano pensare che pochi mesi fa ero là a passeggiare sul lungo mare pieno di caffè, spesso pieni di giovani, anziani, famiglie che aspettano il tramonto sorseggiando del te o fumando la shisha. In questo particolare momento, avevamo incontrato un amico di Ahmed, proprietario di uno dei maneggi a Gaza, che invitava le persone sulla spiaggia a fare delle passeggiate a cavallo. In questo particolare momento Ahmed ha chiesto di farci fare una passeggiata veloce e prima che fosse il mio turno ho scattato questa foto, il sole stava calando e sinceramente non pensavo la foto venisse perché c’era pochissima luce e stavo scattando con una macchinetta fotografica analogica. Quando sono tornata a casa, a Edimburgo ed ho sviluppato il rullino, il primo pensiero che ho avuto guardando questa foto è un grido alla libertà, una libertà che il popolo palestinese ricerca, per cui lotta, una libertà che sognano da più di 60 anni, la libertà di poter vivere e muoversi nella propria terra, una terra occupata, sotto un regime di apartheid.

Quindi volevo condividere con voi queste storie, perché ritengo che sia estremamente importante che quando parliamo di Gaza, guardiamo alle persone che vivono lì, alle loro storie, alle loro passioni, e non solo a numero e statistiche.

Gaza mi ha ispirato, la gente di Gaza mi ha spinto a scoprire di più sulle mie origini e a scoprire di più sulla Palestina. Spero che queste storie abbiano ispirato anche voi a continuare a parlare di Gaza e a lottare per la Palestina, e a condividere il lato umano della sua terra.

Under the Olive Tree – Mostra fotografica – 2 foto dalla Mostra curata da Nastassia e Susan Isawi

Rania Hammad, attivista, giornalista

Nakba perpetua

Il potere di narrare, o di impedire ad altre narrazioni di formarsi ed
emergere, è molto importante per la cultura e l’imperialismo e
costituisce uno dei principali collegamenti tra loro
” – Edward Said

Oggi vi voglio parlare della furia genocida di Israele e della guerra
permanente di Israele contro i palestinesi dal 1948 ad oggi, e della
storia e traumi dei palestinesi, cancellati in un giorno.
Voglio ricordare che la cultura palestinese, e l’esistenza stessa del
popolo palestinese, hanno sempre rappresentato una minaccia diretta
per Israele, che mirava e mira ancora a cancellarci dalla storia, perché
la nostra stessa identità e cultura, nonché presenza sulla terra, mettono
continuamente in discussione la loro identità e presenza sulla terra.
L’egemonia culturale della narrazione israeliana, dai tempi della
fondazione ad oggi, si trova sempre a dover fare i conti con la verità e
con la nostra identità e cultura.
Voglio ricordare che la violenza politica di 75 anni è stata messa a
confronto con la violenza di un giorno, in una falsa simmetria che
nega la nostra storia. Voglio ricordare che il loro trauma, causato dai
crimini commessi in Europa contro di loro, non ha nulla a che fare
con i palestinesi, e che noi non siamo i nazisti o i fascisti. Voglio
ricordare che l’attacco del 7 ottobre non ha nulla a che fare con l’odio
verso gli ebrei. Abbiamo dimenticato che i palestinesi sono le vittime
degli israeliani, e la nostra storia è una di colonizzatore e colonizzato,
occupante e occupato. Carnefice e vittima.
Il colonizzatore è spietatissimo e violento, e il tentativo di
cancellazione e negazione di questo fatto e del contesto storico e

