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L’estinzione del Libano

Ibrahim Omar – Syrie

di Nahla Chahal da Assafir al Arabi luglio 2020 Editoriale

… Il secondo segno della miseria attuale del Libano è che anche “l’élite alternativa” si trova senza progetto, senza immaginazione politica e senza volontà. Rimane in silenzio o si accontenta di deridere qualsiasi cosa…2020-08-22

Ibrahim Omar – Syrie

In Libano la gente muore di fame. Quelli che erano al riparo dal bisogno, perdono il posto di lavoro e mandano meno a scuola i figli. L’avvenire è oscuro per tutti, salvo che per una minoranza di ladri e persone di potere che hanno fatto uscire i loro soldi dal paese verso paesi esteri complici…Complici per cupidigia se non per “simpatia” verso questa categoria di manigoldi che governa il paese e gestisce gli affari, mostrando allo stesso tempo una vergognosa docilità verso i “signori” dell’Occidente e dei paesi del Golfo.

Chiariamo questo punto, prima di passare ad altro. Le dichiarazioni rese nel 2019 da Antonio Maria Costa, allora direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, sono state recentemente riprese da The Guardian e Mediapart. Confermano che 352 miliardi di dollari di profitti prodotti dal traffico di droga sono entrati in banche europee nel 2008, in piena crisi finanziaria mondiale. Le banche, che avevano bisogno di liquidità hanno accettato e incassato il danaro mentre le autorità hanno chiuso gli occhi e coperto l’affare. La fuga “clandestina” del danaro dei grandi correntisti delle banche libanesi, molto più semplice di quella storia del 2008, è ugualmente avvenuta con cognizione di causa e con l’approvazione delle autorità di entrambi i lati. Ecco!

La decadenza dell’èlite tradizionale

La cattiva gestione dell’economia sovrana del Libano non comincia oggi, si è sviluppata nel lungo periodo. Senza dubbio, è stata guidata da un misto di corruzione e ignoranza, al quale si aggiunge – ed è il punto più importante, o per lo meno quello che più ci interessa qui – una assenza totale del senso delle responsabilità di fronte al paese e ai suoi abitanti. Se l’Iraq, ad esempio, riposa sulla fortuna che gli garantiscono le sue riserve di petrolio e il suo potenziale economico diversificato – anche se questo potenziale è messo deliberatamente fuori uso – il Libano, piccolo paese dalle risorse limitate, non riposava che sulle sue riserve bancarie.

Soprattutto dato che il turismo è stato congelato da più di 10 anni. Per fare pressione sulle autorità libanesi e sui cittadini, certi paesi del Golfo hanno proibito ai propri cittadini di visitare il Libano. Questo turismo, con i servizi collegati, era una fonte di entrata di danaro nel paese.

Il centro della città di Beirut, ricostruito dall’impresa “Solidaire” su iniziativa di Rafic Hariri, è diventato una zona deserta. Ristoranti e alberghi sono falliti, come locali, centri commerciali, gli appartamenti di lusso dei suoi edifici e grattacieli, le sue boutiques di lusso che gli ingenui pensavano rivaleggiassero con quelle di Parigi o New York…Tutte queste cose non erano state previste per servire gli abitanti del paese, ma per soddisfare i desideri di quei ricchi turisti, che consumavano senza badare a spese, in modo osceno.

Si è instaurato un modo di vivere, si sono diffusi dei valori anche tra chi non era interessato da questo modo di vita, anche perché i nuovi ricchi del paese sono, pure loro, un prodotto importato dall’estero. Per la maggior parte, hanno accumulato le loro ricchezze facendo gli intermediari e gli agenti nel traffico di mercanzie di ogni tipo (armi, sesso, droghe, etc…) presso i paesi del Golfo e dell’Africa (che lavorano con i paesi occidentali “rispettabili”), o perché si sono associati al monopolio di prodotti legali alla moda, o si sono prestati come facilitatori in transazioni diverse in cambio di commissioni. Tutto questo passa attraverso la porta del politico e più precisamente dell’accaparramento del potere, giacché oggi più che mai resta in vigore l’antica regola: nei nostri paesi, il potere è la fonte della ricchezza…

