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Diritto di guerra o guerra al diritto?

  • René Naba 20 marzo 2026  da https://www.madaniya.info/
  • Diritto di guerra o guerra al diritto? Verso il ritorno della legge della giungla nelle relazioni internazionali.

La legge della giungla è un’espressione che significa “ognuno per sé”, “tutto è lecito”, “sopravvivenza del più forte”, “legge del più potente”, l’opposto dell’espressione originariamente introdotta da Rudyard Kipling ne Il libro della giungla. L’Oxford English Dictionary definisce la legge della giungla come “il codice di sopravvivenza per la vita nella giungla”, generalmente usato in riferimento alla superiorità della forza bruta o dell’interesse personale nella lotta per la sopravvivenza.

In posizione difensiva dall’inizio del XXI secolo, il blocco occidentale, rappresentato principalmente dalla NATO, ovvero dagli Stati Uniti e dall’Europa occidentale, si sta progressivamente liberando dalle norme di diritto che regolano le relazioni internazionali, norme che esso stesso aveva stabilito quando esercitava un’egemonia assoluta sull’intero pianeta, cioè per sei secoli, dalla caduta di Granada e dalla Reconquista spagnola alla scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492.

La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro rappresenta la continuazione della politica aggressiva perseguita dagli Stati Uniti nella loro sfera d’influenza latinoamericana, caratterizzata in particolare dal colpo di stato contro il presidente cileno Salvador Allende nel settembre 1973, dall’assassinio di Ernesto Che Guevara, il leggendario leader rivoluzionario latinoamericano, nel 1967 in Bolivia, nonché dalle azioni in Medio Oriente, con l’obiettivo di perpetuare la supremazia israeliana nella regione, dall’assassinio mirato del generale iraniano Qassem Soleimani, capo della Forza Quds, e dall’offensiva congiunta israelo-americana contro l’Iran nell’aprile 2025. A tal punto che un ex diplomatico americano, William Blum, non ha esitato a definire “la grande democrazia americana”… uno “stato canaglia”.

La fase di decolonizzazione dell’Africa: i casi del Katanga e del Biafra

Il fenomeno non è nuovo. Già durante la fase di decolonizzazione dell’Africa negli anni ’60, culminata nella perdita dei possedimenti coloniali dei paesi occidentali nel continente africano, la secessione delle province africane ricche di minerali fu favorita dalle ex potenze coloniali, desiderose di perpetuare il loro controllo sulle ricchezze del continente.

Questo fu il caso del Katanga (Repubblica Democratica del Congo) e del Biafra (Nigeria). La secessione della provincia congolese fu incoraggiata dal Belgio, ex potenza coloniale del paese, per i suoi diamanti, e quella della provincia nigeriana dalla Francia per il suo petrolio, al fine di garantire un approvvigionamento energetico all’Africa dopo l’indipendenza dell’Algeria e la perdita dei giacimenti petroliferi algerini da parte dell’ex potenza coloniale.

Fu durante la guerra del Biafra che l’organizzazione umanitaria francese “Medici senza frontiere” venne creata su iniziativa di Jacques Foccart, Segretario generale dell’Eliseo, sotto la presidenza del generale Charles de Gaulle, come contromisura alle attività predatorie della “Patria dei diritti umani”.

L’intervento umanitario, un alibi umanitario per le spedizioni imperiali.

A questo proposito, va notato che, se da un lato l’intervento umanitario ha allertato l’opinione pubblica internazionale su scandalosi abusi di potere e casi spaventosi di maltrattamenti, dall’altro è servito anche a giustificare le manovre imperialiste. Pura casualità o mera coincidenza? È sempre stato attuato secondo modalità dettate dal Nord al Sud. Inizialmente un’idea generosa, l’intervento umanitario si è, in pratica, trasformato in un concetto ambiguo che comprende persino le attività dei pompieri piromani.

L’intervento umanitario si è rivelato semplicemente una manipolazione delle organizzazioni caritatevoli per destabilizzare i paesi resistenti all’ordine egemonico occidentale. Dopo settant’anni di esistenza, l’intervento umanitario si riduce a questa cruda equazione: troppo intervento e troppo poco umanitarismo, con l’umanitarismo inversamente proporzionale al livello di intervento.

