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Crimini di guerra e Gaza in rovina: la vittoria di Israele senza futuro

Israele potrebbe riuscire a spazzare via i miliziani di Hamas responsabili del sanguinoso massacro del 7 ottobre, ma è difficile immaginare che quei bambini terrorizzati, macchiati di polvere e sangue tra le macerie di Gaza, diventeranno partner disponibili al dialogo tra 10 anni, dimenticando la loro memoria e la loro rabbia.
scritto da Tommaso Di Francesco

pubblicato su 31 ottobre 2023

Il primo ministro israeliano Netanyahu, dalle sue prime ambigue dichiarazioni a quelle di sabato, ci racconta cosa possiamo aspettarci adesso: “È stata una giornata buia”, ha detto, parlando alla nazione dell’attacco di Hamas del 7 ottobre. “Questo è stato un terribile fallimento. Verrà indagato a fondo, ve lo prometto. Non verrà lasciata niente di intentato. … Dopo la guerra tutti dovranno dare risposte a domande difficili. Questo include me. In questo momento il mio compito è salvare il Paese”. Ha ribadito: “Ogni membro di Hamas è un uomo morto”.

Ma cosa significa questo per gli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas? Il governo bellico israeliano intende davvero liberarli, oppure intende lavarsene le mani, aggiungendoli al mucchio delle vittime, come è accaduto a Monaco? Certo, potrebbero riuscire a spazzare via i miliziani di Hamas responsabili del sanguinoso massacro del 7 ottobre, ma è difficile immaginare che quei bambini terrorizzati, macchiati di polvere e sangue tra le macerie di Gaza, possano diventare partner disponibili al dialogo tra 10 anni. , dimenticando la loro memoria e la loro rabbia.

Dopo il recente annuncio da parte dell’esercito israeliano che l’invasione è stata “rinviata”, sembra confermato che non vedremo 300.000 soldati israeliani invadere la Striscia con 2.000 carri armati e combattere casa per casa in una guerra urbana che sarebbe una impresa bellica incerta per qualsiasi esercito, anche se stiamo assistendo al primo assalto dell’annunciata “vendetta” di Netanyahu.

Questo perché l’“invasione” è già avvenuta, e avviene ogni giorno: è la guerra dei raid aerei che sta uccidendo e terrorizzando la popolazione civile di oltre due milioni di persone, a cui è stato imposto arbitrariamente di spostarsi in zone dette sicure ma che poi vengono inesorabilmente prese di mira, mentre intere città vengono rase al suolo. Beit Hanoun non esiste più. E Gaza City è ormai un campo di battaglia e un cumulo di rovine dove centinaia di migliaia di famiglie disperate vagano in cerca di cibo, acqua e medicine, ormai senza comunicazioni né aiuti.

Chi ha detto che “usare cibo e acqua come armi di guerra è un crimine”? Si trattava nientemeno che del presidente Mattarella, che prima o poi potrebbe finire come Guterres. La carneficina dell’attesa “invasione” è già davanti agli occhi del mondo: si contano già 7.703 vittime civili, tra cui 3.595 bambini. Sono queste le “misure proporzionate” e “appropriate” per rispondere al massacro di Hamas? Com’è possibile che ci stiamo avvicinando a diecimila morti civili in un clima di silenzio passivo e di omertà generalizzati ?

Siamo nella fase dell’operazione mirata di terra delle forze speciali, mentre il grosso della “vendetta” per la “vittoria” lo stanno già compiendo i bombardamenti, con tante “perdite collaterali” – come ha commentato la stessa Meloni, all’epoca della onorata tradizione di Giorgio Almirante. Nelle ultime notizie, ha annunciato di essere venuta al Consiglio europeo giovedì per proporre un’idea rivoluzionaria nientemeno che “due Stati per due popoli” e che dobbiamo “dare sostegno all’ANP”. Mancava solo l’annuncio del “Piano Mattei” per Gaza.

