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Lettera aperta di Michèle Sibony a Neta Elkayam: Dove sei Neta?

Eppure tutto ciò che devi fare è dire pubblicamente ciò che stai dicendo in privato, la tua dedizione alla giustizia per il popolo palestinese, per aprire tutti i cuori e le menti alla tua musica e a ciò che rappresenta.2021-12-04

Michèle Sibony

Di Michèle Sibony *, 3 dicembre 2021

Ciao Neta,

Sono un membro di BDS France, la campagna francese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro il regime dell’apartheid in Israele. Ma è più in nome della nostra comune origine marocchina che volevo scriverti, la tua famiglia viene da Tinghir e Casablanca, la mia da Marrakech e Tangeri, io sono cresciuta a Rabat. Come me, ami senza dubbio il Marocco e le sue lingue, le canti magnificamente, ho visto su YouTube, in particolare il tuo incontro con un amico comune, Reuven Abergel, ex pantere nere, anche lui con un’anima marocchina e… non esita a parlare apertamente e pubblicamente contro l’apartheid israeliano per i diritti del popolo palestinese e per la convivenza basata sull’uguaglianza.

Ti scrivo perché oggi non puoi più ignorare che l’operazione a cui partecipi come ospite all’IMA sugli “ebrei d’Oriente” serve in realtà da cavallo di Troia per la normalizzazione con gli stati arabi.

Uno di coloro che contribisce a questo evento ritiene che questo sia un passo storico nella normalizzazione, nel quadro degli accordi di Abramo. Ricorda che l’Israel Museum e l’Istituto Ben Zvi hanno partecipato alla mostra prestando all’IMA una trentina di pezzi storici. Accettando di esibirsi in questo contesto all’IMA, pur tacendo sulla strumentalizzazione delle nostre storie ebraiche orientali che questo programma offre, non è il mondo popolare di cui canta la tua musica, che incontrerai, è la volontà e gli interessi dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti, di una classe dominante e oppressiva che ha scelto per i propri interessi e contro il proprio popolo, di normalizzarsi con Israele e quindi di sacrificare il popolo palestinese che lotta per i propri diritti e la propria sopravvivenza.

Eppure tutto ciò che devi fare è dire pubblicamente ciò che stai dicendo in privato, la tua dedizione alla giustizia per il popolo palestinese, per aprire tutti i cuori e le menti alla tua musica e a ciò che rappresenta.

Non fraintendetemi: non farlo è un atto politico: è accettare il privilegio coloniale, voler conservare sia i profitti dell’artista marocchina che della cittadina israeliana, e per quel “non bagnarsi” sull’ingiustizia che ha oltraggiato il mondo arabo e molti/e cittadini/e del mondo, mentre pretendono di incontrare questo mondo.

Ero già rattristata nell’apprendere qualche mese fa che stavi andando in Marocco per girare un film sul tuo ritorno alle tue radici e per rinvigorire i legami arabo-giudeo attraverso la tua musica… come se niente fosse! Come se la tua nazionalità israeliana non ti desse alcuna responsabilità o considerazione per il destino dei tuoi vicini palestinesi. Come se il popolo marocchino, sotto lo stivale di un regime oppressivo, non avesse sostenuto massicciamente la causa palestinese. La Palestina non è l’ultima terra araba non decolonizzata? Pensi che in tutto il mondo arabo le persone siano insensibili ad esso?

Credi che il Marocco e la Palestina non abbiano niente a che fare? Chiedi ai tuoi genitori, ai tuoi nonni cosa hanno vissuto durante il periodo coloniale francese. Il mio mi ha parlato di disprezzo, umiliazione, arroganza, razzismo, sfruttamento, violenza francese e questo mi ha indubbiamente permesso di fare il collegamento con tutto ciò che subisce il popolo palestinese, e di decidere che non si può fare “in mio nome”. Tu che vivi in ​​Israele, non puoi ignorare le azioni del regime contro la popolazione palestinese con cui ti trovi a fianco, inerme, consegnata alla sua violenza quotidiana.

Ebrea araba, puoi scegliere i privilegi che la tua cittadinanza israeliana ti conferisce automaticamente alimentando gli interessi del regime coloniale e quelli delle dittature, oppure con la tua musica puoi giocare un ruolo nell’avvicinamento tra i popoli. Certamente ci vuole un po’ di coraggio, ma davvero così poco, oggi che sempre più ebrei nel mondo rifiutano di essere assimilati all’oppressione coloniale israeliana. Se i potenti decidessero diversamente, forzando la normalizzazione, contro la giustizia per il popolo palestinese, trarne profitto per la propria carriera sarebbe da codardi. E noi ebrei abbiamo sperimentato troppo questa codardia a nostre spese nella storia per accettare di riprodurla nel momento in cui possiamo parlare.

Oggi non vedo l’ora di sentirti parlare, per poterti ascoltare cantare.

Barakallah oufik (che la benedizione di Allah sia su di te), come diciamo nel nostro paese… e che ti illumini.

Michele

* Michèle Sibony è un membro della campagna BDS France e portavoce dell’Union Juive Francaise Pour la Paix

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