Il concetto di intervento umanitario, un concetto antico

Nella sua magistrale “Storia della guerra del Peloponneso”, Tucidide descrive come Atene intervenne nelle città che non le giurarono fedeltà per imporre (o restaurare) regimi democratici, mentre la sua grande rivale Sparta fece lo stesso, prediligendo però i regimi aristocratici.

In realtà, ciascuna di queste due città-stato si adoperava per insediare governanti a essa fedeli, con l’obiettivo finale, per entrambe le città rivali, di stabilire la propria egemonia su tutte le città-stato greche. Tucidide dimostra magistralmente che nei rapporti tra le città-stato non si pone la questione della legge o della giustizia, ma unicamente quella delle dinamiche di potere.

Le dimissioni dell’ONU di fronte alle sistematiche violazioni della propria Carta da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati europei rappresentano un esempio moderno di questa osservazione.

Tucidide si propose di creare un’opera senza tempo che dimostrasse come, finché l’umanità rimarrà immutata, i conflitti seguiranno sempre gli stessi schemi. Ventiquattro secoli dopo, l’umanità non è cambiata. Duemilaquattrocento anni dopo Tucidide, è sorprendente che ancora così tante persone discutano sull’opportunità di instaurare la democrazia e proteggere le persone (senza dimenticare la liberazione delle donne) con la forza delle armi. Forse, con la sola forza delle armi, la democrazia alla fine prevarrà…

L’evoluzione del concetto di sovranità statale

Lo Stato sovrano, attore principale e unico nell’ordine internazionale, è ora diventato, con l’ordine sovranazionale (Società delle Nazioni, ONU), un attore principale, ma non esclusivo, nell’ordine internazionale.

Le inflessioni derivano da nozioni derivate che limitano la sua pienezza sovrana, come “il fardello dell’uomo bianco, la missione civilizzatrice dell’Occidente”.

Le prime modifiche al principio di sovranità si sono verificate con la creazione di organizzazioni sovranazionali e più vincolanti [Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), Società delle Nazioni (SNL)], come testimoniato dal Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. In questo senso, il CICR rappresenta la prima limitazione del concetto di sovranità per ragioni umanitarie. La belligeranza viene contenuta da considerazioni umanitarie. La Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra sostituisce il principio del “Guai ai vinti”.

Una panoramica storica dell’evoluzione del concetto di sovranità statale: la distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta.

Il concetto di intervento umanitario è antico. Deriva dalla convergenza di contributi di autori religiosi e laici, mistici e laici. L’idea di intervento umanitario trova le sue origini nel concetto di “guerra giusta”, sviluppato in primis da Sant’Agostino nel IV secolo, che la definì come una guerra per punire l’ingiustizia… e, incidentalmente, per diffondere il cristianesimo.

Quest’idea fu ripresa da San Tommaso d’Aquino (1225-1274), Francisco de Vittoria (1480-1546) e Francisco Suarez (1548-1617), i quali difesero il principio secondo cui, per la felicità della società e dell’individuo, l’esistenza della pace e della libertà è indiscutibile.

I teorici della guerra giusta ritengono che la natura umana consenta la cooperazione e che gli esseri umani conducano guerre giuste non solo per i propri interessi, ma anche contro l’ingiustizia. La guerra giusta è definita come una guerra contro un attacco ingiusto, condotta con mezzi proporzionati all’obiettivo e identificando l’aggressore sulla base di valori morali.

Il primo obiettivo di una guerra giusta è salvare le vittime e instaurare la pace che garantisca la giustizia.

Nella sua opera Il diritto della guerra e della pace, Hugo Grotius, nel 1825, invoca il diritto concesso alla società umana di intervenire nel caso in cui un tiranno sottoponesse i suoi sudditi a trattamenti che nessuno è autorizzato a infliggere.

Da queste idee, nel XIX secolo, emerse il concetto di intervento umanitario, in cui l’intervento di uno Stato contro un altro veniva giustificato dalla necessità di proteggere i propri cittadini residenti in quello Stato.