politico, è un inganno che l’Occidente orientalista ha permesso e
sostiene. Ricordatevi che il villano è Israele, nelle parole di
Mohammed El Kurd, e che chiederci di dover condannare, mettendoci
sempre solamente sulla difensiva, contribuisce a una narrazione che ci
ha già disumanizzati, e queste pretese, e questo metterci nell’angolo,
non è accettabile ed è troppo ipocrita. O razzista.
Siete indignati e sconvolti per i loro ostaggi, giustamente, ma avete
dimenticato la condizione di prigionia permanente del popolo
palestinese, e di migliaia di persone in prigione. Avete dimenticato
che i palestinesi vivono in un luogo dove non esiste lo stato di diritto,
e dove vige un sistema che permette alle forze di occupazione
israeliane di uccidere con impunità e di mettere in prigione anche i
bambini, con l’impossibilità di difenderli o liberarli, pur non
essendoci capi di accusa contro di loro o delle prove di colpevolezza,
ne processi, sono tenuti arbitrariamente dagli occupanti, e per tutto il
tempo che vogliono. E lo scopo è la nostra disumanizzazione e
indebolimento.
Vi siete sconvolti della violenza di quel giorno, giustamente, e vi siete
inorriditi davanti alla storia delle decapitazioni dei bambini, mai
avvenuta, ma che è stata usata strategicamente in una campagna
mediatica, volta a demonizzarci ancora di più, come anche altre storie
non verificate, ma prontamente sbattute sulle prime pagine dei
giornali per raccontare al mondo una falsa narrazione sui palestinesi,
che sono contro la civiltà, odiatori degli ebrei, violenti per natura, e
avete dimenticato che siamo stati chiamati serpenti, figli delle tenebre,
animali umani, nazisti, e contro di noi sono stati urlati slogan come
“morte ai palestinesi”, “pogrom per i palestinesi”, “vogliamo una
Nakba”, “pulizia etnica”, “transfer”, e avete dimenticato della brutale
violenza che abbiamo subito noi in 75 anni e più, e delle migliaia di
persone uccise indiscriminatamente e dei corpi dei bambini trucidati.
Avete dimenticato che siamo stati traditi e abbandonati dalla comunità
internazionale, nonostante siano state scritte nero su bianco tutte le
colpe e tutti i crimini di Israele, nelle risoluzioni ONU, nei rapporti
delle organizzazioni per i diritti umani, e ben documentate le gravi

violazioni perpetrate contro di noi. Avete invece permesso che si
usasse l’accusa di antisemitismo come una arma contro di noi,
incolpandoci anche quando difendiamo i nostri diritti umani e quando
diamo contesto storico e politico della nostra condizione.
Lo psicoterapeuta canadese di fede ebraica, esperto di trauma, un
sopravvissuto all’Olocausto, Gabor Mate, ha dichiarato che l’impulso
di vendetta degli israeliani, per il trauma subito il 7, non tiene conto
del contesto storico e dei traumi dei palestinesi, vittime della violenza
israeliana, e che senza comprenderli, non riconoscendo l’occupazione,
i massacri, le espulsioni, e l’ingiustizia commessa, non si potrà mai
andare avanti in realtà.
La non consapevolezza degli israeliani dei traumi e dell’esperienza
dei palestinesi nei decenni fino ad oggi, e la non comprensione di cosa
significhi essere palestinesi e vivere sotto una occupazione militare o
sotto assedio, o un regime di apartheid e senza diritti, (dopo essere
stati derubati della propria terra e della propria umanità) è
sicuramente l’aspetto più drammatico e tragico di questo “conflitto”.
Dice Gabor.
Ha ricordato una cosa importante, in una sua recente intervista, e ha
detto che nel 2005, è apparso uno studio in una rivista “World
Psychiatry”, che guardava alle popolazioni traumatizzate in
condizione di guerra, e i più traumatizzati erano i bambini di Gaza,
nel 2005, prima di Hamas. Questa popolazione era già severamente
traumatizzata, tormentata per anni.
Nel corso della nostra lunga lotta per la liberazione nazionale e
l’autodeterminazione, il popolo palestinese è stato sottoposto a
politiche che sono state spesso descritte come genocide e che
miravano all’annientamento della nostra cultura nazionale, autonomia
politica e aspirazioni come popolo.
La Nakba del ‘48 era un genocidio infatti. E pensare che l’abbiamo
sempre chiamata solo catastrofe, o l’espulsione dei palestinesi dalla
propria terra. Era un genocidio.

