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"Voglio essere visto": viaggio attraverso il Medio Oriente sotto il lockdown da coronavirus - Palestina Cultura Libertà
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“Voglio essere visto”: viaggio attraverso il Medio Oriente sotto il lockdown da coronavirus

Con un computer, Zoom e una lista di domande, ho parlato con i giovani della regione dell’influenza sulla loro vita di COVID-19

Di Yuval Abraham* + 972 magazine 6 maggio 2020

Daham Al-Shanabia, Amman Giordania

Daham un giovane giornalista, risponde a una chiamata su Zoom dal suo monolocale ad Amman. Ha una lunga barba, un segno della pace tatuato sul braccio destro, una sigaretta tra le labbra e due computer. “Il coronavirus ha raddoppiato il lavoro,” mi dice.

Cinque anni fa, nella città di Daraa, in Siria, la sua vita è cambiata completamente. Stava tornando a casa in autobus dall’università dove studiava medicina quando un aeroplano siriano bombardò il bus ferendolo gravemente. All’età di 18 anni Daham fu evacuato in un ospedale in Giordania che accettò di curarlo. Ottenne lo status di rifugiato. Il suo sogno di diventare dottore se ne andò insieme alla mano.

Cinque anni dopo, Daham deve ancora guarire. La mano brucia di notte, ma quando parliamo è vivace e di buon umore. “Adesso, in quarantena, ho cominciato a imparare a suonare la melodica (strumento a fiato n.d.r). Ho sempre sognato di suonare uno strumento e questo è l’unico per cui basta una mano sola” ride. “Anche per l’armonica hai bisogno di due mani. Ci ho provato.”

Daham è uno degli 1,8 milioni di rifugiati siriani che vivono in Giordania. Quasi tutti vivono alla giornata, con più dell’80 per cento al di sotto della soglia di povertà. Ora la situazione è addirittura peggiorata. Daham, che prima viveva nel campo profughi di Zaatari, è riuscito a sistemarsi come giornalista dalla grande città, ma è preoccupato per gli amici che ha lasciato.

“ I campi non hanno avuto casi di coronavirus ma le famiglie che ci vivono, stanno andando a pezzi finanziariamente. Non c’è lavoro, le scuole sono state chiuse e i bambini non hanno accesso a computer o al cellulare e stanno avendo problemi con l’insegnamento a distanza. “

Per assistere le famiglie più povere il governo Giordano si è messo a tramettere le lezioni per la scuola elementare per televisione. “Le trasmissioni sono suddivise per orario e per classe, spiega Daham. Tutti in Giordania hanno la televisione a casa e quindi la cosa funziona bene.”

La Giordania ha preso una serie di ulteriori provvedimenti più severi per arginare la diffusione del virus (ci sono attualmente 471 casi confermati e ci sono stati 9 morti). “L’esercito giordano è dappertutto (a Amman),” dice Daham. “ C’è il coprifuoco notturno, non si può girare in macchina e se ti trovano, le auto sono confiscate. Chi infrange le regole paga una multa di 100 dinari (141 dollari). Funziona bene, e ora stanno cominciando a parlare di tornare alla normalità.”

Dico a Daham che a giudicare dalla sua faccia, dimostra più di 23 anni. “E’ la barba”, ride, “non ci sono barbieri ed è troppo lunga. Credimi, senza barba sembro un bambino. Sono chiusi i barbieri e quasi tutto è chiuso. La persona che ho visto più spesso in questo mese è quello che vende le sigarette. Mi mancherà”.

Durante i due anni al campo di Zaatari, che sono stati il periodo più duro e di maggiore solitudine della sua vita, Daham è entrato in un gruppo teatrale e ha studiato recitazione. “Stare su un palcoscenico, comunicare con una folla che ha bisogno di incoraggiamento – questo mi ha salvato “. Ora stanno riaffiorando quelle stesse emozioni.

“Una settimana fa, mi sono messo davanti allo specchio per affrontare la solitudine e ho parlato con me stesso. Come un pazzo. Avevo un’idea. Ho inventato il personaggio di un pazzo e mi sono filmato mentre parlavo di cose che mi addolorano come le disuguaglianze economiche, ma facendolo in modo buffo”.

Una foto di Amman dall’appratmento di Daham al-Shanabla

Shadi, Campo profughi Ein al-Hilweh, Libano

Shadi è nato a Ein al-Hilweh, noto come la “capitale dell’esilio palestinese”. Il campo ospita centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi, la maggior parte arrivati da villaggi, centri urbani e città della Galilea. “ La mia famiglia viene da un piccolo villaggio vicino a Safed non molto distante dal campo” dice Shadi.

