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La “sedia palestinese”: il ruolo diretto di Israele nella violenza degli Stati Uniti

nella foto: Soldati israeliani schierati durante l’Operazione Protective Edge a Gaza (Photo: IDF/flickr/public domain)

Ramzy Baroud pubblicato 17 giugno, 2020 by Common Dreams

Il razzismo e la violenza polizieschi statunitensi sono intrinsecamente collegati e risalgono a molti anni fa, ma la militarizzazione della polizia americana e il suo uso di violenza mortale contro sospetti piccoli criminali, o anche non criminali, è un fenomeno relativamente nuovo che è stato in gran parte importato da Israele.


Il divieto di pratiche di polizia mortali da parte di molti stati e città americani in seguito all’omicidio di un uomo afroamericano, George Floyd, da parte degli agenti di polizia di Minneapolis ancora una volta fa luce sulla collaborazione USA-Israele nei settori della sicurezza e del controllo di massa

Dalla California a New York, e dallo Stato di Washington a Minneapolis, prendere per il collo o strangolare, azioni utilizzate dalla polizia nei confronti di sospetti, non sono più consentite dalle autorità locali, statali o federali.

Questo è solo l’inizio di quello che promette di essere un serio ripensamento delle pratiche di polizia, rivolto in modo sproporzionato agli afroamericani e alle altre minoranze e comunità emarginate negli Stati Uniti.

La riforma della polizia americana, negli ultimi anni, per adattarsi a una sorta di modello militare è un argomento che richiede una migliore comprensione di quanto attualmente offerto dai principali media statunitensi. Certo, il razzismo USA e la violenza della polizia sono intrinsecamente collegati e risalgono a molti anni fa, ma la militarizzazione della polizia americana e il suo uso di violenza mortale contro sospetti piccoli criminali, o anche non criminali, è un fenomeno relativamente nuovo che è stato in gran parte importato da Israele.

Mentre è già in corso un dibattito urgente nelle città degli Stati Uniti in merito alla necessità di reinventare la sicurezza pubblica o addirittura di rifiutare del tutto la polizia, si dice poco sul legame tra la “guerra al terrorismo” degli Stati Uniti e il fascino che le elites americane subiscono dell’ ‘”esempio israeliano”, nel suo comportamento verso Gaza assediata e i palestinesi sotto occupazione in Cisgiordania.

“L’esempio israeliano (potrebbe servire come) possibile base per sostenere … che “la tortura era necessaria per prevenire danni imminenti, significativi e fisici alle persone, dove non ci fossero altri mezzi disponibili per prevenire il danno””, dice il Rapporto del consiglio generale della CIA di settembre 2001, come citato dalla rivista Slate.

Altrettanto importante dell’ argomento della CIA di cui sopra, era la data effettiva – solo pochi giorni dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre. Quello è stato l’inizio della storia d’amore israeliano-americana, che ridefinì completamente la natura del rapporto tra Washington e Tel Aviv, togliendo Israele dalla categoria dei “regimi clienti”, in uno completamente nuovo, come un modello da imitare e un vero partner da abbracciare.

Il linguaggio usato dalla CIA e altri aspetti delle agenzie di intelligence statunitensi si insinuarono rapidamente anche nell’esercito, per diventare alla fine il discorso politico incontestato, incarnato dalle parole dell’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel giugno 2010 che “il legame tra gli Stati Uniti e Israele è infrangibile.” “Infrangibile”, infatti, da quando Israele, il destinatario da lunga data del sostegno finanziario americano e dei segreti militari e di intelligence, è diventato il grande esportatore di idee, tecnologie di sicurezza e tattiche di “guerra al terrorismo” verso gli Stati Uniti.

È fondamentale che non riduciamo la nostra comprensione di questo rapporto preoccupante tra Stati Uniti e Israele alla condivisione di hardware e intelligence militari. L’infatuazione americana rispetto a Israele è essenzialmente intellettuale, poiché gli Stati Uniti hanno iniziato a considerarsi inferiori a Israele riguardo alla presunta capacità di quest’ultimo di navigare tra il sostenere la propria democrazia e sconfiggere con successo il “terrorismo” palestinese e arabo.

Ad esempio, l’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha considerato il politico e autore estremista israeliano, Natan Sharansky, come consigliere. Nel gennaio 2005, il New York Times ha riferito di come la Casa Bianca di Bush abbia invitato Sharansky nell’Ufficio Ovale per discutere del suo libro “Il caso della democrazia: il potere della libertà per superare la tirannia e il terrore”.

