18 settembre 2024 Rami Abou Jamous scrive il suo diario per Orient XXI

È fine settembre e siamo soliti prepararci per “le nozze”, così chiamiamo la raccolta delle olive: al ‘ors al falastini, “lo sposalizio della Palestina”. Si comincia all’inizio di ottobre. Durante la raccolta tutta la famiglia va nei campi. Si inizia al mattino, con una colazione tradizionale composta da galayet bandoura (un piatto con salsa a base di pomodoro), foul (fagioli), hummus (purea di ceci mescolata con aglio, limone e olio d’oliva). Scout, alunni e studenti vengono ad aiutare con il raccolto. Cantiamo canzoni tradizionali. È davvero la grande festa, è come la celebrazione di una nascita, una nascita che dimostra che apparteniamo a questa terra e che essa ci appartiene. Aspettiamo la pioggia, perché aumenta il volume delle olive, che produrranno del buon olio.
Ma quest’anno non ci sarà raccolto. A Gaza c’è un quartiere chiamato Zaytoun, di cui probabilmente hai sentito parlare molto. Zaytoun significa “oliva”. Era coperto di ulivi. Ma gli israeliani lo hanno bombardato e raso al suolo, come hanno fatto con altri quartieri vicino al confine con Israele. Gli ulivi che erano noti a tutti, alcuni dei quali risalgono al 1905 e al 1920, sono scomparsi. Tutto è stato distrutto.
L’OLIVO È L’ESISTENZA DEI PALESTINESI
Gli israeliani conoscono molto bene l’attaccamento dei palestinesi a questo albero, che non è solo fonte di reddito in Cisgiordania e Gaza. L’olivo è l’esistenza dei palestinesi. Ecco perché i coloni, quando attaccano i villaggi della Cisgiordania, attorno a quello che chiamiamo muro di separazione, o meglio muro dell’apartheid, il loro primo bersaglio sono sempre gli ulivi. I coloni che attaccano i villaggi in Cisgiordania abbattono questi alberi, la maggior parte dei quali risalgono a prima della creazione dello Stato di Israele. Tutti sanno che a Betlemme si trova l’olivo più antico del mondo, con più di 4.000 anni.
Il muro dell’apartheid separa i villaggi dai loro ulivi. Le strade che collegano le colonie passano di proposito tra gli ulivi, per distruggerli. Lo fanno perché è il simbolo dei palestinesi. È il simbolo della nostra resistenza pacifica, della nostra esistenza. Non so se conoscete la famosa foto di Mahfoza Oude, questa donna che teneva tra le braccia uno dei suoi ulivi abbattuti dai coloni durante l’attacco al suo villaggio, vicino a Nablus. Per lei era come se avesse perso un figlio.
In precedenza, Gaza era al terzo posto in Palestina per la produzione di olive, insieme a Nablus, dopo Jenin e Tulkarem. Gaza ha prodotto tra le 15.000 e le 20.000 tonnellate di olive e tra le 3.000 e le 4.000 tonnellate di olio. È davvero una grande perdita, non solo in termini di reddito, ma di legame con la terra. Sappiamo che gli israeliani vogliono cancellare ogni legame che i palestinesi hanno con la loro terra. Hanno distrutto musei, bombardato moschee e chiese, siti archeologici, università, scuole, asili… E soprattutto ulivi, di cui conoscono bene l’importanza per i palestinesi. I proprietari di ulivi, in Cisgiordania o a Gaza, ve ne parleranno come se fossero i loro figli o nipoti. L’oliva (zeitoun) e l’olio d’oliva (zeit) sono presenti ovunque, nei toponimi come Birzeit, Zeita, Tour Zeita, Jabal Al-Zeytoun, e nei cognomi come Zaytouna, Zaytounia, Zayyat….
Gli israeliani vogliono cancellare questo legame appropriandosi di tutto ciò che è palestinese. Durante un incontro tra Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità Palestinese, e il ministro israeliano Benny Gantz, quest’ultimo gli ha offerto… una bottiglia di olio d’oliva. Per comprendere questo gesto bisogna sapere che Mahmoud Abbas è originario di Safad, cittadina nota per i suoi ulivi, oggi in Israele. Questa appropriazione si estende a molti altri elementi della vita palestinese. Ad esempio, il panino con i falafel, che tutti sanno essere una specialità palestinese e più in generale mediorientale – si trova in Libano, Siria, ecc. – viene presentato dagli israeliani come un “piatto tradizionale israeliano”. Lo stesso vale per l’hummus e il foul, oppure i ricami sugli abiti, un’arte molto conosciuta, tramandata di madre in figlia. Ricordo un ministro del turismo israeliano che indossava un vestito con ricami palestinesi, fingendo che fossero ricami israeliani. Gli israeliani vogliono prendersi la nostra terra, ma anche la nostra cultura.
LA PAURA TRASFORMA LA SOCIETÀ
È un modo simbolico di invertire la realtà. Come se qui ci avessero preceduto gli israeliani, venuti da tutto il mondo per colonizzarci. Benny Gantz ha presentato il prodotto più emblematico di questa terra a persone che ritiene siano arrivate più recentemente in questo paese che, per lui, si chiamava già Israele in un passato molto lontano. Questo lavaggio del cervello funziona per gli israeliani e in Occidente, ma sta cominciando a penetrare anche nelle teste degli stessi palestinesi, che stanno perdendo l’orientamento.
La paura trasforma la società. La gente comincia a temere di essere assimilata, anche lontanamente, ad Hamas o alla Jihad islamica, ma anche alle famiglie dei combattenti. Hanno paura anche solo di salutare un membro di Hamas, un amico di Hamas, un vicino di Hamas o qualcuno che lavora per il governo di Hamas, anche se non è un membro del movimento. Stiamo perdendo i valori di solidarietà che erano la norma. Durante la Seconda Intifada, era un onore nascondere i combattenti in casa quando erano ricercati. Oggi diventa un peso. Tutti sanno che la punizione può essere immediata e la punizione è perdere la vita e tutta la famiglia.
La resistenza – soprattutto armata – che normalmente è legittima contro qualsiasi occupazione, è qualificata come terrorismo quando si tratta di palestinesi. Per gli occidentali, la resistenza degli ucraini contro la Russia non solo è legittima, ma la incoraggiano, fornendole denaro e armi. Ma quando si tratta della Palestina, è terrorismo. Gli israeliani sono riusciti molto bene a impiantare questa inversione di ruoli e questo cambiamento di norme nelle menti degli occidentali. Sfortunatamente, questo sta iniziando a funzionare con gli stessi palestinesi. Abbiamo dimenticato la nostra storia, dimenticato i nostri diritti. La paura della punizione collettiva e del genocidio ci cambia anche nel nostro comportamento con gli altri e con noi stessi.
Traduzione a cura di Alessandra Mecozzi

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