
Il 13 dicembre si è tenuto alla Casa internazionale delle donne, a Roma, un incontro dedicato a bambini e bambine palestinesi. La giornata di maltempo e di sciopero non ha consentito a chi avrebbe voluto di partecipare. Per questo diamo la possibilità di goderne almeno in parte attraverso la pubblicazione delle letture in tre sessioni, alternate a video, musiche, presentazioni di libri per bambini. La registrazione completa della giornata potete vederla qui https://www.facebook.com/watch/live/?ref=watch_permalink&v=999928128604330
Ippolita Paolucci, Patrizia Cecconi si sono alternate nella lettura di questi testi
Prima lettura
S. Yizhar. La rabbia del vento.1949
Samih al-Qassem. I ragazzi di Rafah (tradotta da Giovanni Canova); anni ‘70
Nizar Qabbani, bambini che portano le pietre; 1987
Ibrahim Nasrallah, Ragazzo 1; anni ‘80
Fadwa Tuqan per i martiri dell’intifada 1990
1)S. Yizhar. Da “la rabbia del vento”. Riflessioni di un militare sionista durante la deportazione degli abitanti di un villaggio palestinese nel 1848. (1’ 40”)
…A quel punto vedemmo una donna che passava in un gruppo di tre o quattro. Teneva per mano un bambino di forse sette anni. C’era in lei qualcosa di speciale. Sembrava risoluta, cieca nel suo dolore ma controllata. Le lacrime le scorrevano sulle gote quasi non fossero sue. Anche il bambino gemeva a a labbra strette, come a dire “cosa ci avete fatto?”
Sembrava che all’improvviso lei sola sapesse cosa stava succedendo lì, tanto che provai vergogna e abbassai lo sguardo. Era come se dai suoi passi e da quelli del figlio salisse un grido, una sorta di maledizione carica d’odio. Notammo quanto fosse fiera di non degnarci neanche della minima attenzione. Capimmo che era una madre-leonessa. Elevati dal dolore e dalla tristezza sulla nostra natura malvagia i due passarono oltre e noi notammo come nel cuore del bimbo stesse succedendo qualcosa per cui, quel medesimo piccolo che ora piangeva silenziosamente, una volta cresciuto non sarebbe potuto diventare altro che una vipera. (Cioè un combattente).
2) Samih al Qasim. Nasce nel 1939 a Zarqa e insieme a Darwish e a Tawfik Zayyad è considerato uno dei massimi poeti della resistenza palestinese
I ragazzi di Rafah (2’36”)
A colui che scava nella ferita di milioni la sua strada
A colui che sul carro armato schiaccia le rose del giardino
A colui che di notte sfonda le finestre delle case
A colui che incendia l’orto, l’ospedale e il museo
e poi canta sull’incendio.
A colui al cui passo si sciolgono i capelli delle madri per i figli perduti
E sono vigne schiantate.
A colui che condanna a morte la rondine della gioia
A colui che dall’aereo spazza via i sogni della giovinezza
A colui che frantuma l’arcobaleno,
annunciano questa notte i bambini dalle radici tronche,
annunciano questa notte i bambini di Rafah:
noi non abbiamo tessuto coperte da treccia di capelli
noi non abbiamo sputato sul viso della vittima
(dopo averle estratto i denti d’oro)…
Perché dunque ci strappi la dolcezza
e ci dai bombe?
Perché rendi orfani i fanciulli degli arabi?
Mille volte grazie!
Il dolore ci ha fatto raggiungere l’età della virilità
e dobbiamo combattere!
Il sole era sulla baionetta di un conquistatore
E un nudo cadavere umiliato
ingoia il silenzio per l’astio contro i rosari
e contro i visi congestionati intorno ad essi..
Un soldato occupante dall’aspetto della leggenda grida:
“Non volete parlare?
Bene… Coprifuoco tra un’ora”
Si separò dalla voce di Ala’uddin
la nascita dei cardellini feriti:
io ho lanciato pietre sulla jeep dell’esercito…
io ho distribuito volantini
io ho dato il segnale
io ho abbellito l’emblema
portando la mia sedia e la spazzola
da un quartiere…a una casa…a un muro
io ho radunato i ragazzi
e abbiamo giurato… in nome dell’esodo dei profughi
di combattere
per tutto il tempo che brillerà nelle nostre strade
la baionetta di un conquistatore.
(Ala’uddin non aveva ancora venti anni)
3) Ibrahim Nasrallah (38”) è uno scrittore palestinese, nato in un campo profughi ad Amman, nel 1954. Vincitore dell’Arabic Booker Prize nel 2018.
