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Tre lezioni dalla Palestina per vincere la pandemia

Maren Mantovani per Palestine Chronicle

Quando la pandemia di COVID-19 ha cominciato a fermare il mondo, una semplice immagine con lettere bianche su sfondo nero ha iniziato a circolare sui social media: “Caro mondo, com’è il blocco? Gaza”.

Un messaggio che pone alcune domande fondamentali: l’apartheid israeliano e le sue pratiche autoritarie saranno un modello per le risposte globali alla pandemia? Approfondiremo il divario tra quelli che devono essere salvati e quelli che sono lasciati morire dietro i muri fisici o virtuali? C’è una lezione da imparare dalla Palestina su come costruire una risposta alternativa che crei un mondo post-COVID19 più giusto e sostenibile?

I muri non uccidono il virus ma le persone

L’esperienza della maggior parte delle persone nel Nord del mondo confinata nelle loro case ha poco in comune con i 13 anni di disumani assalti militari di Israele sulla Striscia di Gaza occupata e il popolo palestinese rinchiuso in ghetti e sotto attacco costante da parte di Israele. Tuttavia, i migranti ai confini dell’Europa che, con la scusa delle chiusure a causa di COVID-19, sono stati uccisi mentre cercavano di attraversare la recinzione che militarizza i confini, evocano le immagini delle centinaia di palestinesi uccisi dai cecchini durante la protesta alla recinzione attorno a Gaza che circonda e chiude la Striscia. La realtà a Gaza o nelle comunità beduine palestinesi, dove Israele continua a demolire anche gli ospedali da campo elementari e l’accesso all’acqua viene sistematicamente tagliato per espellerle, fa eco alla realtà delle persone che affollano le favelas del Brasile, senza accesso all’acqua corrente o al sapone. Il popolo palestinese si sente molto vicino ai milioni di persone in India che le misure anti-COVID19 imposte dal governo fascista indù hanno espulso dalle città in cui hanno lavorato e costretto a camminare giorni interi, senza cibo solo per essere bloccate ai punti di controllo militarizzati ai confini tra gli stai.

I muri ideologici del suprematismo, del nazionalismo e del razzismo sono venuti alla luce al diffondersi del virus. Il messaggio da Gaza ci ricorda che è esattamente la struttura ideologica sui cui si basa l’apartheid di Israele.

Un mondo in cui alcuni devono essere salvati e altri sono superflui nella migliore delle ipotesi e indesiderati la maggior parte delle volte, la necropolitica pervasiva, l’esercizio del potere in cui intere popolazioni sono ridotte a “morti viventi” si manifesta in tutta la sua crudeltà oggi in Palestina e attraverso il mondo.

Essere “fuori dal muro” significa che le misure di prevenzione COVID-19 smettono di essere utili o non sono pensate per te. Nel caso dell’apartheid israeliano, ciò porta la maggior parte dei lavoratori israeliani a rimanere a casa, mentre ai lavoratori palestinesi viene chiesto di stare lontani da casa per settimane in condizioni disumane di vita e senza equipaggiamento protettivo per mantenere a galla l’economia israeliana. Quando si ammalano, vengono scaricati come immondizia dall’altra parte del muro. Perfino i cittadini palestinesi di Israele hanno dovuto lottare duramente per accedere sufficientemente alle informazioni in arabo – sembra che le regole non fossero state realmente pensate per loro.

Le frontiere sono state chiuse e muri sono stati alzati non solo in Palestina ma in tutto il mondo in questo periodo, anche più alti e militarizzati di prima. Ma mentre uccidono gli esclusi, non fermano il virus.


Sanità pubblica o guerra?

La domanda di Gaza “Com’è il blocco?” è una domanda anche per coloro che sono dentro i muri. I blocchi sempre più stretti e il prevalere dello stato di emergenza hanno sospeso i diritti civili e le libertà e aperto la strada a un periodo di forme estreme di biopotere, o “un’esplosione di numerose e diverse tecniche per ottenere la sottomissione dei corpi e il controllo delle popolazioni”, come affermava Michel Foucault. L’isolamento personale, la quarantena e il tracciamento dei contatti sono misure importanti contro la diffusione del coronavirus. Tuttavia, ci sono preoccupazioni non solo per la salute pubblica: il modo israeliano di attuare tali misure sono paradigmi repressivi e i metodi della sua industria militare, testati da tempo sui palestinesi.

Israele è stato uno dei primissimi Paesi a promuovere a livello globale la propria operazione di spionaggio digitale, guidata dall’agenzia di sicurezza militare Shin Beit, come misura anti-COVID19. Ha potuto agire così in fretta perché aveva già in atto un sistema di sorveglianza quasi illimitato, su questa scala oggi inaccettabile negli stati democratici. La società che ha avanzato l’idea dell’operazione spia anti-COVID19 insieme al ministro della difesa è stato l’ NSO Group, la società israeliana di cyber tech con stretti rapporti con la principale agenzia di spionaggio militare del Paese Unit 8200 e nota soprattutto per il suo malware Pegasus, pirata e spia. Pegasus ha trasformato i telefoni in dispositivi di spionaggio ed è stato usato da alcuni dei più repressivi governi del mondo per colpire i difensori dei diritti umani e i giornalisti.

