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Giornata della Terra versus “Stato Ebraico”: intervista a Haneen Zoabi

Land Day, 1978. (Photo: Gidon Gitai)
Il giorno della terra 1978  (PHOTO: GIDON GITAI)

Di ELSA RASSBACH  30 marzo, 20 su Mondoweiss

Dalla fine degli anni ’70, ogni anno i palestinesi hanno celebrato il 30 marzo con proteste per ricordare la Giornata della Terra. La giornata commemora la prima lotta diffusa dei cittadini palestinesi di Israele contro la confisca delle terre destinata a creare una maggioranza ebraica in alcune comunità: la politica di giudaizzazione. Le marce e gli scioperi generali iniziarono in Galilea; sei arabi israeliani disarmati furono uccisi. Dopo che le proteste di solidarietà si estesero alla Cisgiordania occupata, a Gaza e ai campi profughi in Libano, la giornata ha segnato la prima lotta comune per una causa nazionale palestinese dopo la fondazione dello stato di Israele nel 1948, un evento che i palestinesi chiamano “Nakba” ( “Catastrofe”). Quest’anno, per il Land Day, (Giornata della Terra) ci saranno attività mondiali di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro la politica israeliana, nonché una marcia globale a Gerusalemme per richiamare l’attenzione sulla continua giudaizzazione e pulizia etnica nella città che avrebbe dovuto essere la capitale multi etnica e multireligiosa di un futuro stato palestinese. Haneen Zoabi, 43 anni, è diventata membro della Knesset nel 2009, la prima donna palestinese ad essere eletta nella lista di un partito arabo. Fa parte del partito Balad che cerca di trasformare Israele in una democrazia per tutti i suoi cittadini, indipendentemente dall’identità nazionale, etnica o religiosa. Zoabi è nata a Nazareth da una famiglia musulmana. Nel 2010 ha partecipato alla Gaza Flotilla a bordo della Mavi Marmara. Ho parlato con lei di recente tramite Skype

Haneen Zoabi. (Photo: Sharon Roffe-Ofir/Ynet News)
Haneen Zoabi foto Sharon Roffe-Ofir/YNET news

Elsa Rassbach: Cosa significa per te Land Day?

Haneen Zoabi: Per me il Land Day è un giorno di lotta attuale e continua, sempre sulla questione della “proprietà fondiaria”. Questa è ancora la questione cruciale tra noi e lo Stato. Il fulcro del progetto sionista è un continuo furto di terra nei confronti dei palestinesi e il trasferimento di queste terre agli ebrei israeliani. Rinominare i luoghi, gli incroci, i villaggi, le strade e dare nomi ebraici al paesaggio fa parte di questa “confisca”. È un modo per rubarci e confiscare il nostro rapporto storico con la nostra patria. Questo è il significato della famosa dichiarazione di Ariel Sharon alla Knesset nel 2002, quando disse che i palestinesi all’interno di Israele, che chiamava “arabi israeliani”, in effetti hanno solo “diritti sulla terra” temporanei, sulla terra non ancora confiscata, perchè “Tutti i diritti sulla Terra di Israele sono diritti degli ebrei”. Durante i 63 anni dal 1948, Israele ha confiscato l’85% della nostra terra e l’ha consegnata all’uso esclusivo degli ebrei. Ha sviluppato e costruito 1000 paesi, città e villaggi, tutti solo per gli ebrei. E ZERO per i palestinesi. Ora viviamo sul 2% della nostra terra. Non abbiamo nemmeno il permesso di costruire le nostre case sulla nostra terra e quindi non abbiamo alcun diritto di utilizzare la nostra terra che non è stata confiscata!

ER: In che modo la definizione di Israele di se stesso come “Stato ebraico” influisce sui cittadini palestinesi di Israele?

HZ: Lo “stato ebraico” è uno stato che è stato istituito dagli ebrei ed è gestito dagli ebrei per il bene degli ebrei – tutto a spese dei palestinesi. È una definizione razzista. Lo stato dichiara che io sono un’ estranea in questa terra, sebbene io sia il contrario. Io appartengo al popolo indigeno. Non sono immigrata in Israele; è stato Israele che è immigrato da me.

Lo stato di Israele afferma che può essere ebraico e democratico allo stesso tempo, come se nonc i fosse contraddizione tra le due cose. Qualsiasi dibattito all’interno di Israele riguardo alla contraddizione intrinseca tra l’essere uno stato ebraico e l’essere uno stato democratico è considerata nientemeno che una “minaccia strategica”. Se non siamo ebrei e ci rifiutiamo di rinunciare ai nostri diritti, allora ovviamente non presentiamo solo una visione alternativa, ma qualcosa che contraddice la stessa legittimità dello Stato: il sionismo.

First Land Day poster, 1976. (Image: Ismail Shammout/FATAH-Palestinian National Liberation Movement/PLO Unified Information)
Primo manifesto sul Giorno della terra (IMAGE: ISMAIL SHAMMOUT/FATAH-PALESTINIAN NATIONAL LIBERATION MOVEMENT/PLO UNIFIED INFORMATION)

ER: Come definisci la tua lotta come membro dei cittadini palestinesi di Israele in relazione alla lotta del resto del popolo palestinese?

HZ: La nostra lotta ha due componenti, come cittadini e anche come palestinesi. E a differenza dello Stato, non vediamo perché entrambe le componenti – la nostra cittadinanza e la nostra nazionalità – dovrebbero scontrarsi. Al contrario, la cittadinanza dovrebbe essere inclusiva. Stiamo combattendo per una cittadinanza normale con il pieno riconoscimento dei nostri diritti nazionali come popolazioni indigene che includerebbero la nostra storia, la nostra identità, la nostra cultura e la nostra nazionalità.

La mia cittadinanza è condizionata dai privilegi degli ebrei. È persino condizionata alla mia lealtà a questi privilegi! Pertanto, non c’è modo di lottare per la piena uguaglianza e la piena cittadinanza senza sfidare il concetto di “stato ebraico”. Lottare per la democrazia in Israele significa lottare contro il sionismo. E questo è ciò che unifica la nostra lotta con la più ampia lotta palestinese. Razzismo, oppressione, giudaizzazione, apartheid e anti democrazia all’interno di Israele; Apartheid, occupazione, oppressione e giudaizzazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza; e la negazione del diritto al ritorno – tutti questi meccanismi di controllo servono lo stesso progetto ideologico: il sionismo. Il Nakba Day, la prima Intifada, la seconda Intifada: tutte sono giornate di unità. Ma la nostra lotta non è ancora unita, perché manca di una visione unificante e di un quadro unificante di legittimità. La questione palestinese non è iniziata nel 1967 e non riguarda solo i territori occupati nel 1967. Riguarda l’intero popolo palestinese, e anche la più ampia regione araba

Dopo che gli accordi di Oslo del 1993 definirono i palestinesi all’interno di Israele come una questione interna israeliana, abbiamo riformulato il nostro progetto nazionale in modo da assicurare la nostra reintegrazione nel popolo palestinese e garantire il nostro posto come parte integrante della questione palestinese, sia come parte del conflitto che come parte della soluzione. La nostra richiesta di uno “stato di tutti i suoi cittadini” ha posto i palestinesi in Israele al centro del confronto diretto con l’impresa sionista e ha costretto lo “stato ebraico” ad ammettere il primato che accorda ai valori ebraico-sionisti sui valori democratici, e a riconoscere l’impossibilità di convivenza tra i due. Questo è il ruolo che giochiamo

Traduzione di Gabriella Rossetti

PalestinaCeL

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