Ragazzo1
Non un uccello sul filo
Né voce che porga una lacrima
Non una rosa nel giardino
Né un giardino che nasconda due amanti
Non un gelsomino a inerpicarsi sul muro
Né un muro a sorreggere il corpo dell’ucciso
Non nuvola che prenda la mano al cipresso
Non cipresso in mano allo spazio…
Una pietra che il bambino lancia
Impedisce al cielo di cadere
4) Nizar Qabbani (23) nato a Damasco, 21 marzo 1923 – morto a Londra, 30 aprile 1998) è stato un diplomatico, poeta e editore …
Bambini con le pietre
Con le pietre in mano
Loro sconfiggono il mondo
e ci portano la buona novella.
Esplodono di collera e d’amore, e cadono
mentre noi siamo un branco di orsi polari:
un corpo corazzato contro il brutto tempo
5) Fadwa Tuqan poeta palestinese nata a Nablus nel 1917, considerata “la madre della poesia palestinese”, ha fatto della sua arte una scelta politica e una modalità di espressione di genere, in lotta prima contro l’oppressione familiare, poi contro l’occupazione israeliana..
Per i martiri dell’intifada (44”)Hanno tracciato la strada verso la vita
l’hanno intarsiata di corallo e di giovane linfa
Hanno innalzato i loro cuori con mani infuocate di brace e di pietre
…Hanno gridato:
è tempo di essere forti, sii forte
La loro voce è rimbombata alle orecchie del mondo
la sua eco è arrivata ai confini del mondo
È il tempo di essere forti,
e loro sono diventati forti…
E sono morti in piedi
illuminando il cammino
… baciando le labbra della vita
Seconda lettura (circa 3 minuti)
Khaled Juma, oh bambini mascalzoni di Gaza, ritornate. 2014
Ahlam Bsharat alla bambina Remas di Gaza, (forse 2021)
Dunia al-Amal Ismail, Se avessi tardato un po’ (2023/2024) Come in festa (2023/2024)
- Khaled Juma, nato a Rafah nel 1965 e cresciuto nel campo profughi di SHABOURA . Questa poesia è stata scritta durante margine protettivo nel 2014 (secondo l’ONU 2.251 assassinati tra cui 551 bambini)
Oh bambini mascalzoni di Gaza, tornate! (40”)
Oh bambini mascalzoni di Gaza
voi che mi disturbavate
costantemente con le vostre urla
sotto la mia finestra
voi che riempivate ogni mattina
con fretta e caos
Voi che avete rotto il mio vaso e
avete rubato il fiore solitario sul
mio balcone
Ritornate, e urlate come volete e
rompete tutti i vasi
Rubate tutti i fiori. Ritornate.
solo, ritornate…
2) Ahlam Bsharat , poeta e scrittrice per ragazzi (40”)
Dedicata alla bambina Remas di Gaza
La poesia delle lacrime
La poesia esiste
per ingannare l’impotenza di scrivere le lacrime.
Ho visto il video della bambina, Remas
mentre parla di sua sorella martire, Rafif
Non ho mai pensato di scrivere una sola parola
Volevo solo piangere sulla pagina
Poi i lettori avrebbero letto le mie lacrime
e avrebbero detto:
Questa è una poesia
ecco una poesia
È una poesia di lacrime.
La poesia esiste
Per ingannare l’impotenza di scrivere le lacrime
3) Dunia al-Amal Ismail Gaza, 2024 (38”)
Se avessi tardato un po’
Se avessi tardato un po’,
guerra, se tu avessi tardato un po’,
se solo mi avessi concesso un po’ di tempo per caricarmi la casa sulle spalle
ti avrei delusa per non essermi arresa
avrei preparato il cuore a una crudeltà ancora maggiore
seminando nel tuo cielo
la follia del paese
la tenacia dei bambini
la fragilità del mio cuore innamorato.
4) Dunia al-Amal Ismail Gaza, 2024 (36”)
Come in festa
Come se fosse festa
gli aerei strappano il manto della notte
rimuovono le tende e i veli delle case
il soldato si diverte come in festa
ride a crepapelle
in mezzo ai suoi congegni letali
come fosse a teatro, a una commedia
rimbomba nel buio dei nostri cieli
mentre gli occhi dei piccoli si chiudono
alla luce dei loro sogni.
Terza lettura (circa 12 minuti)
Najwan Darwish, breve racconto sulla chiusura del mare (2018)
Mohammad al-Zaqzouq Dove scrivo adesso (2024)
Amal de Chickera, Lettera a un bambino dallo Sri Lanka (2024)
1) Najwan Darwish, Nato a Gerusalemme nel 1978, è una delle voci più raffinate della poesia palestinese e araba del nuovo millennio. (Circa 2’)
Breve racconto sulla chiusura del mare, 2018
Se entri in quella strada, a lato della città,
quella che porta al campo profughi,
se trovi bambini all’uscita di quella scuola che somiglia a una prigione,
se ne trovi sette sulla soglia del silenzio che osservano,
se vedi un bambino smilzo dagli occhi che brillano dell’intelligenza del
mondo intero,
avrai trovato il mio amico Taysir.