Emer de Vattel, nella sua opera Il diritto delle genti o Principi di diritto naturale applicati alla condotta e agli affari delle nazioni e dei sovrani, proclamò nel 1758 che “ogni potenza straniera ha il diritto di sostenere un popolo oppresso che ne chieda l’aiuto”.

Il concetto di intervento umanitario è dunque antico. Riprende ed espande il concetto di intervento umanitario che, già nel XIX secolo, autorizzava una grande potenza ad agire per proteggere i propri cittadini o le minoranze (religiose, ad esempio) minacciate.

L’idea di intervento umanitario si è evoluta di pari passo con il mutare del panorama strategico internazionale.

La fine della bipolarità americano-sovietica (1980) ha liberato l’intervento umanitario dai vincoli del veto delle grandi potenze. A questo proposito, è necessario distinguere due tipologie di interventi: quelli precedenti al 1990 (Biafra, Bangladesh) e quelli successivi al 1990 (Iraq, Somalia, ex Jugoslavia).

Il diritto internazionale pubblico è un diritto che disciplina i rapporti di potere. Fornisce un quadro giuridico ai rapporti di potere, codificandoli e rivestendoli di considerazioni morali.

I principi morali universali raramente derivano da motivazioni altruistiche. Più spesso, sono la risposta a considerazioni egoistiche.

La storia ci insegna, l’esperienza ci dimostra: il principio dell’intervento umanitario è come altri grandi principi generali quali la libertà di commercio e industria, la libertà di navigazione o la libera circolazione delle informazioni, o persino la libera circolazione di persone e merci.

Questo era vero in passato, è vero anche per il presente e probabilmente lo sarà anche per il futuro, nonostante la felice globalizzazione, il “villaggio globale”, tutte nozioni forgiate come esche, come inneschi per la ricettività delle idee, la permeabilizzazione delle menti a queste idee.

Un termine complesso che comprende una serie di situazioni, una nozione controversa, nozioni larvali i cui precursori sono, ad esempio, Robin Hood e Madre Teresa (India), Suor Emmanuelle (Egitto)… da individuo a individuo, nell’ordine interno o addirittura intrastatale.

I principali interventi umanitari

Gli esempi di intervento umanitario possono essere classificati in base al contesto globale che influenza l’applicazione del principio. In effetti, si può distinguere una classificazione in tre periodi. Gli interventi si basano sui concetti di decolonizzazione, autodeterminazione e sovranità.

Gli interventi umanitari sono “indiretti” perché la motivazione umanitaria è secondaria.

Primo periodo (1960-1990), il periodo della Guerra Fredda

Gli esempi abbondano: il Biafra, l’intervento che ha dato origine alla guerra; il caso dell’India in Pakistan (1971-1972); il caso della Tanzania in Uganda (1979-1980).

Il Pakistan nacque dalla spartizione dell’India nel 1947. Le due province, prive di contiguità territoriale, furono separate dalla vastità dell’India. Il Pakistan occidentale, patria di Muhammad Ali Jinnah, fondatore del Pakistan moderno, monopolizzò il potere e la ricchezza, nonché le relazioni con le monarchie del Golfo. In risposta, la parte orientale (Dacca), economicamente e socialmente svantaggiata, si allineò all’India sotto la guida di Sheikh Mujibbur Rahman, capo della Lega Awami.

L’intervento del governo centrale di Rawalpindi-Islamabad contro la sua provincia ribelle ha portato l’India, in risposta all’afflusso di rifugiati, a lanciare un intervento militare nel Pakistan orientale e a proclamare l’indipendenza di quello che sarebbe diventato il Bangladesh. Prima dell’intervento, le Nazioni Unite avevano sottolineato l’importanza di rispettare l’integrità territoriale del Pakistan.

Ma la situazione della Guerra Fredda impedì al Consiglio di Sicurezza di prendere una decisione che sancisse o approvasse l’intervento, poiché la Cina e gli Stati Uniti sostenevano il Pakistan, mentre la Russia sosteneva l’India.

