CALL US NOW 333 555 55 65
DONA ORA

La sorte del ricamo palestinese (tatreez) al tempo della normalizzazione e della spoliticizzazione liberista

di Omar Joseph Nasser-Khoury da Counterpunch 28 agosto 2020

anche la foto è dell’autore dell’articolo

Un aspetto meraviglioso dell’essere palestinesi e vivere in Palestina è che non c’è mai, mai, mai un momento noioso o tranquillo. Anche le pandemie globali assumono qui un nuovo sordido significato. L’incessante gocciolio dell’orrore, a volte interrotto dall’esplodere di un disastro, è l’ordine delle cose. Una di queste gocce è caduta all’inizio del mese scorso quando sono venuto a conoscenza della mostra digitale in corso, Let’s Tatreez (ricamiamo) di Jordan Nassar alla Mosaic Rooms Gallery della A. M. Qattan Foundation di Londra.

I ricami unici di Nassar sono senza dubbio belli e delicati. Non dubito della sua sincerità creativa o del suo impegno per la Palestina. Ma la sincerità da sola non giustifica la negligenza, né scusa l’opportunismo, tanto meno la normalizzazione. Al di là della forma dell’arte e della bellezza della sua composizione, non posso fare a meno di sottolineare il compiacimento del suo lavoro. Esprimo la mia opinione come critica del lavoro di Nassar nella mia qualità di designer palestinese che ha lavorato con ricamatrici e ricami della Palestina dal 2006 e perché prendo molto sul serio il suo lavoro. La mia esperienza in questo campo mi ha mostrato che pochissimi soggetti, me compreso, sono innocenti o irreprensibili. Nonostante le nostre intenzioni di creativi, è sempre vero che siamo i principali benefattori nelle nostre cosiddette collaborazioni con artisti e artigiani palestinesi. Questo a sua volta deve giustamente esporci a solide critiche politiche ed economiche che la stragrande maggioranza degli artisti palestinesi e internazionali ha evitato per troppo tempo, per convenienza.
 

Tecniche di spossessamento: normalizzazione, lavoro, genere

La normalizzazione potrebbe essere alla moda e redditizia nelle ultime enclavi liberali d’élite rimaste al mondo di Londra, Dubai e Tel Aviv, ma certamente non è cool, queer o progressista. Un motivo in più per essere sospettosi di questi sforzi e chiedersi perché qualcuno come Nassar avrebbe scelto di mediare la sua esperienza con il ricamo palestinese attraverso Israele? Il lavoro di normalizzazione e le collaborazioni con le istituzioni israeliane, non con singoli privati, minano e mettono in pericolo la lotta palestinese per la giustizia e l’autodeterminazione. La normalizzazione presenta falsamente la questione del colonialismo e dell’oppressione come uno dei malintesi culturali in cui sia il colonizzatore israeliano oppressivo che i palestinesi indigeni espropriati sono visti come uguali, che semplicemente non si capiscono. Per convenienza ignora e maschera il grave squilibrio di potere e contesto storico e attuale della nostra vita di popolo colonizzato. Questo non solo è ingannevole, ma anche insidioso e fondamentalmente complice nel rafforzare l’ingiustizia e nell’oscurare la causa principale della nostra lotta contro il dominio coloniale razzista. La normalizzazione è una trappola – quella che sfrutta i deboli e li mantiene dipendenti dalla dinamica originaria del dominio che li diffama, disumanizza e li svergogna per essersi rifiutati di prendervi parte sulla falsa motivazione del cieco fraintendimento e bigottismo. In tal modo se non sei disposto a impegnarti in un dialogo di normalizzazione, comunque rivolto contro di te, sei successivamente inquadrato come inadeguato e vittima biasimata per il tuo stesso rifiuto.

La discendenza palestinese del newyorkese Nassar è dichiarata per dare legittimità e una patina di autenticità al lavoro di sfruttamento e ai tentativi della società di design israeliana Adish a Tel Aviv e di altre gallerie e istituzioni israeliane che approfittano del suo patrimonio per accumulare un maggior capitale culturale e umanitario con lo scopo di acquisire più ricchezza, riconoscimento e prestigio. A questo punto della nostra storia si potrebbe pensare che la normalizzazione non sia più alla moda o utile, ma il successo di Adish e Nassar prova il contrario. Ironia della sorte, un marchio, il cui nome significa letteralmente apatia, riflette un’ignoranza così radicata e voluta verso il campo in cui lavorano e le persone che sfruttano economicamente e politicamente. Adish è riuscita ad assicurarsi acquirenti internazionali e riconoscimento globale, mentre artisti, designer e ricamatrici palestinesi sono ancora bloccati e lottano per vendere i loro prodotti a livello locale a causa delle limitazioni paralizzanti che Israele impone su ogni aspetto della vita dei palestinesi in tutta la Palestina storica.
 