I suoi avevano un paese che fu rubato in pieno giorno.
Potrai scorgere negli occhi suoi inquieti la vivacità degli uccelli del paese
rubato.
Le case di cemento,
il ricordo dello zinco,
il gracchiare spaventoso delle radio dell’esercito occupante durante le
settimane di coprifuoco,
non hanno intaccato il brillare dei suoi occhi.
Una sola volta aveva visto il mare. Nulla lo convincerà a non andarci ancora.
Nei lunghi giorni di coprifuoco lo illudevano: «Finito il coprifuoco ti
porteremo al mare».
Una sera, finito il coprifuoco, gli hanno detto: «Il mare è chiuso a
quest’ora. Va’ a dormire!»
Non aveva dormito quella notte, immaginava un vecchio
chiudere il mare con un’enorme lastra di zinco che si estendeva dalla
stella all’orizzonte alla sabbia della spiaggia,
e lo serrava con un lucchetto grande, più grande di quello del negozio
del padre in via Omar al-Mukhtar.
Aveva immaginato il vecchio tornare poi a casa.
Se entri in quella strada al lato della città
quella che porta al campo profughi
se scorgi due occhi che brillano dell’intelligenza del mondo intero,
chiedi, te ne prego, se il mare di Gaza è stato aperto
o se è chiuso ancora.
(proiezione delle onde del mare sullo sfondo)
2) Mohammad al-Zaqzouq ricercatore nato a Khan Younis nel 1990. Ha studiato lingua e letteratura araba all’Università di Al-Aqsa ed è un collaboratore di varie piattaforme palestinesi e arabe.
Dove scrivo adesso (2024) (circa 3’ e 15’’)
Ricordo, un lontano ricordo d’infanzia, un periodo in cui eravamo in spiaggia. Fu una delle poche volte in cui ci fu permesso di entrare in acqua. Ricordo che ci avvicinammo al mare con paura e apprensione, e che, ogni volta che arrivava un’onda, mia nonna immergeva la testa nell’acqua. Quello strano rituale, noto come “le sette onde”, mi sembrava intriso di meraviglia, dei segreti del mare. Mia nonna immergeva la testa in ogni onda, per sette onde consecutive. Si ritiene che questa ripetuta immersione nelle onde aiuti a liberare l’angoscia e la sofferenza, a sciogliere ogni nuvola di dolore intrappolata nel corpo. Le onde vanno e vengono, ognuna portando via un po’ della tristezza e del dolore , parte del sedimento oscuro che si è accumulato nell’anima. Onda dopo onda, l’oscurità inizia a dissolversi, per essere trasportata lontano nella vastità del mare.
Ora, mentre stavo lì a guardare le persone, giovani e vecchie, che immergevano la testa nelle onde, mi chiedevo: quale mare può sciogliere tutto questo dolore? La guerra infuriava con tutta la sua forza; la morte stava buttando giù le porte e irrompendo in ogni casa. Stavamo annegando nell’oceano della nostra perdita, in un percorso senza precedenti di lutto e mutilazione. Quale mare può mai inghiottire tutti questi lamenti, tutto questo dolore, tutte queste atrocità?
Mentre osservavo le persone apparire e scomparire tra le onde, in me cresceva il desiderio di immergere il mio corpo nel mare. Il mio corpo che era diventato saturo di paura, contorto dalla tensione, dopo lunghe notti di terrore, notti intrappolate nell’oscurità di questo momento che ha fatto convergere le linee della vita e della morte in questo folle cerchio di guerra.
Camminai verso il mare, il vento che mi spingeva contro il viso, la fronte. Non appena l’acqua toccò i miei piedi, un brivido mi attraversò il corpo. E poi, in un secondo, gettai questo corpo esausto nell’acqua salata. Un corpo che era diventato pesante, appesantito dai fardelli, ora veniva reso più leggero dall’acqua. Spinto su, trasportato, con gli occhi chiusi e le orecchie che ricevevano il suono del mare. Mentre l’acqua mi teneva, mi sollevava, guardavo in alto verso un cielo azzurro e privo di aerei, e un lungo silenzio calò, come se non fosse solo un mare.
3) Amal de Chickera avvocata e attivista per i diritti umani dello Sri Lanka-
“È complicato”. Lettera a un bambino(Dallo Sri Lanka) 2024circa 6’ 30’’
Mio caro bambino,
Hai mai sentito un adulto dire “è complicato”?
Quando un adulto dice questo, è molto raro che sia davvero complicato. Questa è una risposta che gli adulti di solito danno quando non vogliono darti una VERA risposta.
Potrebbe essere perché non hanno voglia di prendersi il tempo di risponderti. O forse perché sanno che non gli piacerebbe la risposta che devono dare.