Mentre i sionisti dichiaravano i loro obiettivi per poter creare lo Stato
di Israele, agendo in modo sistematico, distruggendo un paese,
massacrando la sua gente ed espellendo il 90% della sua popolazione,
c’era chi sosteneva e chi guardava. Come ora. La creazione di Israele
con il genocidio dei palestinesi nel 1948, è stato possibile con il
terrorismo e una guerra militare e psicologica, e commettendo delle
atrocità terribili come il massacro di Deir Yassin nell’aprile del 1948.
Come i massacri di ora, ancora più atroci ora.
Non dimentichiamo che una guerra si pianifica calcolando e
dichiarando gli obiettivi militari. Quali obiettivi ha detto di voler
realizzare Israele nel 1948? E quali ora? Cosa hanno detto di voler
fare, prima e dopo il 7?
Il genocidio del 1948 era sicuramente un caso storico unico. Un paese
viene occupato da una piccola minoranza, svuotato della sua gente
con la distruzione dei suoi luoghi, e con l’eliminazione della cultura
del popolo nativo, le sue tradizioni locali, i suoi monumenti, i suoi
santuari, i nomi dei suoi luoghi, i paesaggi, gli archivi storici, le sue
librerie, chiese, e moschee, e ha proseguito inesorabilmente a fare
questo fino ad oggi. Anche oggi.
Il sionismo ha rappresentato dall’inizio, la lotta contro i palestinesi
prima, durante e dopo la Nakba, e incarna le politiche e le azioni
coloniali come altre società colonialiste ed è nato con un peccato
originale, sulle rovine di un’altra cultura, di un popolo nativo e che in
parte era restato sulla propria terra, ma che loro non volevano. Non
vogliono.
Era colonialismo, ed è colonialismo, lo dicono loro stessi, dicevano
che era un progetto ambizioso e che si poteva avverare solo con la
distruzione del paese e la cacciata del popolo palestinese e questo
hanno tentato di fare e tentano di fare oggi.
I metodi per realizzare l’espulsione erano: intimidazioni, assedio,
bombardamento dei quartieri, massacri, violenza indiscriminata, incendio di case e dei campi, distruzione e caos, e impedendo il ritorno degli abitanti ai loro villaggi.

Come oggi.


