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Lezione sulla lotta anti-apartheid di un ebreo sud-africano dissidente

Amjad Iraqi* +972 Magazine 6 maggio 2020

Denis Goldberg, morto il 29 Aprile, ha ricordato ai palestinesi che il mondo ha già visto il loro stesso tipo di oppressione – e che può essere sconfitto

Denis Goldberg, l’attivista ebreo-sudafricano anti-apartheid, è morto il 29 Aprile, due settimane dopo il suo 87esimo compleanno.

A febbraio 2014. grazie ad un amico che ero andato a trovare, ho avuto la fortuna di vedere Goldberg, che teneva un discorso all’Università di Oxford. L’evento durò meno di due ore, ma rimane uno dei momenti fondanti del mio processo di conoscenza della politica.

Laureato in ingegneria e da molto tempo membro del Congresso Nazionale Africano (ANC), Goldberg era uno dei leader nella progettazione per l’Umkhonto We Siwze, l’ala militare del Congresso. Fu arrestato e sanzionato insieme a Nelson Mandela, Walter Sisulu, Ahmed Kathrada e altri leader nel processo di Rivonia nel 1963/64, e lì condannato all’ergastolo. Goldberg fu mandato nella prigione per bianchi a Pretoria, i suoi compagni a Robben Island vicino a Cape Town.

Dopo ventidue anni in prigione, Goldberg fu rilasciato nel 1985, grazie ad una campagna di attivisti israeliani, tra cui c’era anche sua figlia Hilary che viveva in un kibbutz, e si occupava di liberare prigionieri ebrei in tutto il mondo. La campagna, insieme alla lettera di Goldberg stesso al presidente sudafricano P.W. Botha, si era impegnata a convincere Israele e la Gran Bretagna ad intervenire nella sua liberazione.

Dopo essere stato liberato, si esiliò in Gran Bretagna (era molto critico nei confronti del sionismo, delle politiche di Israele contro i Palestinesi, e le relazioni tra Israele e Pretoria), dove continuò a fare pressioni per conto dell’ANC. Dopo le prime elezioni libere in Sudafrica del 1994, Goldberg perseguì iniziative filantropiche insieme all’ attivismo politico.

Elezioni in Sud Africa A voter casts her ballot in a polling station in Edendale Township in Pietermaritz. 1/Apr/1994. UN Photo/Chris Sattlberger. www.unmultimedia.org/photo/

Goldberg si trovava ad Oxford per tenere il discorso annuale in memoria di Bram Fischer, l’avvocato comunista bianco che aveva condotto il team legale che rappresentava gli imputati di Rivonia. Fischer stesso sarebbe poi stato condannato all’ergastolo per il suo attivismo comunista, morendo nove anni più tardi in prigione per un cancro.

Il tributo fu bellissimo, un intreccio tra racconti dell’impegno politico di Fischer, il suo atletismo, i suoi gusti musicali, le sue espressioni arrabbiate e la sua umiltà. Guizzi del famoso senso dell’umorismo di Goldberg si percepivano nel discorso: parlando di una rivolta contadina del 1381 come un esempio di lotta di classe, disse “Sapete, il tempo speso in prigione ripaga, ho avuto modo di leggere e scoprire la Storia!”

Qualche volta la sua voce tremava e faceva una pausa quando l’emozione per l’amico perso lo colpiva. Ringraziò Fischer ed il suo team per avergli “letteralmente” salvato la vita, a lui e ai suoi compagni, dicendo al pubblico “Chiaramente è bello ricordare questo con voi stasera.”

La cosa che mi colpì di più furono i dilemmi che Goldberg e gli altri imputati di Rivonia ebbero nel doversi confrontare con una corte di bianchi pro-apartheid.

Spiaggia solo per bianchi Segregated beach at Stranofontein near Cape Town. 1/Jan/1985. UN Photo/A Tannenbaum. www.unmultimedia.org/photo/

Accusati per sabotaggio, erano quasi certi che sarebbero stati condannati a morte. Se fosse stato deciso così, scelsero di non fare appello. Il loro primo obiettivo non era salvare loro stessi, ma affrontare frontalmente il regime. Goldberg raccontava: “Lo stato voleva un processo fantoccio, così l’abbiamo capovolto per mostrare che era il regime stesso la fonte di violenza e brutalità. In altre parole, dovevamo dimostrare il terrorismo di Stato.”

Fischer era d’accordo con questa strategia politica, ma esortò gli imputati a fare appello se ce ne fosse stato bisogno. Insisteva che avrebbe almeno aiutato a guadagnare tempo – non solo per le vite degli imputati, ma per consentire una accelerazione della pressione internazionale contro il regime di apartheid (verso la fine del processo, il Consiglio di Sicurezza ONU varò la Resolution 190, che esortava tutti gli stati a esercitare la loro influenza su Pretoria per liberare i prigionieri politici).