A volte, questo perché la risposta solleverebbe più domande sul loro comportamento. Sai, come gli adulti insegnano ai bambini a essere gentili, a essere giusti, a fare la cosa giusta, a non ferire gli altri, ad assumersi le proprie responsabilità, a non rubare?
Forse, a volte, dicono “è complicato”, perché se effettivamente rispondono alla domanda, la loro risposta sarà l’opposto di “complicato”. Sarà molto semplice. Una semplice, ma dura verità che stanno facendo l’opposto di come dicono ai bambini di comportarsi. Che stanno solo fingendo di essere buoni, ma in realtà sono d’accordo con le cose molto cattive che vengono fatte agli altri.
Vengo da un paese chiamato Sri Lanka. Forse ne hai sentito parlare. È un paese piccolo e molto bello come il tuo. È famoso per il suo tè, che gli adulti (e alcuni bambini) amano bere, e per il cricket, un gioco che in realtà È complicato. Purtroppo, è famoso anche per la sua storia e il suo presente molto travagliati, qualcosa che condividiamo anche con te. Anche in Sri Lanka, gli adulti hanno fatto per molti, molti anni cose cattive che hanno ferito molte persone e poi hanno detto: “È complicato”.
Ma noi vediamo attraverso le loro bugie che non è complicato, è molto semplice: le persone devono trattarsi a vicenda con gentilezza, amore e rispetto. Questo è qualcosa di cui ho scritto anche ai bambini dello Sri Lanka.
Quando vedo tutte le cose orribili, indicibili e crudeli che Israele sta facendo al vostro meraviglioso Paese e al vostro popolo, cose che sta facendo da molto tempo, da prima che voi (o io o persino i miei genitori) nascessimo, mi fa molto arrabbiare sentire la gente dire: “È complicato”.
Naturalmente, conoscete la storia del vostro bel paese meglio di me. Sapete anche meglio di chiunque di noi che non si trovi a Gaza, che non c’è nulla di complicato in ciò che l’esercito israeliano vi sta facendo. È terrificante. È straziante. È doloroso oltre ogni misura. È estenuante. È disumano. È sbagliato. Ma non è complicato.
Mi dispiace molto che così tanti adulti potenti continuino a fingere che sia complicato e non abbiano fermato questa furia crudele. (Molti di loro, la sostengono!) Mi dispiace ancora di più che adulti come me, che sanno che non è complicato, che sanno che è molto semplice, non siano riusciti a trovare un modo per fermarlo. Siamo molti di più e il nostro numero cresce ogni giorno, mentre sentiamo nuove notizie e vediamo nuove immagini della barbara crudeltà dell’esercito israeliano. Ci stiamo provando con tutte le nostre forze, ma non è ancora abbastanza.
Vorrei chiederti di perdonarci. Ma penso che “perdonare gli altri” sia una di quelle cose – come non mentire, non rubare, non ferire, non uccidere – che gli adulti dicono ai bambini, mentre loro inventano scuse per sé e per gli altri adulti che infrangono queste stesse regole.
Penso che dobbiamo guadagnarci il tuo perdono. E questo significa che noi, come adulti, dobbiamo smettere di essere ipocriti. Potresti aver sentito questa parola, è una persona che dice una cosa, ma fa l’opposto. E vedo che ora potresti pensare che “ipocrita” sia un altro termine per “adulto”? Sì, purtroppo lo è, ed è una verità molto semplice e senza complicazioni.
Ma solo quando noi adulti smetteremo di essere ipocriti e quando porremo fine agli orrori che state affrontando; quando potremo aiutarvi a iniziare a sentirvi un po’ più sicuri, un po’ meno affamati, un po’ meno spaventati; allora potremo venire da voi e implorare il vostro perdono.
Sai, il modo in cui ti trattano gli adulti, penseresti che quello che sto per dire sia un’altra bugia ipocrita. Ma la verità è che sei la cosa più preziosa al mondo, come tutti i bambini. E non è solo ipocrisia, ma anche un tipo di follia da parte di noi adulti, che abbiamo permesso ad altri adulti di farti del male e ucciderti in questo modo crudele.
Ma dove sono le mie buone maniere? Avrei dovuto presentarmi a voi fin dall’inizio. Sapete che vengo dallo Sri Lanka, e sapete che sono un’ipocrita, anche se combatto duramente per essere più come una bambina. Dovrei anche dirvi che il mio nome è Amal. Ora, nella vostra lingua, il mio nome significa “speranza”. Nella mia lingua, significa “puro”. E proprio come il mio nome, continuerò a combattere con la pura speranza che porremo fine a questo orrore presto, e la vostra bella, preziosa Palestina sarà una volta per tutte libera. Con tutto il mio amore
Amal

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