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L’arduo compito di riformare la politica estera degli Stati Uniti

È troppo presto per determinare la natura della dottrina di politica estera di Biden.

di Ramzy Baroud da Gulfnews.com 17 novembre 2020- nella foto il presidente eletto Joe Biden e Kamala Harris arrivano per un discorso sulla ripresa economica al Queen theatre on Nov. 16, 2020, in Wilmington, Delaware. Image Credit: AP

Un nuovo termine si è imposto nel dibattito sull’imminente insediamento del presidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden: “The Total Reset”, l’Azzeramento Totale. Molti titoli hanno già promesso che la presidenza Biden è pronta a “reimpostare” la politica estera statunitense in tutto il mondo. Sebbene un ”Azzeramento Totale” sia, forse, possibile in alcuni aspetti delle politiche statunitensi, ad esempio, un’inversione della decisione dell’amministrazione Donald Trump di abbandonare l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, è altamente improbabile che gli Stati Uniti possano semplicemente rivendicare la propria posizione in molte altre battaglie geopolitiche in tutto il mondo. Il presidente Trump è stato spesso accusato di condurre una politica estera “isolazionista”, un termine fuorviante che, secondo: “Mondo Futuro: La Nascita della Supremazia Globale degli Stati Uniti” di Stephen Wertheim, è stato deliberatamente coniato per mettere a tacere coloro che osavano sfidare i fautori dell’avventurismo e dell’interventismo militare nella prima metà del ventesimo secolo.

Trump non era certo un “isolazionista” in questo senso, poiché investiva più nella guerra economica che nella potenza di fuoco. Tuttavia, anche se ciò fosse vero e se un’amministrazione Biden fosse desiderosa di rivendicare la posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente e all’interno dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), un tale compito non sarebbe facile.È opportuno presumere che la politica estera degli Stati Uniti sia interamente dettata da un’unica amministrazione. Mentre, in effetti, ogni presidente americano è spesso affiliato a una particolare “dottrina” che serve allo scopo di definire lui e la sua presidenza, la verità, sostenuta da fatti storici, è piuttosto diversa.

Le contraddizioni degli Stati Uniti in Iraq

Ad esempio, il presidente George W. Bush ha lanciato una guerra contro l’Iraq nel 2003, che lo associava alla dottrina della “guerra preventiva”. Tuttavia, anche Bush ha ordinato “l’incremento militare” finale in Iraq come preludio a un successivo ritiro, un processo che è continuato durante i due mandati di Barack Obama e, ancora, sotto Trump. In altre parole, il comportamento degli Stati Uniti in Iraq ha seguito un progetto che, nonostante la retorica apparentemente contraddittoria, è stato rispettato da diverse amministrazioni. Nel 2012 Obama ha dichiarato la sua versione dell’ “Azzeramento Totale” annunciando il piano “Pivot to Asia” (Perno verso l’Asia [1]). Questa mossa sismica aveva lo scopo di illustrare una crescente convinzione che la vera sfida geopolitica dell’America risieda nella regione del Pacifico, non in Medio Oriente. La “dottrina” di Obama all’epoca era, essa stessa, il risultato di un fiorente dibattito sostenuto nei circoli intellettuali di politica estera degli Stati Uniti legati sia a politici democratici che repubblicani.Mentre Trump viene spesso ridicolizzato per la sua eccessiva fissazione sulla Cina come la più grande minaccia dell’America, anche Obama ha fatto della guerra commerciale con la Cina un punto centrale nella sua agenda di politica estera.

Le frequenti visite di Obama in Asia e i discorsi decisivi alle conferenze della Cooperazione Economica Asia-Pacifico (APEC) avevano lo scopo di consolidare un’alleanza Asia-Pacifico guidata dagli americani con l’obiettivo di ostacolare l’espansionismo militare ed economico della Cina nella regione.La guerra economica di Trump alla Cina è stata, senza dubbio, un’esagerazione americana che ha tradotto la crescente frustrazione tra le classi dirigenti di Washington in azioni concrete, per quanto frettolose e, a volte, controproducenti. Tuttavia, la politica anti-cinese non era certo il frutto dell’ingegno di Trump o della sua amministrazione.Considerando questo, ci si chiede come potrebbe Biden essere in grado di realizzare un “Azzeramento Totale” quando la politica estera degli Stati Uniti non è che la totale aggregazione delle politiche precedenti sotto le passate amministrazioni? Anche supponendo che Biden intenda scrivere una dottrina completamente nuova indipendente da quelle dei suoi predecessori, un tale compito è ancora troppo arduo.In effetti, il mondo sta cambiando enormemente, lasciando agli Stati Uniti l’opportunità di rinegoziare semplicemente le proprie posizioni di potenza globale centrale, ma, certamente non come unica potenza mondiale dominante

Le contraddizioni di Washington in Medio Oriente

Basta guardare alla regione mediorientale degli ultimi anni per cogliere l’incoerenza americana. Quella che era iniziata come una faida politica tra Turchia e Russia in Siria, alla fine si è placata, avvicinando Ankara e Mosca.Mentre la Turchia ha tracciato un percorso politico completamente nuovo, allontanandosi con cautela dal declino dell’alleanza NATO, cercando di creare proprie zone di influenza in Siria, Libia, Mediterraneo orientale e Infine, nella regione del Nuovo Caucaso, anche la Russia si è affermata come potenza globale.Certamente, Turchia e Russia si trovano ancora su posizioni opposte per quanto riguarda i vari conflitti geopolitici. Tuttavia, hanno imparato che devono coordinarsi per colmare il vuoto creato dall’assenza USA-NATO. La loro cooperazione, infatti, ha già prodotto risultati concreti e permesso a entrambi i paesi di rivendicare vittorie stabilizzando relativamente la situazione in Siria, estromettendo ampiamente la Nato in Libia e, infine, ottenendo una tregua nella guerra tra Azerbaigian e Armenia. Se Biden vuole coinvolgere nuovamente gli Stati Uniti in questi conflitti, la sua amministrazione si troverà nella posizione di combattere su più fronti, sia contro amici che contro nemici. Sebbene sia troppo presto per determinare la natura della dottrina della politica estera di Biden, è opportuno che la nuova amministrazione modifichi la sua percezione e comprenda che il potere militare non è più un garante dell’influenza politica ed economica. Invece di promuovere una politica di “Azzeramento Totale”, è molto più pratico e vantaggioso considerare un’alternativa basata sul dialogo e un approccio multilaterale ai conflitti politici ed economici.

Note:[1] https://www.treccani.it/…/il-pivot-to-asia-e-l-incerto…/

Ramzy Baroud è giornalista ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane” (Clarity Press, Atlanta). Baroud è un ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net

Grazie per la Traduzione a Beniamino Rocchetto da https://gulfnews.com/opinion/op-eds/daunting-task-of-reordering-us-foreign-policy-1.75313069?fbclid=IwAR38boYZcaY3yC5I2s5nxDy7WBu9CRq0UYeQmEQn-QNuweIkmOlY6On-QvY

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