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I veri vincitori dell’accordo Israele-Emirati Arabi Uniti? I commercianti di armi

L’accordo di normalizzazione tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti è stato presentato come un accordo di pace. In realtà, è una licenza per i produttori di armi per espandere la loro clientela.
 Sahar Vardi October 8, 2020; nella foto Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il Presidente USA Donald Trump, il Ministro degli Affari Esteri e Cooperazione internazionale degli EAU Abdullah bin Zayed Al Nahyan e Abdullatif bin Rashid Al-Zayani, Ministro degli affari Esteri del Bahrain alla Cerimonia per la firma degli Abraham Accords Signing alla White House in Washington, USA, September 15, 2020. (Avi Ohayon/GPO)

L’accordo di normalizzazione tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti è, secondo i leader dell’industria bellica israeliana, una situazione “vantaggiosa per tutti” (win win). Parlando alla fine di agosto in una conferenza d’affari online sul potenziale dell’accordo con gli Emirati Arabi Uniti, il vice amministratore delegato di Israel Aerospace Industries, Eyal Younian, ha parlato del know-how regionale di Israele e delle grandi risorse economiche e del “grande appetito per le tecnologie avanzate” degli Emirati Arabi Uniti. IAI è il più grande produttore di armi di proprietà statale di Israele e le osservazioni di Younian facevano parte di un chiaro focus su potenziali accordi su armi alla conferenza. Da questo punto di vista, la normalizzazione è stata davvero una vittoria sia per Israele che per gli Emirati Arabi Uniti, e forse anche per gli Stati Uniti: una vittoria per tutti.

Si racconta anche che gli Emirati Arabi Uniti si sono avvalsi di un software per la sorveglianza israeliano. Nel 2007, gli Emirati Arabi Uniti hanno contattato 4D Security Solutions, una società con sede negli Stati Uniti guidata da un espatriato israeliano, Mati Kochavi, per installare un sistema di sorveglianza “intelligente” in tutta Abu Dhabi. In realtà, una parte cruciale della tecnologia è stata fornita da una sussidiaria con sede in Israele, la Kochavi’s Logic Industries. (Nel 2015, la società ha licenziato oltre un terzo della sua forza lavoro israeliana per mantenere un contratto con un cliente del Golfo.) Questo progetto, completato nel 2016, ha portato a “Falcon Eye”, uno dei sistemi di sorveglianza cittadina più intrusivi del mondo.

Nel 2016, gli Emirati Arabi Uniti hanno utilizzato lo spyware israeliano Pegasus, gestito dal famigerato gruppo NSO, in un tentativo di hackeraggio contro Ahmed Mansoor, un difensore dei diritti umani degli Emirati. Oggi Mansoor sta scontando una condanna a 10 anni per il suo lavoro sui diritti umani. Ed ha legami con Israele anche DarkMatter, un programma di cyber intelligence degli Emirati impegnato nella sorveglianza di altri governi, militanti e attivisti per i diritti umani critici nei confronti della monarchia.

Queste sono solo gli accordi finora resi pubblici. Secondo alcuni nell’industria informatica israeliana, che preferiscono non essere registrati, è un segreto di Pulcinella che le start-up israeliane abbiano aperto un negozio a Cipro per accogliere le vendite ai paesi del Golfo che preferirebbero occultare gli affari con le società israeliane. Possiamo solo supporre che questo includesse gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain. Tuttavia, lo scenario win-win-win per le industrie delle armi è molto più ampio di una semplice espansione del mercato negoziata diplomaticamente. A margine dell’accordo a tre tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, questi ultimi due paesi hanno raggiunto un accordo in cui gli Stati Uniti venderanno aerei da combattimento F-35 americani di quinta generazione allo stato del Golfo a un prezzo minimo di $ 77,9 milioni per unità. Israele sta ora valutando quale tipo di “pacchetto di risarcimento” garantirsi dal governo degli Stati Uniti, in cambio della percepita ammaccatura al suo “margine militare qualitativo” nella regione – il cui mantenimento ha precedentemente impedito tali accordi di armi. . Questo “risarcimento” si manifesterà come parte dell’aiuto militare degli Stati Uniti a Israele.

Un F-35 al Tinker AFB Air Show di Oklahoma City, 21 maggio 2017 (Kool Cats Photography / CC BY-NC 2.0)

In sintesi, l’accordo di normalizzazione consente sia all’industria delle armi israeliana che a quella statunitense di aumentare le vendite agli Emirati Arabi Uniti, all’industria degli armamenti statunitense di aumentare possibilmente (o almeno accelerare) le vendite di armi a Israele attraverso l’accordo di aiuti militari e, di conseguenza, agli Emirati Arabi Uniti di mettere le mani su sistemi d’arma più avanzati. C’è anche un ulteriore elemento di profitto israeliano nell’accordo, precisamente nell’area in cui Israele dovrebbe “perdere”. A metà settembre, il gigante statunitense delle armi Lockheed Martin ha assegnato alla Elbit Systems israeliana un contratto per la fornitura di assemblaggi per l’F35. Il contratto aggiunge ad altre parti dell’F35, come i suoi sistemi di visualizzazione montati sul casco e il display panoramico della cabina di guida, che Elbit Systems produce da anni.

Con questo win-win-win per le industrie delle armi, chi perde da tutto ciò? Dato che gli Emirati Arabi Uniti stanno già utilizzando le tecnologie israeliane per prevenire il dissenso e l’opposizione tra i propri cittadini, e considerando il ruolo di Abu Dhabi nella guerra allo Yemen, i veri perdenti di questa “normalizzazione” sono evidenti: le persone. A Gerusalemme, la perdita locale è evidente: in primo luogo, i palestinesi, che hanno appena visto paesi, che storicamente hanno affermato di sostenere i loro diritti e indipendenza, firmare un accordo di normalizzazione con il loro occupante.

In secondo luogo, gli israeliani, che ora sono nel pieno di un secondo lockdown completo per COVID-19 e nel mezzo di una devastante recessione economica, devono guardare il loro primo ministro spendere tempo e energie in accordi di normalizzazione che non hanno alcun effetto sulla loro vita quotidiana, e da cui traggono profitto solo i livelli superiori della società israeliana. Mentre per i cittadini statunitensi, questo accordo è solo un altro riflesso del complesso militare-industriale-diplomatico del paese all’interno del quale gli Stati Uniti hanno impegnato un trilione di dollari per lo sviluppo del caccia F35 – denaro che avrebbe potuto essere speso in istruzione, welfare e, ora più che mai, in sanità. Perdi-perdi-perdi (lose lose lose).

Come attivista per la pace, è strano fare qualcosa di diverso dal sostenere qualsiasi tipo di trattato di pace. Ma questo accordo di normalizzazione – che il governo israeliano sta cercando di vendere come accordo di pace – ci costringe a ricordare a noi stessi cosa intendiamo veramente per pace. Un accordo di cui profittano principalmente le industrie delle armi e le élite economiche, e in cui i perdenti sono le persone, non è un accordo di pace. È un accordo di guerra – dei governi contro il popolo.

Sahar Vardi è un attivista anti-militarista israeliano e uno dei fondatori di Hamushim, un progetto che sfida l’industria militare israeliana e il commercio di armi.

Traduzione a cura di Alessandra Mecozzi da: https://www.972mag.com/israel-uae-deal-arms-industry/?fbclid=IwAR1UU9NLM49u6nTln6jLfPI0-js0ichLU-tQvF9neY4ZuG7seiIHCpulxZU

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