Israeliani, sionisti e opportunisti internazionali, come Cecile Copenhagen, Dodo Bar Or e Aviad Arik Herman, hanno illegittimamente e ingannevolmente rubato e mercificato la nostra eredità culturale palestinese senza vergogna e senza che nessuno lo rifiuti o ne chieda conto. Il marchio di moda danese Cecile Copenhagen ha recentemente lanciato una linea di costumi da bagno utilizzando la Hatta / Keffieh. Ma non c’è mai stato un artista palestinese di così alto profilo nella mia generazione tanto sfacciatamente disposto a legittimare lo sfruttamento e la distorsione di nostri più celebri e storici mezzi di espressione creativa e di resistenza visiva popolare palestinese. Quello che è ancora più preoccupante, ma ormai non sorprendente, è che un’etica di questo tipo viene, consapevolmente o inconsapevolmente, approvata e ulteriormente normalizzata dalle istituzioni arabe e palestinesi e dal loro pubblico come la Mosaic Rooms Gallery di Londra e la Third Line Gallery di Dubai. Questa celebrazione acritica di scelte dubbie non è accettabile. Non suggerisco né credo che Nassar dovrebbe, o potrebbe essere messo a tacere. Al contrario. Invece, ci deve essere un impegno dei curatori criticamente consapevole per sfidare gli artisti, specialmente quando il loro lavoro trae valore dalla sofferenza di altri e, intenzionalmente o meno, permette la realizzazione di certi programmi politici dell’occupazione militare in Palestina. Questa situazione ci pone di fronte alla questione del nostro ruolo collettivo di creativi, giornalisti e organizzazioni che ospitano (i nostri lavori) nella creazione di significato, origine del valore e definizione di standard per una pratica etica. Il lavoro di Nassar, che ci piaccia o no, fa ora parte della storia e delle tradizioni della Palestina e dei suoi ricami.

Il ricamo sugli abiti di Adish e sulle opere d’arte di Nassar è in realtà svolto da donne sfollate e espropriate nel campo profughi di Dheisheh a Betlemme. Le stesse donne le cui famiglie sono state espropriate durante Al-Nakba (la pulizia etnica della Palestina nel 1948) si trovano davvero in questo vortice a cui non possono sfuggire, di morte e spossessamento, costrette, come operaie, a vendere il loro lavoro di ricamo a enti di beneficenza palestinesi locali, e in alcuni casi ad aziende e società israeliane. Lo stesso accade a molti altri palestinesi nella Palestina storica e nella diaspora, senza avere accesso alla libertà o al benessere economico se non attraverso un lavoro umile ed estenuante. La copertura della beneficenza e umanitaria sposta l’attenzione dal fatto che il lavoro di ricamo qui, è di nuovo, lavoro depotenziato. Se si aggiunge la normalizzazione è tanto più difficile riscattarlo.

Il valore economico, politico, umanitario e culturale di questo stesso ricamo dipende essenzialmente dalle donne che rimangono in questa precaria costrizione come parte della forza lavoro non sindacalizzata che serve in modo conveniente i mercati palestinesi locali neo liberali e quelli israeliani che, in certa misura, è possibile a causa della normalizzazione. In effetti, la maggior parte del lavoro palestinese è lavoro gratuito per il mercato israeliano, poiché non c’è modo per i lavoratori palestinesi dei territori occupati militarmente di organizzarsi o sindacalizzarsi e chiedere una migliore retribuzione o una rappresentanza democratica. Tranne poche eccezioni, le donne rifugiate sono socialmente e politicamente le più deboli nella società palestinese e sono le più sfruttate su tutta la linea. Il falso presupposto che ci sia un qualche tipo di collaborazione tra i lavoratori senza potere nei campi e il loro benevolo datore di lavoro a Tel Aviv o altrove, è sbagliato. Anche in uno stato libero e indipendente i diritti di genere sul lavoro, se ce ne sono, sono stati erosi tanto da rendere gli individui più disponibili degli stessi macchinari su cui sono stati assunti a lavorare. Come tutte le forme di lavoro, il lavoro di ricamo è autogestito, anzi di più in questo caso. In un disgustoso articolo di Forbes su Adish, un commentatore afferma: “tutte le parti sono in condizioni di parità”. Ma se è così, perché non sappiamo mai veramente chi sono queste donne né sentiamo la loro voce nel testo? Perché questo articolo, scritto da una donna, dà voce e rappresentazione solo agli uomini che guidano questa impresa? Cancellare operaie e operai proprio come la cancellazione operata dal colonialismo è il segno distintivo della normalizzazione e più in generale dello sfruttamento capitalista. Normalizzazione o altro, se i palestinesi e le loro controparti sono sinceri quando parlano di cambiamento positivo, devono prendere in considerazione una seria azione economica e analisi della loro lotta contro l’oppressione e l’ingiustizia. Qualsiasi cosa meno di questo è solo in mala fede e non funzionerà.