Così, un politico israeliano a malapena visibile è diventata l’autorità morale dell’invasione di Bush nei paesi arabi sovrani. Fu durante questo periodo che la tattica della tortura israeliana, inclusa la famigerata “sedia palestinese”, divenne il gioiello della corona della violenza sistematica dei militari americani usata nelle guerre immorali americane dall’Iraq all’Afghanistan, e in qualsiasi luogo.

Scrivendo sul giornale israeliano Haaretz nel 2016, Rachel Stroumsa ha sostenuto che la “sedia palestinese” è “solo uno dei molti esempi di legami e infiltrazioni tra le pratiche di sicurezza di Israele e America”, aggiungendo che “la CIA ha giustificato esplicitamente il suo uso della tortura nelle deposizioni al Comitato di intelligence del Senato citando le sentenze dell’ Alta Corte di giustizia “.

Il matrimonio politico, militare e di intelligence tra gli Stati Uniti e Israele in Iraq si diffuse rapidamente, fino ad includere la “guerra al terrorismo” globale degli Stati Uniti, in cui i produttori di armi israeliani rispondevano ad ogni esigenza americana, giocando sul crescente senso di insicurezza del paese, con l’offerta di prodotti che vanno dalla sicurezza aeroportuale, alla costruzione di torri di guardia, alla costruzione di muri e recinzioni, alla tecnologia di spionaggio e sorveglianza.

Elbit Systems, la più grande compagnia militare israeliana, ha fatto fortuna costruendo torri di sorveglianza e sensori, oltre a molti altri prodotti, sul confine tra Stati Uniti e Messico. La azienda, come altre compagnie israeliane, ha vinto un’offerta dopo l’altra, perché i suoi prodotti sono “provati in combattimento” o “provati sul campo”, ovvero queste tecnologie sono state utilizzate o testate su persone reali in situazioni reali; le “persone” qui, ovviamente, sono palestinesi, libanesi e siriani.

Il fatto che migliaia di agenti di polizia americani siano stati addestrati da israeliani, quindi il nascere di tattiche violente simili a quelle militari, usate contro i comuni americani, è solo un anello di una lunga catena di “scambi mortali” tra i due paesi.

Quasi immediatamente dopo gli attacchi dell’11 settembre, “la Lega anti-diffamazione”, il Project Interchange del Comitato ebraico americano e l’Istituto ebraico per gli affari di sicurezza nazionale hanno pagato i capi di polizia, i vicedirettori e i capitani per addestrarsi in Israele e nei territori palestinesi occupati”, ha affermato Amnesty International in un recente rapporto. Ma questa è solo la punta dell’iceberg, poiché il manuale dell’esercito israeliano, che tiene poco conto delle regole di condotta riconosciute a livello internazionale, ha influenzato numerosi dipartimenti di polizia negli Stati Uniti. Anche l’aspetto tipico degli agenti di polizia americani ha iniziato a cambiare per assomigliare a quello di un soldato in pieno assetto di guerra.

Il crescente ruolo israeliano nel modellare lo stato di sicurezza americano ha permesso a Israele di spingere le sue priorità politiche oltre la sua roccaforte tradizionale del Congresso degli Stati Uniti, ai singoli stati e, infine, ai consigli comunali in tutto il paese.

Anche se alcune delle tattiche israeliane, attualmente applicate dalla polizia americana, sono state sospese sotto il grido collettivo di “Black Lives Matter”, Israele – se non fermato – continuerà a definire le priorità di sicurezza di Washington dallo Stato di Washington al Texas, perché la relazione – il “legame infrangibile” di Obama – è molto più forte e profondo di quanto chiunque avrebbe mai potuto immaginare.

Ramzy Baroud

Ramzy Baroud (www.ramzybaroud.net) è autore e editore di PalestineChronicle.com. Il suo lavoro è stato pubblicato su numerosi giornali, riviste e antologie in tutto il mondo. È l’autore di The Second Palestinian Intifada: A Chronicle of a People’s Struggle (Pluto Press, Londra). Il suo ultimo libro è My Father Was a Freedom Fighter: Untold Story di Gaza (Pluto Press, Londra).

Traduzione Alessandra Mecozzi da https://www.commondreams.org/views/2020/06/17/palestinian-chair-exposing-israels-direct-role-us-violence

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