L’India ha giustificato il suo intervento citando l’afflusso di rifugiati, non le violazioni dei diritti umani. Davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’India ha fatto riferimento alle “gravi violazioni dei diritti umani” subite dal popolo bengalese e ha affermato che l’obiettivo del governo indiano era quello di salvarlo. Sebbene l’intervento non fosse motivato principalmente da ragioni umanitarie, il semplice riferimento ai diritti umani come giustificazione ha segnato una svolta nel dibattito internazionale.

L’intervento della Tanzania in Uganda nel 1979 si basò sulla regione di Kagera. Idi Amin Dada, un sottufficiale dell’esercito, prese il potere in Uganda con un colpo di stato nel 1971, rovesciando il democraticamente eletto Milton Obote. Secondo Amnesty International, gli eccessi di Idi Amin Dada portarono alla morte o alla scomparsa di 300.000 persone in otto anni. Peggio ancora, nel 1978, l’Uganda annesse Kagera con il pretesto dei suoi legami storici con il paese. Le forze tanzaniane respinsero gli ugandesi e attraversarono il confine per rovesciare Idi Amin. L’Uganda portò la questione dinanzi al Consiglio di Sicurezza, ma il suo ricorso fu respinto a causa della posizione isolata della Tanzania nel panorama geopolitico internazionale.

Le argomentazioni della Tanzania in merito alle violazioni dei diritti umani in Uganda sono state ignorate dalla comunità internazionale, nonostante l’intervento soddisfacesse tutti i criteri per essere considerato un’azione umanitaria. Questi esempi di cosiddetti interventi umanitari “indiretti” dimostrano che, durante la Guerra Fredda, gli interventi apparentemente a scopo umanitario erano invariabilmente accompagnati da obiettivi militari o geostrategici. All’epoca, la giustificazione principale era l'”autodifesa”, non l’intervento umanitario.

Secondo periodo: la fine della Guerra Fredda (1990-2021)

Con la fine della Guerra Fredda, la supremazia del sistema occidentale ha promosso i temi della “democrazia” e della “tutela dei diritti umani”, mentre, simultaneamente, le aree di confronto tra le due superpotenze della Guerra Fredda si sono trasformate in zone di conflitto etnico, religioso e nazionalista, dando luogo a interventi umanitari. Tali interventi hanno assunto un carattere umanitario “diretto” sotto l’influenza della democrazia liberale e della crescente importanza dei diritti individuali. La Jugoslavia (1990), la Libia e la Siria (2021) ne sono un perfetto esempio.

L’umanitarismo in realtà maschera enormi manipolazioni: la teoria dei combattimenti tra cani e il disorientamento informativo

Il primo esempio di intervento umanitario diretto si è verificato dopo la Guerra del Golfo del 1991, con l’occupazione del Kuwait da parte dell’Iraq. Per la prima volta, in nome del diritto all’intervento umanitario, diversi Stati occidentali sono intervenuti nel Kurdistan iracheno nell’aprile del 1991, dopo che il Consiglio di Sicurezza aveva segnalato una “minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali” (risoluzione 688 del Consiglio di Sicurezza).

Iraq

L’Iraq è un mosaico umano, terreno fertile per ogni tipo di manipolazione, a patto che le circostanze siano favorevoli. La minoranza curda nel nord del paese e gli sciiti nel sud sono incoraggiati a ribellarsi dalla sconfitta di Saddam Hussein.

La violenta repressione subita dai rifugiati da parte dell’esercito iracheno è considerata una grave violazione dei diritti umani, con possibili ripercussioni a livello internazionale. Il 5 aprile 1991, il Consiglio di Sicurezza ha adottato la Risoluzione 688, che ha definito il problema dei rifugiati una minaccia alla pace e alla sicurezza, inserendo tale questione umanitaria nel Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite.

Nella risoluzione, i membri del Consiglio esortano l’Iraq a porre fine alla repressione, a garantire il rispetto dei diritti umani e a consentire l’accesso al Paese alle organizzazioni umanitarie internazionali.

La risoluzione non fa riferimento alle operazioni armate, ma per la prima volta riconosce che le violazioni dei diritti umani in un paese minacciano la sicurezza e la pace internazionali. Esistono molti altri esempi di interventi umanitari risalenti a questo periodo.