Pratiche reificate e identità mercificate

L’estetica di Nassar potrebbe essere idilliaca e utopica, ma i suoi effetti non lo sono. La sua posizione ambivalente sulla normalizzazione non fa certamente parte della “visione dei soggetti sfollati che compongono la diaspora della regione”, come afferma la pagina web della Mosaic Rooms Gallery. L’uso di termini traslitterati, non necessari, come tatreez, che letteralmente significa ricamo in arabo, tradisce la tendenza nel capitalismo a frammentare, classificare e mistificare, in direzione della mercificazione. Riflette anche una tendenza, specialmente tra coloro della diaspora palestinese che lavorano con il ricamo palestinese. Fa capire la pressione che devono affrontare per riconfigurare la propria cultura in modo che possa soddisfare il gusto delle élite metropolitane liberali che consumano queste sterili interpretazioni. Questo vocabolo, reificato e discorsivo, ritaglia per convenienza un nuovo campo spoliticizzato ed esclusivo, da una tradizione già consolidata, eliminando dal ricamo aspetti indesiderabili e non commerciabili della Palestina e dei Palestinesi.

Il ricamo dalla Palestina ha radici profonde, personali e collettive, nonché un proprio significato, intriso di tradizioni culturali, politiche e di attivismo esplicite dal 1948. Per centinaia di anni prima era una tecnica di sartoria in sviluppo dinamico per la creazione e l’abbellimento di propri vestiti quotidiani. Lo stile appiattito che conosciamo oggi è un’interpretazione superficiale di una tradizione multidimensionale un tempo viva. Le caratteristiche sociali, stilistiche e spirituali e le sensibilità differivano da zona a zona in tutta la Palestina storica. Le implicazioni intime ed erotiche di questo “mestiere” molto personale variavano, successivamente fiorirono l’unicità individuale e l’abilità creativa. Tutto questo ha lasciato il posto a un lavoro superficiale più uniforme, frammentato, diluito e soprattutto spersonalizzato, che ora è in gran parte limitato al punto croce su etamina e tela da ricamo.

Come metafora della Palestina e dei Palestinesi, questo discendente superficiale, asessuato e igienizzato di una tradizione un tempo guidata da donne, funzionale e dinamica, riflette la sterilità e il distacco con cui la stragrande maggioranza dei palestinesi oggi si relaziona alla propria storia e al proprio io. Il colonialismo, la modernità e il capitalismo, che sono aspetti diversi di uno stesso disastro, ci hanno alienato e espropriato da noi stessi e dalla nostra casa, quindi raccogliamo e riproduciamo questi frammenti di ciò che resta per relegarli nel mondo ossificato di musei, gallerie e collezioni private. Nel nostro obiettivo di far rivivere e conservare, abbiamo ulteriormente rimosso questo mestiere un tempo quotidiano dall’immediatezza delle nostre vite. Peggio ancora, i palestinesi e altri l’hanno volutamente mercificato, alienandolo dalle stesse donne che lo creano. “La mercificazione di oggetti che appartengono a una cultura comunitaria – spiritualità, cibo o abbigliamento – al fine di gratificare se stessi sono al centro del capitalismo moderno”, spiega Benay Blend nel suo recente articolo su mercificazione, normalizzazione e colonialismo.

