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Israele ha fallito la prova di umanità e apertura mentale di questa settimana

L’atto di giocoleria di Bennett Credit: Amos Harel

Yossi Verter 4 marzo 2022 Haaretz

Nella crisi in Ucraina, Israele ha dovuto essere trascinato dalla parte dei giusti ■ Netanyahu, la sirena umana dell’incursione aerea, ha scelto ancora una volta di assecondare la sua base ■ Perché Lapid ha ritirato Erdan dal palcoscenico delle Nazioni Unite

Quando Menachem Begin si alzò per tenere il suo discorso inaugurale alla Knesset nel giugno 1977, scagliò una bomba che nessuno si aspettava: una bomba umanitaria. “Il mio primo atto come primo ministro sarà ordinare la concessione dell’asilo a 66 rifugiati dal Vietnam”, annunciò. I profughi erano in mare su un peschereccio, in fuga dai nord vietnamiti. Ad un prezzo minimo si otteneva il massimo beneficio. I pochi giorni che sembrano un’eternità dall’inizio dell’attacco russo all’Ucraina non saranno considerati uno splendido capitolo nella storia dello Stato di Israele. Ciò è dovuto al balbettio del governo sul tema dei rifugiati. Rifugiati che, è lecito presumere, verrebbero in Israele con l’intento di tornare a casa in Ucraina. C’era davvero bisogno di contorcersi e progettare ogni sorta di condizioni e barriere al loro ingresso, o si poteva semplicemente dare una quota per quanti possono entrare? All’inizio di questo mese, la politica è cambiata. In una riunione a porte chiuse giovedì, il ministro dell’Interno Ayelet Shaked ha riferito che ogni giorno tra i 200 e i 400 rifugiati ucraini entrano in Israele. Cinquecentottantaquattro passaporti ucraini sono arrivati ​​negli ultimi tre giorni, dall’Europa e altrove. Solo a 22 è stato rifiutato l’ingresso. Pochi di loro hanno dovuto firmare una garanzia. Dal punto di vista di Shaked, così come da quello del primo ministro Naftali Bennett, la questione più importante è l’immigrazione di decine di migliaia di ebrei sia dal paese invaso che da quello invasore. Si stimano almeno 100.000 persone, forse anche 300.000. Per gestire la situazione è stata costituita una squadra interministeriale. Il governo continua a chiedersi dove troveranno esattamente un alloggio per tanti immigrati.

Refugees coming from Ukraine walk at the Ukrainian-Romanian border in Siret on Wednesday

Rifugiati provenienti dall’Ucraina attraversano il confine tra Ucraina e Romania lo scorso mercoledì. Daniel Mihailesku.AFP

Torniamo alla retorica: in questa situazione, Israele ha fallito la prova di umanità e di apertura mentale. Viene trascinato “dalla parte giusta della storia”, quasi contro la sua volontà, e sempre pochi passi dietro alla comunità internazionale. Se non fosse stato per gli americani e le voci degli indignati all’interno di Israele, potremmo ritrovarci ancora dietro l’iniziale tiepida dichiarazione di sostegno israeliano all’integrità territoriale dell’Ucraina (e anche quella è arrivata tardivamente). Solo successivamente, dopo la pressione degli americani e le critiche pubbliche all’interno di Israele, il ministro degli Esteri Yair Lapid e Bennett hanno deciso una divisione del lavoro

Il primo ha condannato la Russia. L’altro ha espresso le sue condoglianze.

Non è necessario confutare le familiari giustificazioni ufficiali dell’esitazione di Israele a prendere posizione: ovviamente c’è la nostra attività militare in Siria con Putin, e poi la nostra preoccupazione per la vasta comunità ebraica nell’ex Unione Sovietica. Tuttavia, l’annuncio di Bennett mercoledì è stata una magistrale evasione da una presa di posizione chiara. Qualcosa che ricorda i discorsi da “insalata di parole” di Yitzhak Shamir. “La guerra è una cosa terribile. … Le guerre sono facili da iniziare e difficili da finire”. In questi momenti, un leader non dovrebbe essere uno scrittore di massime da biscotti della fortuna o una versione per bambini di Sun Tzu, ma una voce morale chiara e inequivocabile.