Continueremo ad essere in balia di quelle parole rituali e senza senso se non ricordiamo che la prospettiva “due Stati per due popoli” degli Accordi di Oslo, già allora ambigua, è stata progressivamente cancellata e resa impossibile dopo l’uccisione di Rabin da parte di un estremista ebreo (non Hamas) e dalle scelte identitarie dei governi israeliani, operate in primis dallo stesso Netanyahu con l’appoggio degli Stati Uniti, che dopo la sua elezione del 2006 hanno avviato una politica di isolamento e boicottaggio della Striscia a tutti i livelli, sia a Gaza che in Cisgiordania – insieme a centinaia di insediamenti coloniali in Cisgiordania, così tanti e così grandi che non c’è più alcuna possibilità di raggiungere la continuità territoriale per uno Stato.

È altrettanto privo di significato chiedere di “dare sostegno all’ANP” se non si sa come la sua autorità e credibilità siano state distrutte tra i palestinesi dalla sua insensibilità, dal suo atteggiamento sottomesso e, infine, dalla corruzione. Ancora più importante, più continua il massacro a Gaza, meno è probabile trovare interlocutori palestinesi moderati.

Il crollo degli Accordi di Oslo deve indurci anche a guardarci allo specchio: è sempre più evidente che anche adesso, di fronte a pogrom e massacri, vendette e rovine, la questione non riguarda più la sicurezza nazionale – né per Israele, che esiste già come stato ed è tra le più potenti potenze militari e nucleari, né per i palestinesi, senza uno stato e una nazione. C’è un piccolo spiraglio che emerge, a partire dalla valutazione concreta che senza i lavoratori palestinesi (e stranieri), l’economia israeliana crollerebbe. Questo ci dice che si sta aprendo una prospettiva di lotta di classe, di lotta sociale per l’uguaglianza e i diritti verso una democrazia sostanziale che si realizza solo in spazi aperti, contro confini e muri vecchi e nuovi – compresi quelli del Medio Oriente. E non dobbiamo dimenticare che il movimento per la democrazia in Israele è ormai destinato a radicalizzarsi.

Ma nel frattempo, l’attuale gabinetto di guerra israeliano si aggrappa esclusivamente al folle principio della “vendetta per la vittoria”, di fronte a un’opinione pubblica interna che sta già denunciando la parte di colpa spettante a Netanyahu e ai militari. Quelli al governo sanno che prima o poi dovranno essere ritenuti responsabili, ma solo “dopo la guerra”. Di conseguenza, ci sono buone ragioni per credere che la guerra durerà a lungo. E infatti sabato Netanyahu è stato chiaro nel suo discorso alla nazione: “Siamo solo all’inizio. La battaglia all’interno della Striscia di Gaza sarà difficile e lunga; questa è la nostra seconda guerra d’indipendenza… una lotta tra civiltà e ferocia, tra decenza e depravazione, e tra il bene e il male”.

Tuttavia, in Israele è chiaro che Netanyahu dovrà essere ritenuto responsabile per il modo in cui ha trattato Hamas, e che l’esercito deve essere ritenuto responsabile per la sua negligenza e acquiescenza nei confronti del premier, che è stato disposto a spostare manodopera e risorse, oltre che intelligence, nella Cisgiordania occupata per proteggere gli insediamenti illegali, piegandosi ai desideri dell’estrema destra.

La sua posizione ambigua, ancora sostenuta da un sentimento nazionale ferito dall’attacco criminale di Hamas, poggia la sua credibilità solo sul danno ostentato che è capace di infliggere al nemico. Cioè, sulla distruzione del “male assoluto” – non solo di Hamas, ma della stessa Gaza; e sull’assedio dei palestinesi, da “rimuovere” ma senza un posto dove andare, visto che Egitto e Giordania si rifiutano di accoglierne qualcuno ed è certo che non torneranno, non avendo più case in cui tornare. Un puro orrore.

L’Assemblea delle Nazioni Unite ha votato una mozione avanzata dalla Giordania moderata, firmataria degli Accordi di Abraham, che chiedeva almeno un cessate il fuoco stabile. Gli Stati Uniti e Israele, “isolati”, hanno votato contro; L’Europa era divisa; e l’ambasciatore di Tel Aviv era più infuriato che mai. L’incubo della punizione collettiva continua. È un crimine di guerra, ma continuerà ad accadere fino alla “vittoria”.

traduzione a cura della redazione

PalestinaCeL

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