Secondo l’ oscuro testo sul sito web di Nassar, sembra che il suo lavoro di ricamo più recente non sia più fatto da lui, ma affidato a donne nella regione di Hebron in Palestina il cui unico input creativo, insieme alla realizzazione effettiva del lavoro, è la scelta dei colori. Un’altra fonte acritica lo conferma, ma invece situa di nuovo le lavoratrici nel campo profughi di Dheisheh e Adish. Queste lavoratrici rimangono anonime e invisibili, dislocate dal loro lavoro proprio come lo sono state dalle loro case ancestrali. L’età dell’oro immaginata e disincarnata di Nassar, rimossa dal mondo come è oggi, viene rappresentata da paesaggi vuoti con nomi come Distanza dal mare o Sole ultra coraggioso. Come i tatreez esternalizzati e troppo cari, queste sono metafore artificiose e vuote che cancellano le persone e si aggiungono a un gergo artistico romantico che pochi fingono di decifrare o comprendere. Il sottile velo di attivismo e rappresentanza fa poco per nascondere le incongruenze del lavoro e la disuguaglianza di ricchezza che esso rafforza. Nonostante l’affermazione sul sito web dell’artista che “lui non importa né decontestualizza le tradizioni palestinesi”, sembra che egli fraintenda completamente le nostre tradizioni e priorità, in quanto opera sia alla contestualizzazione che alla decontestualizzazione della sua identità e del suo lavoro in qualsiasi contesto sembri corrispondere al suo pubblico e al sapore d’attualità del mese.

In un mondo ideale, ciò che si fa nella vita e le identità e la politica che si assumono per perseguire il successo finanziario e materiale, sarebbero del tutto personali. In un mondo ideale le identità non dovrebbero avere importanza. Ma questo non è un mondo ideale, nonostante quello che alcuni vogliono credere. In effetti le identità contano a causa del razzismo e della disuguaglianza intrinseci e strutturali nel nostro mondo. Viviamo tutti in un’economia capitalista globale corporativista e razzista. Nessuno è innocente, tranne gli ultimi, e nessuno è risparmiato, tranne quelli in alto. In questo mondo, l’identità non è un lusso tale di cui prendersi cura, o da accendere e spegnere a seconda della fantasia artistica, politica o economica. George Floyd non poteva smettere improvvisamente di essere nero o rivendicare l’eredità bianca per eludere la morte. I palestinesi a Gaza e nei campi profughi di tutto il mondo non possono improvvisamente diventare o non diventare palestinesi e andarsene. Non scegliamo di “risvegliarci” o rimodellarci a seconda delle nostre priorità di carriera. Come le tante vite “razzializzate” in tutto il mondo, le nostre vite in Palestina sono dettate nei minimi dettagli sulla base di queste identità; non sono scoperte piacevoli o scelte convenienti che possiamo fare, sono trappole politiche e razziste su cui cerchiamo di manovrare con grande difficoltà e scarso successo, spesso con una fine amara e frustrante. Solo nella nostra famiglia, mio padre, mia madre, i miei fratelli e io abbiamo uno status politico diverso e una raccolta di documenti d’identità stabiliti da Israele che scandiscono i limiti alla nostra libertà. Se Nassar è sincero nel non voler “adattarsi a un modello particolare“, come dichiara al giornale Haaretz, perché pensa che sia accettabile usare quello in cui siamo stati costretti a inserirci noi stessi? Mercificare la propria identità, che attinge alla resilienza collettiva e alla sofferenza degli altri, al fine di legittimare e promuovere il proprio lavoro senza riflessione, responsabilità o ritegno è non etico e offensivo. Non credo l’artista abbia scelto consapevolmente di produrre nessuna delle due cose, ma comunque non si può fare a meno di interrogarsi.
 

Aggiungo che è inaccettabile organizzare, ospitare e promuovere acriticamente tali tentativi, al culmine dell’annessione e in un tempo di collasso, malattia e distruzione globale. Riflette il distacco condiscendente con cui si comportano queste istituzioni artistiche neoliberiste, curatori, giornali e cosiddetti giornalisti. Queste entità fin troppo potenti devono essere ritenute responsabili e trattare l’arte e le sue implicazioni politiche con la serietà che questo richiede e non semplicemente come alimento per riempire pagine, orari e vacue gallerie digitali.

Il dibattito tenuto su zoom con Rachael Dedman, storica dell’arte, curatrice, scrittrice ed esperta di ricami palestinesi, appena consacrata, non è andato lontano nello sfidare l’artista o il suo lavoro. Considerando le idee molto originali di Dedman sul lavoro e lo sfruttamento, che ha presentato nella mostra Labour of Love, ci si sarebbero aspettati alcune serie domande da una voce così critica e ambiziosa, su tutto ciò che riguarda la politica del ricamo dalla Palestina. Dopo aver espresso moderatamente il suo disaccordo con Nassar, Dedman si è limitata a fare una smorfia con educata incongruenza sul fatto che lui dimostrava di essere abbastanza confuso riguardo alle nostre realtà, storia e cultura nella Palestina storica, nel complesso.