Nel frattempo, Bennett si è assicurato uno status unico: ha canali di comunicazione aperti con i presidenti sia dell’Ucraina che della Russia. Ha parlato con il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy e con Putin due volte da quando è scoppiata la guerra. Questo è un significativo potenziamento del suo ego. La Presidenza del Consiglio dei Ministri si è volutamente astenuta dal pubblicizzare tali conversazioni. Israele conferma che si sono verificate solo quando l’altra parte lo ha annunciato, e lo fa senza rivelare il contenuto delle conversazioni. Ciò che è chiaro per ora, almeno dopo le due conversazioni di mercoledì sera, è che Bennett fungeva da stazione di ritrasmissione: quello che ha sentito da Zelenskyy, lo ha comunicato a Putin. Zelenksyy ha avviato la conversazione con Bennett. La conversazione con Putin, circa mezz’ora dopo, è stata un’iniziativa di Bennett. C’è un’altro attore in questa storia.

Mercoledì mattina Bennett ha incontrato il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Hanno conferito in un incontro faccia a faccia, senza interpreti, per più di un’ora. Tre i temi emersi: l’avvicinarsi dell’accordo nucleare iraniano a Vienna, l’istituzione di un forum strategico congiunto tra i due Paesi (solo con Stati Uniti e Gran Bretagna Israele ha qualcosa di simile), e l’Ucraina. Fonti diplomatiche valutano che Scholz si sia servito di Bennett per trasmettere messaggi propri a Putin. Il collegamento diretto tra Scholz e Putin era stato interrotto dopo che il governo tedesco aveva annunciato la sospensione del gasdotto Nord Stream 2 tra i paesi La parola “mediatore” è troppo ampia per descrivere il ruolo del primo ministro israeliano, un novellino alle prime armi. Come molti hanno detto di recente, per una missione di questa portata ci vuole qualcuno del calibro di Angela Merkel o Bill Clinton. Tuttavia, e nonostante sia messo in ridicolo da destra, Bennett sta svolgendo il suo ruolo qui, anche se secondario.

Refugees, fleeing from Ukraine, sleep in a shelter at the train station in Przemysl, Poland on Thursday

Rifugiati, in fuga dall’Ukraina, dormono in un rifugio alla stazione ferroviaria di Przemysi, in Polonia Giovedì. Markus Schreiber,/AP

Al momento, il leader dell’opposizione non ha ricevuto nessuna telefonata. Forse i suoi “giornalisti” addomesticati, Jacob Bardugo e Yinon Magal, lo chiamano per aggiornarsi sui suoi temi di discussione. La popolazione all’estero non ne sente molto la mancanza. Ci sono altre opportunità per Israele altrove. Quelle più redditizie. Questo è anche ciò che pensa Shaked e ha parlato di queste opportunità durante la riunione di gabinetto di domenica. I paesi europei si renderanno conto che hanno bisogno di armamenti, ha affermato il ministro dell’Interno. Vorranno aumentare i loro budget per la difesa. Quindi, almeno guadagneremo soldi dalla crisi. Yair Lapid le ha risposto con una battuta : rivendiamole i sottomarini. Almeno non ha suggerito di mobilitare l'”ala di Sion”, la controversa “Air Force One” di Israele da 260 milioni di dollari che non ha mai trasportato un presidente o un primo ministro.

Silenzio della sirena del raid aereo

Quel poco che il governo israeliano ha fatto qui, Benjamin Netanyahu – l’alternativa – non ha mai trovato la forza neanche di immaginarlo per agire. Il primo ministro delle ombre si è immerso in profondità nella oscurità. Nove parole in ebraico: questo è tutto ciò che ha ritenuto opportuno dire sulla guerra in Ucraina. Se avesse usato le sue ben note capacità retoriche per infondere in quelle poche parole un pizzico di umanità, moralità e “valori ebraici” (e chi è più bravo di lui nell’esprimerli?) – allora bene, avremmo capito. Ma no. Ha scelto una strada diversa. “Stiamo sentendo troppi discorsi inutili e troppe predizioni sbagliate”, ha affermato l’oracolo di Cesarea (nemmeno nel suo inglese perfetto tanto propagandato, e non una ma due volte), all’incontro del Likud di domenica e poi di nuovo alla sessione delle ” 40 firme” alla Knesset. E ha aggiunto, come se condividesse un profondo segreto diplomatico, “Ci sarà molto da dire sull’argomento, ma ora non è il momento”. Quando sarà “il momento?” Forse nella sua biografia: “A Place In the Sun 2: Happy Days Are Here Again”. (Un Posto al Sole 2: giorni felici qui di nuovo”)

