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Israele dopo il corona virus: una crisi, uno Stato

Gideon Levy da Haaretz 6 maggio 2020

Improvvisamente i Palestinesi possono dormire in Israele, gli operatori sanitari palestinesi raccolgono lodi e gli israeliani sperimentano una “occupazione”. Forse questa crisi dimostrerà che siamo tutti esseri umani?

Quando è esplosa la crisi del coronavirus è successo qualcosa che all’inizio sembrava marginale e non ha attirato una particolare attenzione: Israele ha annunciato che avrebbe permesso a un gran numero di lavoratori palestinesi provenienti dai territori occupati di rimanere per la notte in territorio israeliano in modo da poter continuare a lavorare nel paese.

Boom. Un grande numero di terroristi palestinesi avrebbero potuto fermarsi a dormire in Israele – e per di più nel bel mezzo di una epidemia? Dov’è lo Shin Bet, dove sono i servizi segreti quando ne hai bisogno? Dove sono la Polizia Israeliana e le altre agenzie della sicurezza? Chi ci proteggerà da queste masse di bombe a orologeria umane che dormiranno vicino alle camere da letto nostre e dei nostri bambini?

Abbiamo avuto una paura mortale di questa gente per due decenni. Per vent’anni ci hanno messo in guardia contro di loro. Dalla seconda intifada non abbiamo permesso loro di rimanere a pernottare in Israele. Ma all’improvviso, sotto la minaccia della pandemia del coronavirus, la paura è sparita, insieme al divieto di pernottamento, come se non ci fosse mai stato un problema.

Improvvisamente, quelli che fanno tutti i lavori edili in questo paese possono anche dormire qui. E’ successo e non è crollato il mondo. Ma si può sempre contare su Israele, naturalmente: quando sarà finita la pandemia, i palestinesi che costruiscono questo paese probabilmente dovranno di nuovo fare la spola tra i checkpoints a notte fonda.

Palestinesi in strada verso il lavoro in Israele. “Chi ci proteggerà da queste masse di bombe umane ad orologeria?” Credit Edit Salman

Nelle ultime settimane il virus si è diffuso nell’area tra il Giordano e il mare e Israele e l’Autorità Palestinese si sono incontrati sotto un pesante carico di paura e di angoscia. Questo è stato il periodo più tranquillo da anni nella regione.

I confini di Israele, i villaggi e i centri urbani, i campi profughi e le città della Cisgiordania e della striscia di Gaza, tutti questi luoghi sono stati tranquilli come non mai. Una mano invisibile ha fermato il fuoco, i suoi razzi e i palloni incendiari come anche gli imprigionamenti e gli assassinii. Durante la pandemia c’è stata una pausa nelle ostilità che continua tuttora. Tutto ciò probabilmente passerà come se non fosse mai successo, oppure no.

Nello stesso tempo medici, farmacisti, personale ospedaliero e altri operatori di supporto arabi, si sono trovati in prima linea nella lotta contro il coronavirus. I mezzi di comunicazione, che non avevano mai notato la loro esistenza e quella del loro popolo e che in tempi normali non li prendevano mai in considerazione, improvvisamente tributavano loro stima e rispetto. Improvvisamente, sono esseri umani forse per la prima volta nella loro vita.

Epidemiologi e direttori d’ospedale arabi magari non sono ancora considerati esperti abbastanza da essere mostrati in televisione a parlare delle loro competenze, ma di colpo ci sono arabi sulla prima pagina del quotidiano Yedioth Ahronoth – e non si tratta di terroristi. Chi l’avrebbe mai creduto?

Tra quelli che accendevano la torcia alla vigilia del giorno dell’Indipendenza, il momento culmine delle cerimonie sioniste, quest’anno c’era una rappresentanza araba- anche se non era la prima volta naturalmente. Ma quest’anno non era un “arabo buono” o un collaborazionista ma un professionista medico cui si accordava un riconoscimento per la sua opera e non per la sua “lealtà”.

C’è stato anche un altro sviluppo sorprendente il cui impatto è difficilmente valutabile: per la prima volta nella loro storia, gli israeliani hanno cominciato a sentirsi palestinesi. Non in realtà, ma tuttavia hanno sperimentato l’essere soggetti anch’essi a coprifuoco, alle chiusure e ai checkpoints e stanno sperimentando la disoccupazione ad un livello impressionante. Sanno che la situazione è temporanea e che le misure restrittive sono giustificate, ma tuttavia hanno avuto un assaggio di ciò che è l’occupazione.

Tutto ciò li aiuterà a sentire un poco di identificazione con le vittime palestinesi? Gli israeliani si renderanno conto che quel che hanno sperimentato per due mesi è ciò che i palestinesi hanno vissuto per più di 50 anni in condizioni di incredibile abuso e umiliazione? Non è sicuro, ma forse succederà.

Ebrei ultra-ortodossi a un posto di polizia in Beit Shemesh, Credit Ohad Zwigenberg

Fiorirà una primavera di speranza? Non è molto probabile. Ma il coronavirus ci ha spinto di un centimetro più vicino alla soluzione di uno stato unico, che sembra essere l’unica soluzione rimasta. Un piccolo passo per un essere umano, un piccolissimo balzo per l’umanità. Un balzo molto piccolo, fragile e reversibile.

Gli arabi di Israele per un momento sono stati visti come essere umani come noi- di fronte allo stesso pericolo, affrontandolo come facciamo noi e fortunatamente non diffondendolo più di quanto facciamo noi, come qualcuno di sicuro avrebbe sperato. Il terrorismo nei territori è morto. Avere a che fare con i due lati del confine è diventata una questione civile come in un paese normale con persino qualche spruzzata di assistenza medica, qui e là.

Gaza è rimasta chiusa in una prigione. I coloni della Cisgiordania che non perdono occasione per azioni violente, anche durante l’epidemia, hanno distrutto, assaltato e rubato più di quanto non facciano di solito. E non è passato per la testa a Israele di compiere un gesto come il rilascio di un prigioniero. Tuttavia, c’è qualcosa nell’aria che genera speranza.

Gli israeliani trarranno qualche conseguenza da questi piccoli progressi? Se sono stati piantati dei semi per un serio cambiamento di prospettiva, come non è mai successo prima d’ora, questo indurrà gli israeliani a capire che i palestinesi sono esseri umani proprio come noi, con gli stessi sogni e gli stessi diritti?

Non ci sono le premesse per nutrire grandi aspettative. Gli agenti di guerra e di odio, il nazionalismo e il razzismo rimangono potenti come sempre. Tuttavia due popoli, una epidemia, uno stato. Per un momento, il solo paese in cui due popoli vivono sotto tre diversi regimi ha sospeso la sua folle corsa alle armi e al sangue.

Anche se per produrre un cambiamento ci vuole un disastro molto più grande, possiamo tuttavia consolarci con un piccolo disastro che può produrre un cambiamento anche più piccolo e probabilmente fugace. Ma dobbiamo essere grati per qualsiasi cosa si riesca ad ottenere.

traduzione di Gabriella Rossetti da https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-israel-after-coronavirus-one-crisis-one-state-including-the-palestinians-1.8819039

PalestinaCeL

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