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“Quando dormivo affamata”: la mia testimonianza sulla fame estenuante a Gaza

18 luglio 2025 di Di Shaimaa Eid

Israele continua a ricorrere alla fame dei civili come arma di guerra contro i palestinesi a Gaza. (Foto: Ahmed al-Arini, tramite QNN)

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Quale legge al mondo permette di far morire di fame oltre due milioni di persone? In base a quale codice legale o morale viene commesso questo crimine, oltre al crimine di genocidio?

Quando andai a letto quella sera, avevo fame. Cercai di ignorare il dolore crescente allo stomaco, convincendomi che l’unico pasto consumato durante il giorno fosse sufficiente. Ma la fame non è qualcosa che si può mettere a tacere, soprattutto quando ritorna giorno dopo giorno, diventando la norma anziché l’eccezione.

La fame, tuttavia, non era l’unico peso che portavo quel giorno. Lo sforzo fisico richiesto per affrontare la vita quotidiana è diventato insopportabilmente estenuante. Dal trasportare l’acqua a mano al percorrere lunghe distanze – che sia per il mio lavoro di giornalista o nella disperata ricerca nei mercati di qualcosa che ci sostenga – tutto avviene in una dura realtà che manca persino dei beni di prima necessità per la sopravvivenza.

Non riesco a smettere di pensare ai miei genitori anziani, entrambi affetti da malattie croniche e bisognosi di un’alimentazione regolare per rimanere stabili. Ogni pasto saltato mi fa temere per la loro salute. Dopo sforzi estenuanti e ricerche incessanti, sono finalmente riuscita a procurarmi solo un chilo di farina. L’abbiamo impastata, cotta e ne abbiamo ricavato otto piccole pagnotte. Le abbiamo divise in quattro giorni: una pagnotta al giorno a testa per mio padre e mia madre. Non mangiamo per sentirci sazi; mangiamo per resistere.

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Ma tutto quello che sto attraversando impallidisce in confronto al suono dei singhiozzi che mi ha raggiunto in una chiamata da una mia parente. Piangeva in modo incontrollabile, dicendomi che la sua casa era completamente vuota e che i suoi cinque figli piangevano per la fame. Trafelata dalle parole, ha detto: “I bambini muoiono di fame, il mercato è vuoto e non so come convincerli a dormire”. Sono rimasta in silenzio, incapace di trovare una sola parola per confortarla, o per salvarli.

La gente ha iniziato a crollare per le strade, stremata. Le grida dei bambini, i lamenti degli anziani e i volti scavati dalla fame sono diventati parte della scena quotidiana. Ieri, un bambino di nome Yazan Al-Dreimly è morto di fame. Yazan non è stato il primo, e non sarà l’ultimo: circa 17.000 bambini a Gaza soffrono proprio come lui, sotto la morsa incessante dell’assedio, dell’oppressione e della fame.

Il Ministero della Salute di Gaza ha annunciato oggi, venerdì, che i pronto soccorso stanno ricevendo un numero senza precedenti di cittadini di tutte le età, affetti da grave esaurimento fisico dovuto alla fame. Ha osservato che centinaia di casi potrebbero essere in pericolo di vita a causa del deterioramento delle loro condizioni fisiche oltre i limiti della sopportazione umana.

Mentre andavo al mercato, ho visto una donna pallida accasciarsi in mezzo alla strada. Ha cercato di dire qualcosa, ma la fame l’ha sopraffatta prima che le sue parole potessero raggiungerci. Mentre scrivo queste righe, ho dovuto fermarmi diverse volte, cercando di riprendere fiato e di pensare. Anche scrivere è diventato un compito estenuante, un compito che affrontiamo con corpi indeboliti e menti oppresse dall’angoscia.

Negli ultimi giorni, la fame ha smesso di essere solo un sentimento interiore o un dolore silenzioso: è diventata una scena vivida e viva che si dispiega davanti ai nostri occhi in ogni strada e angolo. Vedo bambini che rovistano tra le macerie alla ricerca di avanzi di cibo o briciole di pane, mentre madri siedono sui gradini delle loro case crollate, stringendo i figli tra le braccia, nel dolore e nell’impotenza, osservando i loro respiri rallentare davanti ai loro occhi, incapaci di offrire loro alcunché.

Conosco una vicina anziana che è sempre stata nota per la sua pazienza e generosità. Ieri l’ho vista piangere in silenzio dietro la porta: non aveva trovato niente da cucinare per i suoi nipoti per due giorni consecutivi.

Nel nostro quartiere, il profumo di una semplice zuppa fatta con acqua e qualche lenticchia – quando disponibile – riempie l’aria come se fosse un banchetto. Questa fame non fa distinzione tra un giornalista, un bambino, un paziente o un anziano; tutti sono diventati vittime dell’assedio e della fame. Alcuni si sono abituati al silenzio, altri ingoiano le lacrime e molti hanno perso la capacità di parlare per il dolore.

Non si tratta più solo di una carenza di cibo: è un crollo della dignità umana. Le persone sentono che il mondo intero ha voltato le spalle e che la morte per fame è diventata uno strumento “legittimo” di pressione politica. La fame qui non è un’eccezione: è una politica sistematica che ci circonda da ogni direzione, sotto la copertura internazionale e un silenzio globale a dir poco vergognoso.

In questa dura realtà, la fame non è più un sentimento passeggero: è diventata una caratteristica distintiva della vita quotidiana a Gaza. Camminando per le strade, si vedono madri con i figli in braccio, alla ricerca di una pagnotta, e padri disoccupati che sopportano in silenzio il peso della loro impotenza. I mercati sono vuoti, gli aiuti sono insufficienti e i pasti non si misurano a piatto, ma a morso. Ora contiamo le pagnotte come si misurano le medicine, dividendole con cura tra i membri della famiglia, non per lusso, ma per sopravvivere.

Qui la gente non cerca lussi, ma il minimo indispensabile per vivere. Acqua pulita, combustibile a sufficienza per alimentare una piccola stufa, medicine per alleviare il dolore di un paziente o un pasto caldo per confortare il cuore di una madre. Ogni giorno che passa, le speranze diminuiscono e la pressione psicologica si intensifica. Molte persone che conosciamo sono cadute in depressione, e alcune hanno perso la forza di andare avanti senza dire una parola, semplicemente perché non vedono un orizzonte o una fine vicina a questa sofferenza.

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In mezzo a tutto questo, la solidarietà popolare non è svanita: ciò che consideriamo il nostro ultimo rifugio. I vicini condividono il cibo che riescono a procurarsi, gli amici si scambiano il poco che hanno e le famiglie si dividono il riso o le lenticchie che avanzano. Questi sono tentativi di sopravvivere con dignità in un periodo di fame.

Quale legge al mondo permette di far morire di fame oltre due milioni di persone? In base a quale codice legale o morale viene commesso questo crimine, oltre al crimine di genocidio?

Cosa succederebbe se anche un solo bambino israeliano soffrisse la fame? Quante organizzazioni verrebbero mobilitate? Quante dichiarazioni verrebbero rilasciate? Quante porte si aprirebbero per salvarlo?

Eppure qui a Gaza ci lasciano morire in silenzio.

(The Palestine Chronicle

– Shaimaa Eid è una scrittrice di Gaza. Ha contribuito a questo articolo per il Palestine Chronicle.

Traduzione a cura di Alessandra Mecozzi

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