O quando l’Ucraina sarà diventata un mucchio di rovine. O mai più. L’uomo che ha fatto carriera internazionale come sirena antiaerea umana, come l’ultimo allarmista, che è arrivato al punto di paragonare l’Iran alle esitanti potenze mondiali prima dello scoppio della seconda guerra mondiale (“l’anno è il 1938 e l’Iran è la Germania” ) è lo stesso uomo che oggi tace. Giovedì è riuscito a pigolare un’altra battuta banale sulla “tragedia”, senza nemmeno pronunciare la parola “Russia”. Quando ha menzionato “i discorsi inutili e le previsioni sbagliate” si riferiva, molto probabilmente, alle dichiarazioni rilasciate dal ministro delle finanze Avigdor Lieberman e dal ministro degli Esteri Lapid nelle settimane precedenti l’invasione russa. In effetti, entrambi avevano predetto che i russi non avrebbero invaso (Lieberman in incontri chiusi, Lapid, con suo rammarico, in pubblico). Ma due settimane prima del 24 febbraio, e forse anche prima, il ministro degli Esteri ha cambiato il floppy disk (per quanto è noto, sulla scia di un briefing dell’intelligence americana).

Lui e Bennett hanno intrapreso una campagna per supplicare gli israeliani in Ucraina di tornare a casa prima che gli aeroporti chiudessero. Netanyahu, tuttavia, invece di cercare di essere all’altezza della situazione, ha scelto di continuare a crogiolarsi nella pozzanghera dei suoi sordidi interessi. In un mini-tweet ha svelato la sua visione morale corrotta e ha forse dimostrato la verità dei sospetti sul suo lascito : che nel suo cuore si identifica con i tiranni e gli autocrati.

Opposition leader Benjamin Netanyahu at the Knesset in February

Il leader dell’opposizione, Netanyahu, alla Knesset, in Febbraio,Ohad Zwigenberg,

I leader politici di tutto il mondo occidentale, presidenti, primi ministri e leader delle loro opposizioni, insieme, condannano i russi e sostengono gli ucraini. Che siano conservatori o socialisti, repubblicani o democratici. Parlano chiaramente contro il Satana di Mosca, l’assassino di massa e criminale di guerra che ha attaccato un paese sovrano e tranquillo. Eppure Bibi fa quello che fa sempre Bibi: regola i conti, da piccolo politico che è, con i suoi rivali nel governo, e istruisce i suoi discepoli idioti a twittare e comunicare come lui. Uno di loro, Yoav Kisch del Likud, ha raccomandato con il tipico pathos confuso: “Parla meno che puoi”. Il culto bibista non è mai apparso più ripugnante. I suoi membri sembrano insistere nel calpestare la nazione con la loro ignoranza perversa. Alcuni di loro hanno effettivamente raccolto appoggio per l’aggressione russa sulla base del fatto che la NATO ha deriso Putin, gli americani lo hanno umiliato ed è infatti l’Occidente che lo ha spinto a invadere. E, naturalmente, se il loro altro tesoro, l’idiota volubile Donald Trump, fosse alla Casa Bianca oggi, Putin ballerebbe guancia a guancia con Zelenskyy. Mentre i parlamenti di tutto il mondo convocavano sessioni speciali sulla situazione in Ucraina, la Knesset si è riunita su iniziativa dell’opposizione per discutere la situazione nel Negev. Il leader dell’opposizione ha blaterato per mezz’ora sull’Iran, l’Iran e anche l’Iran. L’artefice del fallimento locale per impedire la corsa degli iraniani verso il nucleare riciclava e balbettava i suoi soliti slogan.

Come un noioso pensionato, ha gonfiato sentimentalismi sul suo passato e ha ripetuto per la millesima volta come ha affrontato eroicamente l’amministrazione Obama! “Non ho esitato a dire di no! Sono andato al Congresso e ho fatto un discorso lì!” (Ha tralasciato la parte sui risultati disastrosi che quel gesto ha prodotto.) È difficile capire cosa c’è nel cuore e nella mente dell’oppositore umiliato. Il suo ex padre spirituale, Winston Churchill, metteva in guardia contro i dittatori, senza dare un passaggio a nessuno di loro. Perché si sta allontanando dall’intero mondo pensante? Molto probabilmente, proprio come in molti casi simili in passato, è a causa della sua paura della parte più rozza ed estremista della sua base. Mentre Netanyahu si congratula con sua moglie per la sua vittoria in un caso di abuso e condivide i post inquietanti dell’avvocato e presentatore televisivo Kinneret Barashi, Bennett sta parlando con i leader mondiali. La favola di cui ci hanno alimentato sullo “statista internazionale”, senza il quale la diplomazia israeliana sarebbe implosa, è scoppiata. E non ha richiesto 12 anni. Sono bastati otto mesi.