Inaspettatamente, la corte li condannò all’ergastolo, ma gli imputati decisero di non fare appello per non peggiorare la situazione. Nonostante tutto, avevano raggiunto il loro obiettivo: la loro difesa al processo di Rivonia divenne un punto fondamentale per spostare l’attenzione mondiale sull’eliminazione del regime apartheid. “Ci ricordò, notò Goldberg, che “il nostro futuro era più legato alle politiche sudafricane, che a qualche concetto isolato di legge, giustizia o ingiustizia.”

Seduto tra gli spettatori, mi aggrappavo ad ogni parola del discorso di Goldberg.

I dilemmi che aveva sollevato erano un riflesso di come i palestinesi vivano sotto il regime israeliano, sia in quanto cittadini sottoposti ad una legge civile, sia in quanto soggetti occupati sotto una legge militare.

Le corti di giustizia israeliane, come quelle sudafricane, sono lontane dall’esercitare un controllo sul potere statale, sono lo strumento per furti di terra, legislazione razzista, separazioni di famiglie, impunità militare e molto altro. E anche se le leggi israeliane sono meno esplicite nel contenuto razzista di quelle di apartheid sudafricane, hanno lo stesso obiettivo: mantenere la supremazia e i privilegi di un gruppo di individui su un altro gruppo.

Goldberg era d’accordo con questo. Come molti altri leader nella lotta contro il governo di apartheid, lui sosteneva che “Non ho alcun dubbio che in Israele ci sia uno stato di apartheid… E non posso lasciare che una simile oppressione continui, in mio nome.”

Goldberg sosteneva che Israele non dovesse essere una copia del Sudafrica per attuare l’apartheid, e il fatto che alcuni palestinesi avessero la cittadinanza israeliana e il diritto di voto non cambiava la situazione. “E’ semplice: il gruppo dominante esclude gli indigeni da pari diritti all’interno dei confini di Israele e dei territori occupati, violando le leggi internazionali.”, diceva.

Non c’è da stupirsi che gli avvocati e gli attivisti palestinesi abbiano sempre guardato all’esperienza sudafricana per trovare risposte nella loro lotta. Che cosa possiamo ottenere da un sistema organizzato per opprimerci? Rivolgersi alle corti di giustizia non farebbe altro che rafforzare la pretesa di Israele di essere una “democrazia”, dato che consente necessari processi? Queste domande non sono legate solo al nostro contesto, eppure, dopo 70 anni, i palestinesi hanno visto ancora pochi frutti del loro impegno.

Nel momento della conferenza riservato alle domande, ho potuto interrogare Goldberg sulle simili sfide che abbiamo dovuto affrontare usando la legge in Palestina/Israele e che consigli poteva darci. Goldberg rispose che uno Stato ha sempre l’obiettivo di “riprodursi” e che tutte le leggi seguono questo obiettivo. La legge da sola non può liberare le persone da un regime repressivo, e non ci sono vittorie immediate nella lotta, meno che mai in un’aula di tribunale

Però, se usata in modo critico ed intelligente, la legge può essere uno strumento importante per combattere uno Stato. Che essa sia usata per difendere le persone da pratiche ingiuste o per richiedere al governo beni essenziali, i progressi che facciamo possono fare la differenza – forse non ora, magari domani, forse non in un’aula di tribunale, magari da qualche altra parte.

Infatti, se gli imputati di Rivonia non avessero usato il tribunale a loro vantaggio, probabilmente sarebbero stati uccisi. Mandela non sarebbe mai diventato presidente e i prigionieri di Rivonia non avrebbero mai visto l’apartheid cadere.

La carriera stessa di Fischer incarnava questa filosofia. “Come funzionario della corte, lui era tenuto a mantenere lo stato di apartheid”, diceva Goldberg “ma come rivoluzionario, lui usò il tribunale per rovesciare il regime che doveva mantenere.”

Durante il processo prima della sua condanna, Fischer disse al tribunale in sua difesa che “quando la legge è ingiusta, si deve obbedire ad una legge più alta nell’interesse della giustizia”. Questo per Goldberg segnò “una distinzione tra la giustizia e le decisioni della corte stabilite per preservare lo stato.”.

Avevo già sentito queste parole in precedenza, in Israele/Palestina e nel resto del mondo, ma sentirle pronunciare da questo leggendario prigioniero politico dava loro un peso tutto diverso. Come altri leader della lotta contro l’apartheid che ora sono morti – Mandela, Sisulu e Oliver Tambo – Goldberg era l’incarnazione vivente di questa lotta politica che durò decenni, che richiese impegno, dedizione e adattamento, tanti fallimenti quante vittorie, umiltà, non gratificazione. Egli ci ricorda che, per quante dolorose esperienze i palestinesi abbiano affrontato, il mondo ha già visto prima questo tipo di oppressione, e può essere sconfitta.

* Amjad Iraqi è redattore e scrittore per +972 Magazine. Analista politico nel think tank Al-Shabaka, e in precedenza attivista coordinatore nel Centro Adalah. E’ cittadino Palestinese di Israele, risiede ad Haifa.

Traduzione Caterina Pellegrino da https://www.972mag.com/denis-goldberg-apartheid-palestine/

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