Sahdi è un attivista per la giustizia sociale che ha da poco compiuto 30 anni. Ogni giorno carica un video su facebook in cui aggiorna i residenti del campo sugli sviluppi dell’epidemia, nello stesso tempo condanna duramente sia l’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi che il governo libanese.

“L’economia si è fermata e la gente sta agonizzando economicamente”, continua. “Se fossi stato un membro di Fatah o di Hamas l’UNRWA mi avrebbe aiutato. Ma, siccome non faccio parte di nessuna organizzazione, come la maggior parte dei residenti nel campo, nessuno si occupa di me. I funzionari dell’UNRWA, che dovrebbe essere una organizzazione neutrale, sono tutti membri di una formazione politica e aiutano solo i loro compagni. Sono corrotti.”

Il governo libanese nega la cittadinanza alla maggior parte dei rifugiati palestinesi e anche l’accesso ai servizi sanitari e all’educazione. Si impedisce loro anche il lavoro in molti settori, mi dice Shadi. “E’ una oppressione totale”.

Due anni fa, Shadi ha creato una organizzazione umanitaria neutrale per i residenti di Ein al-Hilweh. “Abbiamo raccolto fondi, contribuito alla pavimentazione delle strade e organizzato attività sportive per adolescenti,” mi dice. Senonchè, sotto la crisi del coronavirus l’organizzazione ha cominciato a sfaldarsi . “Non riuscivamo più a raccogliere fondi perché la gente era senza soldi. Adesso siamo noi, gli organizzatori, ad avere bisogno di aiuto”:

Ci sono ancora residenti di Ein al-Hilweh che continuano a dipendere dall’aiuto di Shadi. “Da quando è cominciato il coronavirus, il mio telefono è stato sommerso di messaggi. La maggior parte delle persone chiede cibo o medicine. Qui sono tutti disoccupati e non hanno nessuna entrata. E’ difficile per me rifiutare. La gente arraffa quel che può dagli avanzi dei verdurai.”

Il campo è diviso in base ai villaggi di origine che furono distrutti nel 1948: Saffuriya, al-Manchiyeh, Safsaf, Hittin, e altri. Shadi mi manda una foto presa dalla sua finestra che guarda sul quartiere in cui è cresciuto. E’ una brutta vista, dice.

La vista dall’appartamento di Shadi sul campo profughi di Ein-el Hilweh Libano

Il richiamo del muhezin alla preghiera si può sentire attraverso Zoom, ma Shadi dice che nessuno va alla moschea a pregare. Chiedo come è stato crescere in un campo profughi . “Ti darò una descrizione breve, perché non ho molta connessione internet,” ride,” E’ come a Gaza; fitto, povero affollato. Anche peggio. In Gaza sono oppressi ma almeno vivono nella loro terra. Qui sei oppresso, ma vivi in un paese straniero.”

Più e più volte Shadi esprime scoraggiamento e rabbia nei confronti delle forze dei potenti che hanno determinato il suo destino. Quelli che hanno forzato la sua famiglia all’esilio e a disperdersi per il mondo; le fazioni palestinesi corrotte che non li rappresentano, l’UNRWA che non fa il suo dovere e il governo libanese che rifiuta cittadinanza e uguali diritti ai rifugiati palestinesi.

L’internet di Shadi comincia a cedere. Yalla, devo andare, dice. Prima che se ne vada, chiedo: “ Qual è la cosa più importante per te? “Che cosa è più urgente?”

Si siede in silenzio per un momento e, proprio prima di chiudere, risponde:”Voglio essere visto”.

Neamat Muhammad, Alessandria, Egitto

Dalla morte di suo padre, Neamat ha vissuto con la madre ad Alessandria. Lavoravano duro tutte e due nei loro impieghi a tempo pieno, ma ora sono disoccupate. “Siamo bloccate in salotto tutto il giorno”, dice esausta, “mi mancano i miei amici.”

Secondo Facebook, Neamat e io abbiamo qualcosa in comune. Entrambe seguiamo l’Accademia della Lingua Ebraica. Ride quando glielo dico. “Ho studiato ebraico all’Università del Cairo”.