Somalia

“Restore Hope”, lanciato in Somalia alla fine del 1992 (Risoluzione 794). Nel 1991, il nord del paese dichiarò l’indipendenza, scatenando una guerra civile e una carestia diffusa. La copertura mediatica del conflitto spinse le Nazioni Unite a imporre un embargo sulle forniture di armi e attrezzature militari alla Somalia. Questo embargo era diretto alla Somalia, non all’Etiopia, perché l’Etiopia, un paese africano non musulmano, svolge un ruolo di controllo nel Corno d’Africa.

Ruanda

Operazione Turchese, condotta dalla Francia in Ruanda nel 1994. Il massacro di Tutsi e Hutu, seguito all’abbattimento in volo dell’aereo dell’allora presidente Juvénal Habyarimana, sullo sfondo delle rivalità tra l’Uganda anglofona e la Francia.

La risoluzione 872 del Consiglio di sicurezza istituì una missione delle Nazioni Unite, l’UNAMIR, in Ruanda per attuare l’accordo di pace, istituire un governo di transizione e smilitarizzare le milizie. La tutela dei diritti umani non fu indicata come motivazione principale.

In questa vicenda, le Nazioni Unite commisero un errore. In seguito al massacro di dieci soldati belgi che avevano svolto un ruolo centrale nelle operazioni, il Consiglio di Sicurezza adottò una risoluzione che riduceva il numero delle truppe ONU a 270. Questa decisione suscitò indignazione nell’opinione pubblica internazionale e costrinse le Nazioni Unite a inviare 5.500 soldati in Ruanda. Di fronte al ritardo delle Nazioni Unite, la Francia prese l’iniziativa dell’Operazione Turchese per prevenire un massacro intertribale e, senza dubbio, per proteggere i propri interessi nella regione. Il massacro, tuttavia, ebbe luogo. L’unico risultato tangibile del genocidio ruandese è l’istituzione del Tribunale penale internazionale per il Ruanda.

Oppure gli interventi armati in Bosnia-Erzegovina nel 1994-1995, in Liberia, in Sierra Leone, in Albania nel 1997 o l’invio di una forza di intervento della NATO.

 Kosovo

In Kosovo, nel 1999, le operazioni rivelarono la complessità degli interventi sia militari che umanitari. La disgregazione della Jugoslavia, in seguito al crollo del blocco sovietico e alla morte del suo leader unificatore Josip Broz Tito, innescò un fenomeno di divisione all’interno delle componenti della federazione.

Ne seguì una lotta all’ultimo sangue tra il presidente Slobodan Milošević, sostenitore della Grande Serbia, e i suoi rivali, il presidente della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina, Alija Izetbegović.

Le Nazioni Unite invieranno forze di pace in base alla Risoluzione 743 del Consiglio di Sicurezza. Ma l’esistenza dell’UNPROFOR non è riuscita a impedire la pulizia etnica perpetrata dai serbi contro i musulmani della Bosnia. La NATO, con l’approvazione delle Nazioni Unite, interverrà dopo il massacro di Srebrenica adottando la Risoluzione 770, che autorizza l’uso della forza in Bosnia.

La sconfitta dei serbi è stata sancita dagli Accordi di Dayton (21 novembre 1995), che hanno previsto la creazione di uno stato multietnico e l’instaurazione della pace con l’aiuto del dispiegamento di una forza di pace multinazionale, l’IFOR.

Inoltre, dal 1991 è stato istituito un tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, incaricato di processare i responsabili di crimini di guerra e crimini contro l’umanità nei territori dell’ex Jugoslavia. La fine della Guerra Fredda ha infatti liberato le Nazioni Unite dai vincoli della bipolarità (veto sovietico o americano, o persino francese nel caso dell’Algeria), aprendo la strada alla moltiplicazione delle operazioni internazionali sotto l’egida dell’ONU, con le misure coercitive previste dal Capitolo VII della Carta.