La mancanza di un serio rifiuto e di una critica artistica, proprio come in questo caso, ha permesso all’espressione creativa di diventare un meccanismo di oppressione e coercizione che procede a sfruttare risorse altrimenti impenetrabili. Nonostante la nostra posizione ideologica in materia, e il modo in cui vediamo il mondo, la normalizzazione dell’ingiustizia, per quanto profonda o transitoria, ha un effettivo potere letale sulle nostre vite e deve essere seriamente sfidata, smantellata e criticata in tutte le sue forme. Il suo impatto discorsivo in un mondo ossessionato da immagini, simboli e merci decontestualizzati è cruciale.

Solidarietà riflessiva non pettegolezzi duplicati

Così come è sciocco credere che la normalizzazione ci condurrà a una soluzione durevole e giusta, non è più sano pensare che ci sia speranza in qualcosa di meno che la soluzione a uno Stato con giustizia per tutti, indipendentemente dalla loro identità. Questa soluzione, tuttavia, non si presenterà attraverso la normalizzazione, o meccanismi coloniali e capitalisti che fanno affidamento e generano disuguaglianze e sfruttano fondamentalmente i più svantaggiati e vulnerabili nelle nostre società. Né avviene attraverso la cancellazione cosciente del contesto, della storia e della politica. Achille Mbembe sottolinea giustamente che “in un mondo impostato sull’oggettivazione di tutti e di ogni essere vivente in nome del profitto, la cancellazione del “politico” da parte del capitale è la vera minaccia”. Affinché possiamo vivere in quel mondo ideale per cui tutti lottiamo, dobbiamo mettere in discussione i nostri metodi e la nostra posizione, così come tutti i meccanismi di oppressione e sfruttamento che ci consentono di realizzare le nostre carriere mentre sorvoliamo sulla continua oppressione delle persone in tutto il mondo . Semmai, possiamo imparare da lotte simili in tutto il mondo, come il movimento Black Lives Matter, e in particolare le femministe nere dalla fine degli anni ’80, che tutte le lotte sono intersezionali e che siamo tutti capaci di azioni rivoluzionarie e repressive, non importa quanto piccole o irrilevanti siano le nostre scelte.

Jordan Nassar è ancora palestinese e il suo lavoro e il suo approccio, per quanto sgradevoli, non minano nessuna delle sue identità. È quindi importante sottolineare la nostra solidarietà come creativi palestinesi ed essere aperti sui nostri disaccordi, per quanto fondamentali. Non lo rifiuto, ma non posso accettare le implicazioni delle sue scelte. Ancora più importante, non penso che dovrebbe essere messo a tacere, ignorato o cancellato. Il suo lavoro è senza dubbio importante. È di dominio pubblico e pertanto va sottoposto al controllo pubblico; soprattutto perché trae il suo significato e valore dalla nostra esperienza condivisa e collettiva come palestinesi. In un momento come questo ciò di cui abbiamo bisogno è una unità riflessiva, non la frammentazione dogmatica o le superstar individuali. In effetti, nessuno è meno o più palestinese e la nostra lotta è dedicata ad elevare il valore della vita e ad assicurarci di non ricreare gli stessi schemi di tirannia a cui resistiamo aspramente da più di un secolo. La domanda fondamentale che dobbiamo porci come palestinesi e in quanto creativi in ​​generale è: perché lo facciamo? Chi stiamo cercando di impressionare che siamo così disposti a mercificare le nostre identità nel nostro pellegrinaggio globale da uno spettacolo artistico all’altro, favorendo nel contempo la nostra sofferenza e quella degli altri in quella ricerca? Se non siamo disposti ad andare oltre i futili pettegolezzi sulle scelte che rifiutiamo e con cui siamo in disaccordo, interrogandoci seriamente e parlando con integrità e franchezza, non cambierà nulla. Continueremo a ribollire di indignazione tossica e di ipocrisia corrotta. Rimarremo vincolati all’incombente gerarchia dell’oppressione che ha portato questo mondo sull’orlo di questo abisso apparentemente inevitabile.

Omar Joseph Nasser-Khoury è uno stilista palestinese anti-moda. È specializzato e lavora con tessuti storici rurali dalla Palestina.

Traduzione a cura di Alessandra Mecozzi da https://www.counterpunch.org/2020/08/28/lets-not-tatreez-normalisation-in-the-age-of-neoliberal-depoliticisation/?fbclid=IwAR1AuYQYihcKaQy6hFjmOa_HRjxnFTxeVHDyWsWNb34gGk2qqPC_oj0gYTI

PalestinaCeL

VIEW ALL POSTS

NEWSLETTER

Iscriviti e resta aggiornato