Per gentile concessione di Palestine Creative Cloud
Negli ultimi due anni, un gruppo di sostenitori dell’arte e della cultura palestinese si è trovato a intrattenere conversazioni simili con organizzazioni culturali palestinesi. Che si trattasse di registi, musicisti, direttori di festival, narratori, centri culturali o imprenditori creativi, hanno riscontrato realtà analoghe. Hanno incontrato organizzazioni straordinarie che producono opere di livello mondiale, preservano le narrazioni palestinesi, sostengono gli artisti e raggiungono un pubblico in tutto il mondo. Eppure, dietro questi successi, hanno anche visto leader oberati di lavoro, team con molteplici responsabilità e istituzioni in difficoltà nel reperire le risorse, le competenze e il supporto a lungo termine necessari per sostenere il loro lavoro.

Era difficile ignorare la domanda: se queste organizzazioni tutelano la cultura palestinese, chi tutela loro?
Il gruppo ha trascorso mesi ad ascoltare oltre trenta organizzazioni culturali palestinesi in Palestina e nella diaspora. Sebbene le loro discipline, dimensioni e contesti fossero diversi, le conversazioni hanno rivelato realtà simili. Sullo sfondo del genocidio in corso a Gaza, le organizzazioni operano in condizioni straordinarie imposte dall’occupazione israeliana e dai sistemi che la rendono possibile, tra cui restrizioni alla libertà di movimento, censura, repressione digitale e, talvolta, chiusure forzate. Inoltre, molte si trovano ad affrontare tagli ai finanziamenti e una crescente pressione per gestire modelli di finanziamento a breve termine e condizionati (principalmente basati su sovvenzioni) che spesso creano dipendenza e impongono priorità e posizioni politiche non in linea con i principi di queste organizzazioni e con l’essenza della libertà di espressione che l’arte e la cultura palestinese rappresentano. Istituzioni che hanno dedicato decenni a coltivare artisti, preservare la cultura e servire le comunità si sono ritrovate sempre più spesso in modalità sopravvivenza, concentrando le proprie energie sulle operazioni quotidiane e rispondendo alla crescente incertezza.
La salvaguardia della cultura richiede più che semplici custodi. Richiede la salvaguardia anche dei custodi.
Eppure, in mezzo a queste difficoltà, si stava svolgendo un’altra storia. Negli ultimi due anni, film, musica, letteratura, mostre, teatro, fotografia e narrazione digitale palestinesi hanno raggiunto un pubblico di portata globale senza precedenti. L’espressione culturale è diventata un potente veicolo di narrazione della verità, connessione, solidarietà e resistenza. Milioni di persone in tutto il mondo si sono avvicinate alla Palestina non attraverso i titoli dei giornali, ma attraverso le storie umane raccontate in canzoni, libri, opere d’arte e nelle voci di artisti e istituzioni culturali.
Assistere a queste realtà ha contribuito a confermare la convinzione del gruppo che questo momento richieda più di un semplice sostegno d’emergenza. Richiede investimenti nella solidità a lungo termine delle istituzioni culturali, risorse diversificate, partenariati strategici e modelli operativi sostenibili che consentano loro di concentrarsi sulla propria missione piuttosto che sulla costante gestione delle crisi. Se la cultura palestinese contribuisce a plasmare la comprensione globale, a liberare la narrativa palestinese, a costruire solidarietà e a preservare la memoria collettiva, allora le istituzioni che portano avanti questo lavoro devono avere la resilienza, la capacità di sostenerlo e la libertà di farlo alle proprie condizioni.