Alla fine, nel 1948, i sionisti riuscirono ad espellere 750.000
palestinesi dai loro villaggi, tre quarti della popolazione palestinese,
con la distruzione di 531 città e villaggi, che furono spopolati e
distrutti. Considerando l’intento dichiarato dei sionisti, questa
distruzione e spopolamento totale dei villaggi palestinesi si adatta alla
definizione di genocidio. Come oggi.
Oggi Israele tenta una seconda Nakba, vogliono costringere i
palestinesi a lasciare la propria terra in una espulsione di massa. Un
transfer. Hanno distrutto e raso al suolo gran parte delle città e
infrastrutture nel nord, e hanno ucciso oltre 20,000 persone, e ne
hanno ferite più di 35,000. La violenza, la distruzione e il numero di
morti è superiore a quelli della Nakba del 1948.
Ci sono oltre 1 milione di sfollati interni. Con la distruzione del nord
e gli ordini di evacuazione, la popolazione si è dovuta spostare da
nord a sud a piedi per più di otto ore, vecchi, bambini, feriti, gente
affamata, assetata e disidratata. Molti sono stati rapiti, altri sono
spariti nel nulla, alcune persone che tentavano di far ritorno verso
nord, verso le loro città fantasma, sono state uccise.
È genocidio quello che si sta consumando a Gaza contro la
popolazione palestinese, e 2/3 delle vittime sono donne e bambini. Un
inferno collettivo di sterminio contro un popolo, che si sta
commettendo anche nella Cisgiordania occupata e con le minacce e il
terrorismo psicologico contro i palestinesi cittadini israeliani.
Non ci sono dubbi che si tratti di un crimine contro l’umanità,
come è scritto nello Statuto di Roma all’articolo 6, che definisce il
genocidio come l’“intento di distruggere in tutto o in parte un gruppo
nazionale, etnico, religioso uccidendo membri del gruppo, mettendo a
rischio l’integrità fisica e mentale di membri del gruppo o
sottomettendo il gruppo a condizioni di esistenza che portano alla sua
distruzione fisica totale o parziale”. Ci sono tutti gli elementi di un genocidio, quando una forza occupante ti toglie, acqua, cibo, corrente, medicine, e distrugge i tuoi ospedali, condannando tutti a morte.
Voglio ricordare che la “guerra” contro Gaza, cioè l’aggressione che è
esplosa dopo il 7 ottobre, non è una risposta all’attacco subito, perché
le loro intenzioni erano ben note già da prima, (assedio di 16 anni e 5
spedizioni militari). Ricordiamo le parole di Benny Gantz che aveva
detto di voler portare Gaza all’età della pietra. E non è una risposta di
autodifesa. Non si tratta di autodifesa perché lo Stato in questione è
una forza occupante, cioè è l’aggressore, l’invasore. Dal punto di
vista del diritto internazionale, è la popolazione palestinese ad avere il
diritto all’autodifesa.
E vorrei ricordare che il diritto di Israele ad esistere non può essere il
diritto di Israele di sterminare la popolazione palestinese.
E non è una guerra, perché una guerra si fa tra Stati e non tra uno
Stato – tra i più armati al mondo – contro un gruppo armato all’interno
di un’altra nazione, quella palestinese, tenuta sotto occupazione
militare e sotto assedio. Gaza è un Territorio Occupato come stabilito
dalla IV Convenzione di Ginevra, e Israele ha la responsabilità e il
dovere di proteggere la popolazione civile del territorio occupato da
loro. Invece i crimini commessi dimostrano l’intenzionalità di
commettere un genocidio.
Affinché un genocidio possa avvenire, sono necessari due elementi
critici: le capacità infrastrutturali e materiali per commettere il
genocidio e la capacità di nascondere il genocidio definendolo
qualcosa di diverso da quello che è. E l’Occidente partecipa a
entrambi questi elementi critici.
Gli studiosi di genocidio hanno sempre sostenuto che tali atrocità di
massa raramente sono il prodotto di un “leader malvagio” o di “una
piccola classe politica estremista”. La realtà spaventosa del genocidio
è che avviene con il sostegno delle masse, che si presenta sotto forma
di partecipazione attiva (diretta e indiretta) o di complicità attraverso
il silenzio.
Non dimentichiamolo. E non permettiamolo.

E per concludere, vorrei citare nuovamente le parole di Mohammad
El Kurd:
Sono grato per il mio disdegno, perché mi ricorda che sono umano.
Sono grato per la mia rabbia, perché mi ricorda la mia capacità di
reagire in modo naturale all’ingiustizia. Quindi invito tutti voi a
interrogarvi sui vostri pregiudizi e su cosa vi spinge a qualificare
l’umanità di un palestinese, e vi invito ad essere coraggiosi
”.

con Yasmin Jarba e Maya Issa

Yasmin al Jarba artista di Gaza, a Milano con una borsa di studio

Non posso pensare di perdere ogni giorno un amico…non siamo numeri

Mi rivolgo a voi con il cuore dolorante per la tragedia che si sta consumando in Palestina, in particolare a Gaza, la mia terra, dove gli innocenti vivono sotto l’ombra della guerra. Sento un profondo dolore e una forte solidarietà con chiunque stia soffrendo e vi invoco di unirci per salvare questa gente dall’olocausto in corso. Ogni giorno mi giungono notizie su bambini che perdono la vita, con i loro resti raccolti e famiglie che perdono tutto. Decine di migliaia di case distrutte dalla guerra hanno causato un danno senza precedenti, influenzando la vita di molti. Questa situazione richiede un impegno comune come popoli uniti.