Ora NSO Group promuove la sua tecnologia per combattere la pandemia di COVID-19. Sembra che un certo numero di paesi stia già conducendo studi pilota. John Scott Railton, di Citizen Lab, cane da guardia della privacy di Toronto, ha osservato che “l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è un’azienda segreta che afferma di risolvere una pandemia rifiutando di dire chi sono i suoi clienti”.

Un nuovo quadro di “consenso volontario” per il monitoraggio delle app viene attualmente testato su palestinesi con permesso di soggiorno in Israele. Viene loro richiesto di scaricare una nuova app in sostituzione degli appuntamenti di ufficio per controllare o rinnovare i permessi. Questa app tiene traccia della posizione e può accedere praticamente a tutte le informazioni sul telefono, inclusa la sua fotocamera. Per installare l’app, agli utenti viene chiesto di concordare di fornire informazioni che verranno utilizzate ‘per qualsiasi scopo, anche a fini di sicurezza’ di loro ‘spontanea volontà’.

Se tali operazioni fossero in grado di salvare vite umane, ne nascerebbe un dilemma morale. Non c’è. Privacy International dimostra che tali sistemi sono stati provati con precedenti epidemie come MERS ed Ebola e non si sono dimostrati efficaci.

Man mano che i blocchi vengono gradualmente eliminati, dobbiamo garantire che non siano i paradigmi di sorveglianza di Israele e le aziende di sicurezza militare e nazionale a inquadrare le politiche. Non solo finanzieremmo l’occupazione militare israeliana della Palestina, ma importeremmo alcune sue caratteristiche nella nostra vita.

Diffondere la solidarietà

La domanda di Gaza “Com’è il blocco?” ci invia un terzo messaggio: come resistere e costruire alternative di solidarietà. Il coronavirus ci ha caricato sulle spalle una battaglia ben maggiore della crisi sanitaria che ha provocato. Le ingiustizie economiche, politiche e sociali stanno venendo alla ribalta.

Se vogliamo uscire dalla crisi con più uguaglianza, più diritti, più solidarietà e cura, non possiamo fare affidamento su strumenti e metodi di repressione, dobbiamo spezzare la complicità con coloro che aumentano la curva dell’ingiustizia senza una strategia di uscita e costruire invece legami di solidarietà.

Il popolo palestinese è un esempio di lotta, di solida volontà non solo di sopravvivere ma di vivere con dignità. Dimostrano al mondo che le persone hanno il potere collettivo di uscire da questo nella giusta direzione.

I palestinesi hanno iniziato dal primo giorno ad organizzarsi contro la pandemia. Abituati ai blocchi e alle catastrofi e sicuri che non avrebbero potuto fare affidamento sul potere statale per proteggerli, nei villaggi, nei campi e nelle città palestinesi i comitati di emergenza popolari forniscono informazioni, kit igienico-sanitari e cibo per i più vulnerabili.

In tutto il mondo, le persone promuovono alternative. Nelle favelas brasiliane, gruppi di azione simili ai comitati in Palestina stanno sensibilizzano e sostengono. Il Kerala, uno stato dell’India meridionale con un governo di sinistra, ha ottenuto notevoli successi nel proteggere la popolazione dal virus, dimostrando che anche a livello istituzionale la cooperazione con i pazienti nel tracciare i contatti è più efficace della sorveglianza, la mobilitazione dal basso, un sistema sanitario funzionante e politiche sociali sono ancora strumenti più efficaci della repressione nel combattere la pandemia.

Il numero crescente di webinar e conversazioni online ci ha avvicinato più che mai. Il confinamento si è aperto come spazio di riflessione per ripensare radicalmente la politica. L’impatto della pandemia ha portato l’urgenza dell’unità e della lotta comune in primo piano nell’agenda. L’internazionalismo non è un’aggiunta alla politica locale e nazionale, ma l’essenza stessa della capacità di sfidare il sistema che ci sta respingendo tutti, in un modo o nell’altro.

Il punto di osservazione dalla Palestina può insegnarci che la cooperazione e la solidarietà sono la via d’uscita e che dobbiamo vincere questa battaglia di idee. Abbiamo bisogno di assistenza sanitaria e politiche sociali, non della sicurezza nazionale e dell’industria delle armi, dei sistemi di sorveglianza e della militarizzazione, pronti a reprimere gli stessi movimenti che richiedono queste politiche sociali. “Caro mondo, come va il blocco? Gaza” ci ricorda che libertà, giustizia e uguaglianza per tutti sono urgenti, necessarie e indivisibili.

Traduzione Alessandra Mecozzi da https://www.palestinechronicle.com/three-lessons-from-palestine-to-overcome-the-pandemic/

– Maren Mantovani è coordinatrice delle relazioni internazionali della campagna Stop the Wall e della Coalizione di difesa della terra palestinese. Fa parte del Segretariato Internazionale del Comitato Nazionale Palestinese BDS (BNC).

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