Trascurate scelte diverse

In Libano erano possibili altri modelli di investimenti e di produzione di reddito, anche se meno redditizi di questa dismisura, nei campi della salute e dell’istruzione, ad esempio, dove il Libano ha antiche tradizioni e un saper fare eccellente, riconosciuto ed apprezzato nell’insieme della regione, e che le disgrazie del paese non hanno degradato fino al punto di renderlo obsoleto. Nessuna delle personalità al potere ha guardato alla promozione di questa alternativa, che avrebbe richiesto volontà, individuazione di obiettivi e programmazione. Erano troppo occupati a cercare di ripristinare la modalità che conoscevano e che stava andando in pezzi. Questo palese vuoto indica la piattezza delle élites esistenti che non “credono” in nessuna idea e mancano di immaginazione e volontà. Non sono Michel Chiha, né Camille Chamoun, Saeb Salam, Rachid Karamé, Riad Al Solh o Adel Osseiran e molti altri… I contemporanei ci fanno rimpiangere i nomi di quelli che noi – rivoluzionari degli anni 70, figli dei rivoluzionari degli anni 40 – combattevamo e dei quali volevamo sbarazzarci perché “reazionari”, “arretrati”, “altezzosi”, “autoritari”, e incarnavano il sistema del “feudalesimo politico”, ed altri attributi con i quali allora li definivamo.

Assenza di una élite alternativa

Il secondo segno della miseria attuale del Libano è che anche “l’elite alternativa” manca di progetto, immaginazione politica e volontà. Rimane in silenzio o si accontenta di deridere qualsiasi cosa, quando non cerca di aggrapparsi ai “signori” nella speranza di ottenere una carica o altre “sovvenzioni”. È ambita anche per la sua cultura e le capacità che mancano a questi signori, dal momento che ogni fede in un progetto e in valori alternativi è evaporata per “realismo”, si dice, e dopo le sconfitte? Ma è davvero la sola ragione? O si può sospettare il predominio di uno stato d’animo arrivista che i valori circostanti considerano legittimo e perfino una prova di intelligenza.

Il Libano prigioniero del suo “ruolo”

Il Libano, nato nel 1920, in circostanze più simili a un accordo d’affari che ad un atto di costituzione, ha trascorso la metà della sua esistenza in un equilibrio relativamente costante, anche se fragile per la natura degli elementi di questo accordo. La “nuova sinistra libanese” aveva elaborato teorie ed analisi su questo Libano. Ne ha individuato le specificità e ha constatato che il paese era fondato su un sistema in cui le crisi si ripetevano continuamente, al ritmo dei cambiamenti nell’equilibrio dei componenti interni e regionali che lo circondano o lo costituiscono. Ha posto l’accento sulla “funzione” del Libano, creato per occupare un ruolo preciso, quello di rifugio finanziario, politico, culturale e terreno di azione delle “informazioni” del mondo intero in una regione sconvolta e esplosiva. Sta qui il senso della sua neutralità, dichiarata e implicitamente agita da tutti, ma che è restata ambigua, e che assomiglia al gioco di un equilibrista su una corda rigida. Questa nuova sinistra ha fatto analisi pertinenti che hanno considerato diversi livelli di realtà, contrariamente alla sinistra tradizionale, rappresentata dal Partito Comunista, che si contentava di applicare le analisi della lotta di classe, prodotte in Europa, su una struttura e su dinamiche che con quelle non hanno niente a che vedere.

Crisi che si susseguono e che costituiscono il paese

La costruzione, fragile, su cui riposa il Libano ha conosciuto nel passato momenti di squilibrio violenti. Nel 1958, quando il Presidente della Repubblica Camille Chamoun ha voluto unirsi al “patto di Bagdad” americano, contro di lui è scoppiata una rivoluzione. La situazione ribolliva di avvenimenti colossali, come l’unità dell’Egitto e della Siria, e la rivoluzione irachena del 14 luglio 1958 che ha rovesciato la monarchia e il suo uomo forte, Nouri el Said, amico di lunga data di Camille Chamoun.

Nel 1969, la resistenza Palestinese è entrata in Libano dopo i massacri commessi in Giordania contro l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Questa entrata è stata codificata (almeno in teoria) dall’Accordo del Cairo. Nell’insieme del contesto Arabo ( anche dopo la scomparsa di Gamal Abdel Nasser, leader influente che poteva negoziare, pur con animosità, con gli altri leader arabi ben presenti) esistevano le condizioni capaci di contenere le tensioni della formula libanese, con il suo equilibrio ondeggiante, ma che era una formula utile a tutti…finché questo contenimento non affonda e il Libano vive 15 anni di una guerra civile brutale e distruttiva.