Con la proliferazione di ONG sempre più specializzate (Azione contro la Fame, Amnesty International, Medici Senza Frontiere, Reporter senza Frontiere, Avvocati senza Frontiere, Dentisti senza Frontiere, ecc.), ormai elevate al rango di serie concorrenti dei diplomatici tradizionali, e, di conseguenza, con l’infiltrazione dei servizi segreti in queste nuove strutture sotto la maschera dell’umanitarismo.

La lista è lunga: Libia (2011), Siria (2012), con gli stessi errori ripetuti. Errare è umano, persistere è diabolico.

Un segno dei tempi: il libro più ricercato nella biblioteca delle Nazioni Unite è una tesi sull'”Immunità dei capi di Stato e dei rappresentanti statali ai crimini di guerra”. La domanda è se il libro sia stato consultato da funzionari che preparavano la propria difesa per sottrarsi alla giustizia, o da attivisti che cercavano di perseguire i criminali di guerra.

La Biblioteca Dag Hammarskjöld, intitolata all’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite il cui aereo fu abbattuto nel 1961 durante una missione di pace in Congo, ospita tutte le pubblicazioni dell’ONU, che mette a disposizione delle delegazioni accreditate presso l’organizzazione internazionale. Nel settembre 2015, l’edificio che ospita la biblioteca è stato chiuso al pubblico a tempo indeterminato a causa dell’alto rischio di attentati, una chiusura ulteriormente prolungata dalla pandemia di Covid. Che strana coincidenza.

https://www.madaniya.info/2022/09/05/lexique-pour-strateges-en-herbe
Illustrazione

(Foto di Pablo Rojas Madariaga / Sipa tramite AP Images) (Reuters / Andres Martinez Casares)

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René Naba

Giornalista e scrittore, ex capo della redazione per il mondo arabo-musulmano del servizio diplomatico dell’AFP, poi consigliere del direttore generale di RMC Middle East, responsabile dell’informazione, membro del gruppo consultivo dello Scandinavian Institute for Human Rights e dell’Euro-Arab Friendship Association. Dal 1969 al 1979 è stato corrispondente a rotazione presso la sede regionale dell’Agence France-Presse (AFP) a Beirut, dove ha seguito, tra gli altri eventi, la guerra civile giordano-palestinese, il “Settembre Nero” del 1970, la nazionalizzazione degli impianti petroliferi in Iraq e Libia (1972), una dozzina di colpi di stato e dirottamenti aerei, nonché la guerra civile libanese (1975-1990), la terza guerra arabo-israeliana dell’ottobre 1973 e i primi negoziati di pace egiziano-israeliani a Mena House al Cairo (1979). Dal 1979 al 1989 è stato responsabile del mondo arabo-musulmano presso il servizio diplomatico delle Forze Armate Filippine [citazione necessaria], poi consigliere del direttore generale di RMC Medio Oriente, responsabile dell’informazione, dal 1989 al 1995. Autore di “Arabia Saudita, un regno di tenebre” (Golias), “Da ‘Bougnoule’ a ‘Saudi Kid’: un viaggio nell’immaginazione francese” (Harmattan), “Hariri, da padre a figlio: uomini d’affari, primi ministri” (Harmattan), “Le rivoluzioni arabe e la maledizione di Camp David” (Bachari), “Media e democrazia: la cattura dell’immaginazione, un problema del XXI secolo” (Golias). Dal 2013 è membro del gruppo consultivo dello Scandinavian Institute for Human Rights (SIHR), con sede a Ginevra. È anche vicepresidente dell’International Center Against Terrorism (ICALT), Ginevra; Presidente dell’organizzazione benefica LINA, attiva nei quartieri settentrionali di Marsiglia, e Presidente onorario di “Car tu y es libre” (Quartiere Libero), che si impegna per il progresso sociale e politico delle aree periurbane del dipartimento delle Bouches-du-Rhône, nel sud della Francia. Dal 2014 è consulente presso l’Istituto Internazionale per la Pace, la Giustizia e i Diritti Umani (IIPJDH), con sede a Ginevra. Dal 1° settembre 2014 è responsabile del coordinamento editoriale del sito web https://www.madaniya.info e conduce una rubrica settimanale su Radio Galère (Marsiglia), il giovedì dalle 16:00 alle 18:00.

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