Erdan emarginato

UN Ambassador Gilad Erdan giving testimony about the Gilboa prison break in February

L‘ambasciatore alle Nazioni Unite Gilad Erdan, testimonia sulla evasione dalla prigione di Gilboa lo scorso febbraio,Moti Milrod

Il nostro ambasciatore alle Nazioni Unite è stato umiliato questa settimana. Nessuno dei suoi predecessori, in tutti gli anni in cui Israele è stato membro dell’organizzazione, è stato sottoposto a un tale affronto. È una buona cosa che come politico veterano del Likud, sia abituato all’umiliazione e che come futuro politico, la sua mente sia impegnata a pianificare il suo prossimo passo. Altrimenti Gilad Erdan sarebbe già seduto sulle valigie al JFK, in attesa del prossimo volo per Tel Aviv.

La storia va così: lunedì, Yair Lapid ha condotto una valutazione della situazione presso il ministero degli Esteri prima della sessione dell’Assemblea generale in merito alla dura condanna della Russia da parte degli Stati Uniti. “Il mondo guarderà ogni parola che diciamo lì”, ha detto Lapid. “È molto importante che Noa si attenga al testo ”. Il significato della dichiarazione era chiaro ai presenti. Noa Furman è la vice ambasciatrice all’Onu e sarà lei a parlare dal podio. Così, con un’osservazione quasi incidentale, Gilad è stato divorato. È stato ritirato dal palco durante la sessione più importante del forum internazionale degli ultimi 20 anni.

A suo merito, va notato che, fin dall’inizio della crisi, Erdan ha assunto una posizione più umanitaria di quella espressa dal governo israeliano (e a ben 180° dalla posizione assunta dal leader del suo partito, Netanyahu) . Ha raccomandato a Israele di unirsi alla prima proposta di condanna al Consiglio di sicurezza, come avevano chiesto gli americani. La sua proposta è stata respinta. Solo alla seconda occasione Israele si è degnato di stare dalla parte del mondo illuminato e di sostenere la condanna nell’Assemblea Generale, insieme ad altri 190 paesi. Quando Lapid iniziò a lavorare al ministero degli Esteri, nel posto che desiderava da tanto tempo, si trovò bloccato con una serie di ambasciatori che non aveva nominato e che non si sarebbe mai sognato di nominare: un Likudnik come Erdan, Tzipi Hotovely in Londra e Dror Eydar a Roma, un bibiista delirante. Deporli era impossibile. Hanno dei contratti e, fintanto che si comportano in linea con la politica del governo, non c’è alcuna giustificazione legale per riportarli a casa. Ha avuto conversazioni rassicuranti con Hotovely ed Eydar. “È importante restare uniti, ma non impegnarci in politica”, ha chiesto.

All’ambasciatore alle Nazioni Unite non è stata concessa una simile conversazione. Dei tre, Erdan è la spina più fastidiosa nel fianco di Lapid. Lapid ha cercato di accennare, in modo piuttosto indelicato, di non essere contento della presenza di Erdan nel palazzo di vetro sull’East River. Erdan ha scelto di ignorarlo. Come molti dei suoi predecessori, si innamorò del lavoro. Condivide la sua gioia con i seguaci israeliani in un infinito bombardamento a tappeto di video, post e varie missive che documentano le sue attività diplomatiche, culturali ed ebraiche. Le persone vicine al ministro degli Esteri vedono questa attività sui social media come parte della campagna di Erdan in vista delle elezioni primarie per la leadership del Likud dopo la partenza di Netanyahu. Erdan non ha nascosto la sua intenzione di abbreviare il suo servizio diplomatico nel momento in cui verranno annunciate le elezioni primarie. Lapid non è entusiasta di avere il suo ambasciatore delle Nazioni Unite lì in prestito, dato che il suo ritorno in Israele rispetta il calendario di un partito politico, che offrirebbe solo pochi giorni di preavviso. Dopotutto, Lapid non pensa davvero che l’ambasciatore tirerebbe fuori una bandiera di cartone blu e gialla, la sventolerebbe in giro cantando l’inno nazionale ucraino. Qualsiasi deviazione dalla impostazione del discorso avrebbe fornito al ministro degli Esteri la scusa di cui aveva bisogno per accusare Erdan di aver violato il suo contratto, metterlo su un razzo e rilanciarlo in Israele. La probabilità che Erdan scelga di diventare un martire politico per l’Ucraina è prossima allo zero. Non è come se avesse dovuto giustificare un congelamento delle costruzioni o l’evacuazione degli insediamenti in Cisgiordania. In tal caso, una ribellione gli sarebbe andata bene. Anche quello che è successo questa settimana non lo ha danneggiato politicamente. I suoi colleghi sono venuti in sua difesa. Anche l’uomo forte del Likud e potenziale rivale Yisrael Katz ha twittato a sostegno.