Io, dopo il 7 ottobre, sono arrivata in Europa, in particolare in Italia, perché ho ottenuto una borsa di studio a Milano. Una settimana fa è iniziata la guerra e il genocidio a Gaza. È la prima guerra che sto vivendo lontano dalla mia famiglia, senza sapere nulla di loro tranne le scarse notizie e brevi comunicazioni. Se c’è una connessione, dura solo un minuto al giorno, aumentando il mio dolore.

Il criminale occupante israeliano pratica una politica di taglio totale, dall’acqua all’elettricità, dall’internet a tutto il resto, privando Gaza di tutto in questo momento.

Oggi sono passati cinquantasette giorni e ancora nessuna novità sull’arresto del genocidio contro la nostra gente a Gaza. Ci sono molte testimonianze che confermano che l’occupante israeliano sta prendendo di mira donne e bambini, bombardando case in varie zone. Quando vado a vedere Gaza, che amavo, è diventata una città fantasma, una città di rovine e di nulla.

Il numero delle vittime dell’aggressione israeliana a Gaza ha superato le 17.000, con il 70% di loro bambini e donne. Questa guerra è ingiusta perché mira ai civili innocenti e non ai combattenti. Ciò riflette la sete di sangue e lo spargimento di sangue da parte dell’occupante israeliano sulla terra di Palestina e soprattutto a Gaza.

Comprendiamo che in uno scontro tra due nazioni, la forza dovrebbe essere bilanciata, ma Gaza è una piccola area, una parte della Palestina e non uno stato autonomo. Quindi vedo questo prenderla di mira come incompatibile con il diritto internazionale stabilito dalle Nazioni Unite. Lo stesso diritto internazionale non viene applicato a quanto sta accadendo a Gaza, ma fanno eccezioni e compiono pulizia etnica dei palestinesi all’interno della Striscia di Gaza per affermare lo stato di Israele, come dichiarano, estendendosi dal fiume Nilo all’Eufrate. Ma è sempre la Palestina.

Insisto sul fatto che non siamo solo numeri e vittime, ma ognuno di noi ha una storia e una narrazione, tra cui dottori, ingegneri, lavoratori e bambini che portano aspirazioni e sogni da realizzare nel futuro. Ma, allo stesso tempo, non vediamo il popolo palestinese realizzare il sogno più semplice. Prima di questo intervento, una cara amica mi ha regalato una foto dei nostri amici quando eravamo a Gaza. La foto è stata scattata nella parte più settentrionale della Striscia di Gaza a Beit Lahia, che è la parte più estrema tra Israele, e la Palestina, e Gaza. Abbiamo goduto della bellezza della Palestina e della coltivazione delle fragole. Ma, nello stesso periodo, Youssef, nostro amico che ci ha mostrato questa bellezza palestinese, è stato preso di mira insieme alla sua famiglia all’inizio della guerra e ha perso la vita sotto le macerie. Per me, è una situazione dolorosa, non riuscirei mai a immaginare di perdere ogni giorno un amico tra quelli di Gaza. Sono fortunata finora che la mia famiglia è ancora viva sotto questo violento bombardamento.

Oggi siamo stati sorpresi dal fatto che l’occupante israeliano ha elaborato una mappa della Palestina con blocchi rappresentanti ciascuna zona. Ha emesso istruzioni per i cittadini di Gaza per identificare il blocco in cui vivono, permettendo loro di “giocare” con Gaza. Hanno anche pianificato che quando una casa viene bombardata, chi ci vive può andare in un altro posto, ma solo dopo l’attacco potranno tornare al blocco in cui vivevano.

Che tipo di assurdità è questa? Non siamo un gioco o pedine. Quindi, invito la comunità internazionale e ogni singola persona in questo mondo ad essere umani e stare al fianco del popolo palestinese. Perché il popolo palestinese sta subendo un genocidio sotto gli occhi del mondo, che non muove un dito per fermare questa pulizia etnica. Non capisco perché fino ad ora non vogliono fermare questo genocidio e perché sostengono l’occupante israeliano in questa guerra spietata contro il popolo palestinese.