Nel 2013, quando nessuno voleva visitare la città a causa delle primavere arabe, Neamat ha deciso di studiare turismo. “L’università ci chiese di scegliere una lingua da una lista di 16 .” dice, “ a quel tempo nessuno sceglieva ebraico perché nessun turista veniva in Egitto da Israele. “mi sono detta: walla, non ci sono studenti – sarà una classe piccola, sarà bello”.

Si rivelò uno sbaglio. Neamat, che imparò a parlare bene l’ebraico, rimase bloccata per tre anni con una lingua inutile e niente lavoro. Gli israeliani non sono più tornati in Egitto fino allo scorso anno.

E poi è scoppiata la pandemia.

“Il turismo qui è crollato,” dice Neamat. “Proprio quando si cominciava a sentire che finalmente le conseguenze delle primavere arabe si erano dissolte, tutto di nuovo è stato distrutto.” L’industria egiziana del turismo è stata fiorente nel 2019, con profitti superiori del 28% rispetto agli anni precedenti e con un picco di numero di turisti che quasi poteva rivaleggiare con i numeri di prima della rivoluzione egiziana.

“Quello che mi fa più paura sono i mesi estivi,” Neamat mi dice, “Riaprirà l’aeroporto? I turisti saranno abbastanza coraggiosi da tornare?”

L’Egitto ha 100 milioni di abitanti, il paese più popoloso del Medio Oriente. Il governo ha riferito di 7.201 casi di coronavirus e 452 decessi. Ma, a causa della mancanza di test e di trasparenza, è difficile verificare questi numeri. L’Egitto è uno dei paesi del mondo con il maggior numero di giornalisti in prigione; secondo le notizie, in maggio sono stati arrestati alcuni giornalisti dopo che avevano messo in dubbio le statistiche sul coronavirus pubblicate dal governo.

Ho chiesto a Neamat di fare una foto dalla finestra del suo soggiorno. Ride. Se insisti a voler vedere l’Egitto nel mezzo di una crisi, dice, sarebbe meglio che tu visitassi il sito web del Ministero del Turismo che da qualche tempo offre ai visitatori l’opportunità di visitare i luoghi del paese standosene a casa loro.

Le strade di Alessandria sono vuote di turisti. La vista dall’appartamento di Neamat.

Jameel al-Jameel, Bakhdida, Iraq

La foto di Jameel su facebook lo mostra in piedi su un palcoscenico con gli occhi chiusi e un pezzo di scotch che gli chiude la bocca. “Questa foto è stata fatta alla cerimonia in memoria del genocidio dei cristiani in Iraq.” Dice. “Mi ero messo lo scotch e sono salito sul palco dove sono rimasto in piedi per un minuto, poi sono sceso – senza dire una parola. Sulla mia camicia era scritta una lista di tutti i massacri che abbiamo subito negli ultimi cent’anni, a partire dal 1915 sotto l’impero ottomano per arrivare fino al 2014 con i massacri dell’ISIS.”

Jameel è un poeta, un giornalista e un attivista sociale che vive in una città cristiana di nome Bakhdida nel nord dell’Iraq, non lontano dalla città di Mosul. Diverse sette cristiane in Iraq”, dice, “hanno subito oppressione e asservimento per decenni. La violenza mi ha indurito e formato. La povertà, i tradimenti, l’odio.Tutto questo alla fine ha fatto di me un attivista per la giustizia sociale e, stranamente, un ottimista.”

Jameel mi ha mandato un primo piano del suo volto scarificato. “Questa è del 2010, dice, la mia faccia è stata distrutta. Stavo andando a Mosul con un gruppo di studenti cristiani. Al-Qaeda ha messo una bomba e il risultato è stato la mia faccia bruciata”.

Jameel fa parte della generazione più giovane politicizzata, che manifesta apertamente in Iraq contro le divisioni delle sette e delle religioni che per anni hanno fomentato conflitti nel paese. Al contrario della generazione dei suoi genitori, si definisce semplicemente come cristiano, piuttosto che come Assiro-Cristiano.