Gioco a somma zero

La legge per limitare il mandato di un primo ministro – il nuovo limite di mandato sarebbe di otto anni consecutivi, a partire dalle prossime elezioni – è stata figlia del New Hope Party del ministro della Giustizia Gideon Sa’ar. Sebbene si sia guadagnato il sostegno del pubblico e non sia una norma retroattiva (cioè non rilevante per Netanyahu), l’opposizione la sta combattendo come gli ucraini che combattono l’invasore russo. Non per la sostanza della legge, ma per il suo significato: rovesciare il disegno di legge sarebbe una perdita colossale per il cambio di governo e micidiale per Sa’ar, senza il quale non ci sarebbe governo e nessun cambiamento. Il dibattito sull’approvazione definitiva della legge si è protratto per oltre 12 ore nella notte tra lunedì e martedì. L’opposizione ha utilizzato ogni trucco per procrastinare e perdere il tempo consentito dai regolamenti della Knesset. Decine di obiezioni presentate dall’opposizione sono state respinte con una comoda maggioranza di 63 o 64 voti. Sa’ar ha arruolato alcuni membri della Joint List per dare un po’ di respiro alla coalizione. Tutto scorreva, lento, ma senza intoppi. Fino al Mattino. Bennett ha annunciato che sarebbe andato a incontrare il cancelliere tedesco Otto Scholz a Yad Vashem e il Likud ha annunciato che il voto finale, in terza lettura, sarebbe stato considerato un voto di fiducia al governo. Un classico e ovvio trucco: la Joint List sostiene la legge, ma non può votare per la fiducia al governo. E poiché si tratta di una legge fondamentale, è necessaria una maggioranza di 61. In altre parole, hanno bisogno della mano alzata di Bennett. Sa’ar ha chiesto a Bennett di inviare qualche altro ministro a Yad Vashem (un “norvegese”, che si è temporaneamente dimesso dalla Knesset per dedicare più tempo ai suoi doveri ministeriali, e quindi non influirà sul conteggio dei voti). Ayelet Shaked, per esempio. Bennet ha rifiutato. La Germania ha un sistema parlamentare, ha detto Sa’ar, capirà. Bennett ha insistito. Dopo una notte insonne, ha lasciato l’edificio della Knesset. Sa’ar non aveva alternative.

Ha annunciato il rinvio della votazione alla prossima settimana, che conclude la sessione invernale della Knesset. Non è così terribile, lo ha confortato Lapid. La vittoria sarà più dolce. Ebbene, il rischio è anche maggiore: come è noto, la legge ha bisogno di una maggioranza di 61, cioè il 100 per cento dei membri della coalizione. Anche se il voto è 60 a zero, la legge non passerà. Se un membro della coalizione si fa male, diciamo, in un incidente stradale, o ha un infarto, o si ribella a causa di qualche insulto o di qualsiasi altro crudele colpo del destino, la regola prevede che il disegno di legge fallirà. Non può essere rimandata. L’opposizione non deve nemmeno presentarsi. Possono sedersi e brindare con arak nell’ufficio del parlamentare del Likud, Dudi Amsalem. Durante il fine settimana, Sa’ar pregherà per la salute e il benessere dei suoi colleghi. Il coronavirus non costituirà una scusa. Né una gamba rotta o un’appendicite. In barella e sedia a rotelle, con una flebo in un braccio,con bronchite, colera o colite, sarà richiesto di presentarsi al voto a chiunque respiri senza ausili meccanici. Solo la morte potrà prevalere.

Traduzione a cura della redazione

PalestinaCeL

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