Tele e stampe di Yasmin al Jarba

Maya Issa Movimento degli Studenti Palestinesi in Italia

Palestina habibti

Il titolo del mio intervento è “Palestina Habibti, non è una frase messa a caso o semplicemente uno slogan…Vuol dire Palestina amore mio

Palestina è l’amore di ogni palestinese che sia in Palestina o in diaspora, non esiste un palestinese che non è pronto a dare la propria vita per vedere la nostra terra libera… ed è per questo che utilizziamo la parola “martire” che non è un concetto religioso, è proprio per dire che il nostro popolo ha sacrificato e ha dato la sua vita per la libertà della propria terra.

A quest’iniziativa rispetto a tutte le altre che ho fatto a partire dal 7 ottobre preferisco evitare di fare un discorso politico ed concentrarmi sul lato umano.

Mi sono sempre rifiutata di parlare di Palestina come una mera questione umanitaria e ritengo che sia stato proprio quest’approccio ad affossare la questione palestinese.

La questione palestinese è una questione politica ed ha bisogno di una soluzione politica e fatti concreti. Ma oggi non riesco a parlare di politica, di diritto internazionale, di prospettive o soluzioni.

A partire dal 7 ottobre noi palestinesi in diaspora ci siamo sempre trovati nella condizione di doverci giustificare, spiegare e contestualizzare perché siamo arrivati al 7 ottobre. Troviamo assurdo che il popolo palestinese viene definito o vittime o terroristi…

Ma noi non siamo vittime, perché siamo un popolo che lotta con orgoglio, con dignità contro uno degli eserciti più potenti al mondo per la propria libertà e la propria autodeterminazione ed è per questo stesso motivo che non possiamo essere definiti terroristi.

Nessuno capiva la rabbia, la frustrazione e il nostro dolore…Noi palestinesi in diaspora ci siamo sentiti completamente soli…

Il 7 ottobre ha fermato completamente la nostra vita, non c’è un palestinese che riesce a riprendere la propria vita quotidiana senza pensare ai palestinesi a Gaza o in Cisgiordania…

Nessuno di noi riesce ad andare all’università senza pensare ai Gazawi che non hanno più un’ università a causa dei bombardamenti, nessuno riesce ad andare a scuola senza pensare a quei bambini  che una scuola non ce l’ hanno più.

O che usano la scuola per rifugiarsi dai bombardamenti, ma inutilmente perché israele non risparmia né le scuole né gli ospedali.

Ricordo a questo proposito i coloni fanatici che in Cisgiordania hanno cantato:

“A Gaza non ci sono più scuole perché non ci sono più bambini.”

Anche i giorni di tregua sono stati pesanti… non è stata una tregua ma solo uno sospensione dei bombardamenti.

Israele comunque ha sparato a Gaza contro coloro che cercavano di far ritorno nelle proprie case al Nord della striscia di Gaza, in Cisgiordania sono stati compiuti pogrom e sono stati arrestati il doppio dei palestinesi che sono stati rilasciati con lo scambio con gli ostaggi.

I palestinesi che sono stati rilasciati erano in condizione pessime, Ahed Tamimi barcollava e prima che uscisse è stata ricattata…i soldati le hanno detto che se diceva qualcosa sulla situazione all’interno delle carceri avrebbero ucciso il padre.

I video che ci arrivano da Gaza sono strazianti, ci distruggono…

Abbiamo visto come una mamma abbracciava suo figlio assassinato da Israele e gli diceva:

“Figlio mio perdonami se non ti ho comprato ciò che desideravi… perdonami se qualche volta ti ho dato una schiaffo, ma lo facevo per il tuo bene, volevo vederti sempre il più bravo… perdonami e non pensare che l’ho fatto perché non ti volevo bene”

Qualche settimana fa, una mamma gridava e diceva:

“Sono stati uccisi i miei figli, avevano fame… sono morti affamati… e non sono riuscita a fare nulla.”