Come in molti altri posti al mondo, il coronavirus ha prodotto in Iraq la sospensione delle scuole, i negozi hanno chiuso, i movimenti sono stati limitati e ai residenti è stato detto di rimanere a casa. Il guaio, dice Jameel, è stato prima di tutto economico e psicologico. “ La vita si è fermata completamente. Come giornalista, ho avuto il permesso di muovermi. Ne ho approfittato per parlare alle famiglie e sentire di cosa avevano bisogno.”

la vista di Bakhdida, Iraq, dalla finestra di Jameel

Jameel ha raccolto attorno a sé un gruppo di volontari e insieme hanno fornito aiuto alle famiglie più bisognose che si erano impoverite. “Nell’ultimo mese, abbiamo distribuito cibo e medicine a più di 600 famiglie ,”dice Jameel, “ abbiamo raccolto donazioni da cristiani che vivono fuori dall’Iraq. La maggior parte della comunità cristiana vive nella diaspora”.

“Molti dei nostri residenti soffrono di problemi psicologici,” aggiunge, “particolarmente le donne. Ci sono famiglie che sono state distrutte a causa dei problemi economici, ci sono stati molti divorzi e sfortunatamente c’è stato un aumento della violenza contro le donne.”

Jameel crede nel promuovere una identità nazionale irachena inclusiva che unificherà tutte le etnie e i gruppi religiosi del paese. La lotta contro il coronavirus ha rafforzato questo sentimento nazionale che, dice, è aumentato negli ultimi anni soprattutto tra i giovani iracheni urbanizzati.

“Attraverso il paese si è avvertito un senso di solidarietà e di destino comune” dice. “ Dopo tutto, il virus ci tocca tutti – senza differenze di religione o di setta.

Il nazionalismo iracheno si è rafforzato. Il coronavirus è la nostra occasione di riconnetterci alla nostra umanità, a un sentimento che costruisce ponti invece che muri”

Sana, striscia di Gaza

Sana ride per tutto il tempo che parliamo. Anche quando parla di temi difficili con una onestà brutale, cerca sempre di parlarne con una battuta. “Sono il tipo di persona che guarda al mondo dall’esterno,” dice, “ e questo è perché scrivo molto. Ho studiato letteratura all’università.”

La famiglia di Sana originariamente veniva da un piccolo villaggio che oggi si trova nel territorio dell’attuale Israele e che fu distrutto nel 1948, trenta chilometri dal campo profughi in cui è nata. “Non voglio spaventarti, ma è ben noto che la gente del mio villaggio ha un caratteraccio, quindi attenzione”, minaccia e ride.

Nell’ultimo mese, Sana ha lavorato da casa osservando rigidamente le regole. “Il mio sistema immunitario non è a posto e sono leggermente apprensiva, così ho deciso di non uscire da casa. Molti a Gaza lavorano da casa ma nessuno li obbliga a farlo perché le autorità non hanno chiuso l’economia. C’è ancora gente che lavora fuori di casa.”

Sana dice che il ministero della salute di Gaza sostiene che il blocco della Striscia è sufficiente ad impedire la diffusione del virus e basta isolare tutti coloro che sono arrivati da fuori. “Hamas ha aperto un certo numero di centri di isolamento e per ora la cosa funziona. Non abbiamo avuto casi di coronavirus fuori da questi centri.”

In confronto ad altri governi della regione, Hamas ha preso misure minime di fronte al virus; nessuna chiusura, nessun coprifuoco è stato imposto l’economia è stata chiusa solo parzialmente. Sana dice che le autorità hanno chiuso le moschee e le scuole e, cosa più pesante, hanno proibito l’ingresso alla passeggiata del lungomare. “Questo è l’unico posto dove si può respirare sotto il blocco, e però continuo a vedere su internet foto di persone che stanno sulla spiaggia. Come fanno? Non lo so.” Ride.

Oggi, quando è uscita di casa per la prima volta e ha camminato attorno al campo profughi, le strade erano eccezionalmente vivaci. “I centri commerciali erano aperti e la vita scorreva come se le cose fossero normali.”

Chiedo a Sana com’era la vita in quarantena. “Dice che passa del tempo con i figli di suo fratello che vivono al piano di sopra. “Hanno 9 e 10 anni e il tempo che ho passato con loro mi ha fatto molto pensare. Ho pensato a come crescono in fretta, da queste parti, troppo in fretta.”

La vista sul campo profughi dove viva Sana, a Gaza

Chiedo che cosa vuol dire con questo. “Durante l’ultima guerra, mio fratello aveva detto ai bambini che il rumore dei bombardamenti era prodotto da gente che gettava cioccolato e poi diceva: ecco qui, vi ho portato la cioccolata. Io però ho rifiutato di mentire loro. Ho detto loro dei bombardamenti perché li amo, perché sapevo che dovevano crescere in fretta, altrimenti la realtà li avrebbe feriti. Questo è come io sono cresciuta, questo è come tutti cresciamo qui.”