Ma questi anni di guerra civile sono stati accompagnati da una grande abbondanza finanziaria. L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina spendeva nel paese somme gigantesche e vi arrivava una profusione di aiuti arabi e internazionali con nomi diversi. D’altro canto, il sistema finanziario e bancario libanese era restato operativo ed è stato scosso solo quando la resistenza Palestinese è uscita dal Libano con i suoi soldi nel 1982, dopo la guerra condotta da Israele, che ha finito per occupare Beirut con l’esercito nemico. Allora, il tasso di conversione del dollaro è aumentato del 1000%! Fino al 1982 tre lire libanesi valevano 1 dollaro. Molto rapidamente questa equivalenza è salita a 3000 lire libanesi per 1 dollaro!

Il mito della “pace globale”

Da allora l’equazione del Libano è stata sconvolta. E’ vero che c’è stato l’Accordo di Taef, che ha messo fine alla guerra civile, e che avrebbe dovuto significare l’avvento di una “pace globale” che certo non ha avuto luogo, mentre il “nuovo Libano” del dopo Taef era stato costruito su questa ipotesi. Nuovi elementi che puntavano tutti verso la situazione attuale sono entrati in scena: l’assassinio di Rafic Hariri e di un certo numero di personalità politiche e mediatiche, la ritirata conseguente delle forze siriane che per 30 anni hanno devastato il paese con la corruzione, l’aggressione israeliana pesante del 2006 che ha avuto luogo con la copertura diretta e pubblica degli Stati Uniti e dei paesi del Golfo e che ha fallito il suo obiettivo principale, sradicare il partito Hezbollah…Per tutte queste ragioni e altri sviluppi importanti verificatisi nella regione, Hezbollah considera il Libano solo come un terreno dove deve confermarsi la sua influenza per corrispondere ad una visione geo-strategica regionale che guida le sue battaglie.

… Tutti questi elementi insieme – non soltanto e unicamente la strategia ostile della UE, né l’incapacità europea di continuare a proteggere e aiutare il Libano, né il rancore dei paesi del Golfo – hanno contributo alla crisi attuale che è distruttiva e cambierà il Libano che conosciamo.

E questo avviene in una fase in cui il Libano è sterile di qualsiasi iniziativa intellettuale o pratica che cerchi una via di uscita. In questo stato comatoso, non è stata offerta alcuna spiegazione pubblica dalle istanze che governano il paese. Il loro silenzio è assordante. Ma non è stato neanche prodotto alcun testo interessante per spiegare in modo serio ai cittadini quello che gli succede. Le sole proposte che vediamo passare sono o tecnocratiche o puramente formali, in altre parole, chiacchiere! Di questi tempi, la classe politica è in uno stato di decadenza vergognosa: “Tutti, ma proprio tutti” secondo lo slogan della mobilitazione popolare del 17 ottobre 2019.

Voltarsi a Est

Solo Hezbollah propone, attraverso le dichiarazioni del suo Segretario Generale, che “guardiamo verso Est”, in risposta alla guerra del dollaro, alle sanzioni e ricatti americani e per impedire la fame che minaccia il paese…

Ma, per la stragrande maggioranza dei Libanesi, questa proposta non è attraente, perché significa un cambiamento radicale del loro modo di vivere, e l’ingerenza di una potenza alla quale nessuno auspica di avvicinarsi e di cui il suo stesso popolo vorrebbe sbarazzarsi: “A est? Nè la Siria né l’Iran ne sono esempi promettenti. Né l’Iraq, di cui Stati Uniti e Iran si sono divisi il saccheggio fino all’annientamento. Né d’altra parte la Cina, troppo lontana e che agirà attraverso i suoi mediatori regionali, e anche loro detestabili.

E’ spaventoso che i libanesi siano sottoposti al ricatto di rischiare di morire di fame se non accettano questa “proposta”. Ed è anche vergognoso che Hezbollah si vanti delle sue armi che “nessuno può toccare” e si dica orgoglioso che né lui né i suoi simpatizzanti siano preoccupati dalla precarizzazione disastrosa delle condizioni di vita, dato che i loro dollari non si trovano nelle banche – secondo quanto dichiarato da Sayyed Hassan Nassrallah – e che d’un tratto tutto va bene!

Questo ricorda un esempio recente ancora presente nei ricordi, quando in risposta all’embargo, alle sanzioni e ai ricatti occidentali sull’iraq (1991-2003) Saddam Hussein costruiva palazzi, moschee grandiose, organizzava banchetti sontuosi, mentre gli Iracheni morivano di fame. Così hezbollahh ritiene che può contentarsi di salvare la pelle sua e della sua cerchia, e che il parere del resto della popolazione non ha alcuna importanza dal momento che è lui – e lui solo! – a condurre la sola battaglia che valga la pena, quella “strategica”!

Tradotto dall’arabo in francese da Fourate Chahal el Rekaby

Tradotto dal francese da Alessandra Mecozzi

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