Un nonno aveva in braccio sua nipote e le diceva:

“Ya roh el Roh”-“Anima della mia anima”… ma quel corpo piccolo era senza anima..

Questo è ciò che noi da due mesi vediamo da Gaza, e nonostante ciò veniamo accusati di terrorismo e ci troviamo a doverci giustificare…

Mentre tornavo da Bari dal Forum dei giornalisti mi sono ricordata che ciò che sto vivendo ora è simile a quello che ho provato quando avevo 8 anni.

Anche nel 2008 Gaza era sotto i bombardamenti, all’epoca Israele ha chiamato il bombardamento “Operazione piombo fuso” ed anche nel 2008 come oggi Israele aveva utilizzato il fosforo bianco-illegale secondo il diritto internazionale.

Ma all’epoca pensavo di poter risolvere la questione più facilmente.

Avevo scritto una lettera a Babbo Natale chiedendogli perché i bambini a Gaza devono vivere sotto la guerra? Perché non possono studiare come noi? Perché devono morire? 

Dopo queste domande gli ho detto, quest’anno come regalo ti chiedo di far volare su Gaza un aereo facendo esplodere i colori della pace…

Voglio tornare quella bambina di 8 anni e pensare che Babbo Natale possa veramente risolvere tutto e portare la pace, la libertà che il mio popolo merita.

Il mio popolo si è sempre appellato alla comunità internazionale, al diritto internazionale, ha veramente creduto in una soluzione e nella pace…

Cosa dobbiamo fare affinché il mondo faccia qualcosa? Cosa dobbiamo fare per vivere in dignità?

Gaza by her Nazra Palestine short film festival

Ziad Trabelsi e Simone Pulvano

hanno suonato due bellissimi brani, uno di Marcel Khalifeh

Ziad Trabelsi, musicista, cantante, compositore, nato a Tunisi nel 1976, da una famiglia d’arte, . E’ un esponentedi punta della cultura musicale araba ed etnica in Italia, colonna portante dell’Orchestra di Piazza Vittorio a Roma, e direttore artistico di Almar’à, l’orchestra delle donne arabe del Mediterraneo che è composta da 13 donne di 9 diversi paesi Arabi e del Mediterraneo. L’incontro con Roma dove vive dal 2002 lo ha spinto a cercare un “dialogo” artistico tra la grande tradizione araba e le suggestioni musicali d’occidente.

Ziad Trabelsi e Simone Pulvano

Dalal Suleiman e Antonietta Bello hanno letto poesie e brani di narrativa di Fadwa Tuqan, la madre della poesia palestinese, che racconta la lotta per la propria libertà da una famiglia oppressiva, e quella contro l’occupazione; di Suad Amiry, architetta, già direttrice del centro Riwaq, per la conservazione del patrimonio architettonico palestinese. Figlia di una famiglia di profughi cacciata di casa dalla Nakba, riesce ad usare magistralmente l’ironia in Sharon e mia suocera, come ci dice il brano che è stato letto da Antonietta Bello; di Susan Abulhawa, nata in una famiglia palestinese fuggita dopo la “Guerra dei Sei Giorni” del 1967, Dalal Suleiman legge un drammatico brano di Ogni mattina a Jenin, che racconta la storia della Palestina dal 1948, lungo quattro generazioni; e poi poesie di Jumana Mustafa, Fathina Al Ghurra di Gaza; e di Rafeef Ziadeh.

Antonietta Bello e Dalal Suleiman

Le conclusioni sono state il “Saluto a Gaza” di allieve e allievi del Conservatorio Nazionale di Musica Edward Said, ricevuto da Ramallah, mentre Gaza era sotto le bombe.

https://fb.watch/o9Oi_l4jvp/?mibextid=j8LeHn

PalestinaCeL

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