“Ti dirò qualcosa”, continua. “ Non ho paura dei bombardamenti. Non tremo, il mio cuore non batte mai più forte. Al contrario spesso scoppio a ridere.”

“ E non solo questo. Quando ci bombardano, se un’amica vicino a me piange, grida, chiede di andare a casa, Sento…. E’ difficile per me spiegare, è come se volessi sgridarla, con rabbia, come se non avesse nessun diritto di avere paura.”

“E ci ho pensato molto recentemente,” continua, “Non so come gestire questa cosa. Non è sano, vero? Mi secca. Ci sono persone che conosco che sono morte, intere famiglie e non sento niente. Ora, se mi fai vedere un film sentimentale o mi leggi una frase commovente, scoppierò subito a piangere. Ma la mia realtà- quella non mi tocca.”

Dovrei scrivere tutto ciò? Chiedo. Annuisce. “ La gente pensa sempre che noi …che la ferita è fisica. Voglio che sappiano che la ferita per me è mentale. Sono sopravvissuta a tre guerre e sono ancora un essere umano. Ma che tipo di persona sono? Sono devastata internamente e non so come ripararmi.”

Poi si ferma, guarda su e ride ancora. “ Mi dispiace molto che tu mi abbia intervistato e abbia ascoltato queste cose; di averti passato tutta questa energia negativa” “No, dico, hai detto cose che erano difficili, ma sei piena di un’ energia buona”. “Non lo so, dice, forse.”

Prima di chiudere la chiamata chiede che si usi uno pseudonimo per lei. E’ chiaro a entrambi che non c’è niente di innegabile in questa conversazione, almeno fin tanto che la mia gente terrà sotto assedio la sua. “Che nome dovremmo scegliere?” chiedo. “Non ho idea,” risponde, “ora che ci conosciamo pensa alle mie qualità che sono venute alla luce e magari ti ispirano”.

Sana, il suo pseudonimo, significa “una luce nel buio”.

Il peso di attraversare confini

Lo scenario del contagio di massa e un enorme numero di morti – come stiamo sperimentando in questi giorni negli Stati Uniti – non si è ancora visto in nessun paese arabo. Tuttavia, le conseguenze economiche si sentono già e sono ugualmente pericolose. Secondo le Nazioni Unite, un milione di persone cadranno sotto la soglia della povertà nel mondo arabo in seguito alla pandemia del COVID-19.

Al di là della crisi economica, il viaggio tra Egitto e Iraq mi sommerge con ogni possibile pensiero sui confini. Come è facile attraversarli virtualmente e come è difficile e penoso attraversarli emotivamente e politicamente.

Le dimensioni emotive e politiche del confine sono intrecciate. E’ impossibile spingere una persona oltre un confine politico senza spingerla anche oltre un confine emotivo, senza disumanizzare lui o lei. E’ vero anche l’opposto: quando un confine emotivo è infranto veramente, anche il confine politico che lo custodisce crolla.

Le conversazioni che ho fatto hanno messo alla prova i miei confini emotivi. Non avevo mai parlato prima a qualcuno come Shadi, un rifugiato palestinese in Libano. E’ parte di un gruppo che è stato spinto fuori dalla mia coscienza, fuori dai confini delle mie emozioni. E improvvisamente lui appare come una persona -piena di vita, di amore, di umanità-e scalza quel che avevo represso. E’ uno strano momento, perché ci costringe a venire a patti con un confine politico che era sempre stato invisibile.

In Israele/Palestina, ripensare il confine politico significa uno stato bi-nazionale per i due popoli. Un posto in cui Sana, che non è mai uscita dalla Striscia di Gaza, può studiare all’estero, viaggiare per il paese, vivere a Gerusalemme, e persino ricostruire il villaggio da cui è venuta la sua famiglia. Un posto che sarà casa per ebrei e palestinesi allo stesso modo.

Molti liquidano questi pensieri come ingenui, castelli in aria impossibili. Non mi affretterei a cancellarli subito. Se c’è qualcosa di incoraggiante nell’attuale crisi è che gli esseri umani sono capaci di adattarsi rapidamente a cambiamenti radicali. Ciò che è considerato impossibile oggi diventa la normalità di domani.

Yuval Abraham* fotografo e studente di lingue

Traduzione Gabriella Rossetti da https://www.972mag.com/middle-east-zoom-coronavirus/

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