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Pandemia e ong in zone di conflitto - Palestina Cultura Libertà
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Pandemia e ong in zone di conflitto

di Meri Calvelli, da Gaza, dicembre 2020

Gaza è il luogo dove nessuno vorrebbe mai andare ma e’ anche il luogo dove quando hai la possibilita’ di poterci entrare, l’idea si stravolge e la voglia di rimanere in vita che esprime quel luogo ti coinvolge fino a pensare come potresti essere operativo per intervenire e solidarizzare con questa popolazione, con quella disgraziata situazione umanitaria che si protrae senza fine.

Negli anni, molti paesi della Comunita’ Internazionale si sono interfacciati con la Striscia di Gaza e in generale sono venuti a conoscenza della lunga e drammatica situazione di Occupazione della Palestina. Una storia ormai infinita che non riesce ad uscire dal Tunnel dell’assurdità e dell’accanimento. Ci vorrà sicuramente altro tempo, purtroppo, sopratutto in questo brutto e difficile periodo, dove il mondo intero e’ pervaso dalla Pandemia e dove le attenzioni diventano altre, lasciando che il disagio su quel territorio continui ad allargarsi.

Proprio in questi giorni di fine anno, la Striscia di Gaza è in lockdown, deciso ormai da circa un mese, dalle autorità “De Facto” di Hamas, che per diminuire i contagi interni, ha dichiarato il coprifuoco dalle h. 18 del giovedi fino alle h.5 della mattina di domenica. Un fine settimana, di chiusura totale, moschee, negozi, ristoranti, banche, assembramenti pubblici, mare e giardini; una chiusura, assolutamente rispettata, paragonandola a come viene invece affrontata “dall’altra parte”, Israele e il resto della Palestina occupata.

Da una parte è chiaro, “chi non segue la regola, si fa 2 notti al gabbio”, dall’altra, però, la popolazione sa, come durante una guerra, che sono ben poche le possibilità di salvezza, le chiusure, la carenza di cure interne (ossigeno, terapie intensive) e ospedali operativi, in fondo la Striscia rimane la prigione a cielo aperto senza possibilità di movimento.

Sanificazione in una moschea

Per il momento, anche il processo di vaccinazione al CoronaVirus, già iniziato in Israele, non vede coinvolte le popolazioni dei territori palestinesi; si parla di Sputnik, di Pfizer (russi americani che ancora si palleggiano il dominio su tutto) ma ancora non si vede un niente di fatto. Inoltre in questo periodo i media (giornali e TV) sono particolarmente impegnati a seguire le sorti della politica di annessione e/o normalizzazione con altri paesi arabi, distraendo l’attenzione dalla realtà sul campo, non considerando affatto che non c’è nulla di normale nella continuazione dell’occupazione e nel controllo israeliano permanente sulle vite di milioni di soggetti.

Detto questo, come Organizzazioni Umanitarie ma anche associazioni della Società Civile, che operano sui tanti terreni del conflitto internazionale, attraverso gli organismi che vanno dalle ONG alle piu’ grandi agenzie umanitari delle Nazioni Unite, siamo presenti anche qui e agiamo secondo le necessità e le richieste della popolazione civile. I rapporti delle nazioni Unite, (OMS,OCHA), parlano molto chiaro……… “Il 2020 ha segnato un record nella caduta economica e sociale della popolazione tutta”…; il caos mondiale da COVID ha distolto e allontanerà ancora di più le aspettative della popolazione; economia crollata del 80%, educazione scolastica, sotto la soglia di attenzione, ridotta a zero; povertà e malnutrizione sotto la soglia di accettabilità.

Ci vorrà del tempo ancora, come dicevamo ma quando tutto questo “finirà”, le zone più deboli risulteranno devastate da povertà, disoccupazione, ignoranza.

Sarà necessario mettere in piedi ancora una volta una sorta di ricostruzione e di ripresa; questa potrà avviarsi solo con la partecipazione della popolazione locale, la società civile tutta e un efficace coordinamento tra i paesi donatori e le organizzazioni umanitarie.

Dobbiamo garantire alle giovani generazioni di uscire dal tunnel della disperazione e poter godere con i pieni diritti alla vita e alla dignità; i giovani in Palestina (18-29 anni), costituiscono il 22% della popolazione totale (sono circa 1,14 milioni), un quinto della comunità; il rapporto M/F: 105/100.

In particolare, nella Striscia di Gaza i problemi psicologici si accavallano di anno in anno, di generazione in generazione facendo aumentare anche i tassi di violenza e aggressività , sia dentro che fuori dal nucleo familiare. Secondo l’indagine del “Ministero degli Affari delle Donne” (MoWA) i dati indicano che è avvenuto un aumento di violenza del 56% durante la Pandemia.

matrimonio a Gaza aprile 2020

E ancora, da un rapporto della “Commissione Internazionale per il Sostegno dei Diritti Palestinesi (ICSPR), presentato all’alto Commissariato delle Nazioni Unite, e dai dati del “Palestinian Center Bureau of Statistic” (PCBS), la disoccupazione è aumentata del 20%; è stato colpito soprattutto chi lavorava in settori aziendali o titolari di semplici progetti (tassisti, parrucchieri, generi alimentari, abbigliamento, ecc…), e agli occupati, sia nel settore formale che informale, non viene garantito nemmeno il contratto minimo e nessun diritto nel mercato del lavoro (pensione, malattia, retribuzione fine lavoro, ecc)

Il 24% dei giovani intende emigrare all’estero, consapevoli delle difficoltà e allo stesso tempo chi già lavorava all’estero è dovuto rientrare nel paese, perchè licenziato a causa della pandemia cosi come gli studenti che non hanno potuto completare l’istruzione all’estero.

Come Organizzazioni non Governative, possiamo essere soggetti impegnati e capaci di affrontare i disagi della popolazione; con loro possiamo essere in grado di ridurre le disuguaglianze sociali e di genere, attraverso una coscienza che può essere costruita insieme attraverso la presenza, lo scambio la formazione e la solidarietà. La forza del confronto tra le persone è un approccio di successo, dove gli strumenti del cambiamento possano diventare progetti da condurre e realizzare insieme.

E ancora, insieme ad altre associazioni della società civile e altri paesi della comunità internazionale, possiamo far pressione sui nostri Governi, per far rispettare le regole del diritto e degli accordi Internazionali nei confronti dei civili nel Territorio Occupato, compresa la fine dell’assedio e la fornitura dei materiali necessari per la vita delle comunita’; possiamo aiutare a ripartire, magari intervenendo anche sulla possibilità di guardare oltre, per un cambiamento in grado di costruire una società pacifica e sicura, che esca dal conflitto perenne.

Meri Calvelli fa parte della ONG ACS e dirige il Centro VIK (nel nome di Vittorio Arrigoni) dedicato agli scambi culturali Palestina-Italia.

PalestinaCeL

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