Da questa riflessione è nato Palestine Creative Cloud (PCC). Piuttosto che creare l’ennesimo programma di sovvenzioni, PCC è stato concepito come una piattaforma dedicata al rafforzamento delle organizzazioni culturali stesse, attraverso un supporto di consulenza strategica, sviluppo organizzativo, governance, preparazione alla raccolta fondi, tutoraggio da parte di esperti, diversificazione delle fonti di reddito, solidi modelli aziendali e finanziari, partnership e accesso a reti di contatti. PCC si propone di aiutare le organizzazioni a diventare più forti, più resilienti, più sostenibili e meglio attrezzate per servire artisti e comunità nel lungo termine.
Al centro dell’approccio di PCC c’è un principio semplice: l’indipendenza artistica appartiene interamente alle organizzazioni e agli artisti stessi. PCC non influenza i contenuti artistici, la direzione creativa o l’espressione culturale. In sostanza, PCC crede che l’arte e la cultura palestinese debbano rimanere libere di raccontare le proprie storie, definire le proprie priorità e interagire con il mondo senza compromettere la propria autenticità. PCC immagina un futuro in cui la cultura palestinese possa viaggiare più lontano, raggiungere un pubblico più ampio e rimanere protetta dalla cancellazione e dall’esclusione; un futuro in cui gli artisti possano prosperare all’interno di istituzioni solide; e in cui le organizzazioni culturali siano connesse, sostenibili e capaci sia di resistere che di perdurare di fronte alle continue sfide.
Nato come programma sotto l’egida della Fondazione Ghiath e Nadia Sukhtian, il PCC è stato fondato da un gruppo di filantropi, imprenditori e sostenitori di lunga data del settore artistico e culturale. Il gruppo fondatore è composto da Muna Sukhtian (a nome della Fondazione Ghiath e Nadia Sukhtian), Maher Kaddoura, Nadia AlSaeed, Maram Fakhouri, Dalia Amasheh, Haneen Odeh, Azzam Fakherldine e Zahi Khouri. Pur provenendo da percorsi e contesti diversi, condividono la convinzione che la cultura palestinese sia una delle maggiori risorse della Palestina e che le istituzioni che la sostengono meritino la stessa attenzione, gli stessi investimenti e la stessa cura riservati alle opere artistiche che producono.
Nel 2026, il PCC ha lanciato il suo primo progetto pilota, collaborando con cinque organizzazioni che rappresentano diverse dimensioni della vita culturale palestinese: il Conservatorio Nazionale di Musica Edward Said, il Centro Culturale Yabous, l’Istituto Cinematografico Palestinese, il PalFest of Literature e Yura Visual Storytelling. Il gruppo è stato selezionato intenzionalmente per riflettere una varietà di forme d’arte, pubblico e aree geografiche. Insieme, le organizzazioni rappresentano musica, letteratura, cinema, narrazione visiva e programmazione culturale, raggiungendo migliaia di artisti, studenti, operatori culturali e pubblico a livello locale e internazionale. Oltre all’eccellenza artistica, il PCC ha dato priorità alle organizzazioni con chiare esigenze strategiche, una leadership forte, un impatto significativo sulla comunità e il potenziale per amplificare le voci culturali palestinesi a livello globale.

Ciascuna organizzazione ha intrapreso un percorso personalizzato e a proprio ritmo, che ha rispettato le sue esigenze, la sua realtà e le sue priorità, fornendo al contempo un supporto mirato laddove fosse più necessario. Sebbene il supporto offerto fosse personalizzato, la profondità del percorso dipendeva in ultima analisi dalla disponibilità, dall’impegno e dalla volontà di ciascuna organizzazione di partecipare al processo di crescita e cambiamento.
PCC ci ha aiutato a trasformare le idee in passi concreti verso una maggiore sostenibilità e indipendenza.Mohamad Badarne, fondatore di Yura Visual Storytelling
Ciascuno dei partner ha tratto un insegnamento diverso da questo percorso. Di seguito, condividiamo alcune delle loro riflessioni: Mohamad Badarne, fondatore di Yura Visual Storytelling, afferma: “PCC ci ha aiutato a trasformare le idee in azioni. Il supporto, il tutoraggio e l’accompagnamento strategico che abbiamo ricevuto ci hanno permesso di portare avanti un lavoro che sarebbe stato difficile da realizzare da soli o allo stesso ritmo, tra cui l’apertura di nuove opportunità, il rafforzamento della nostra visione sulla sostenibilità e l’esplorazione di percorsi che vanno oltre la tradizionale dipendenza dai finanziamenti. PCC ci ha anche spinto a pensare in modo diverso a nuovi pubblici, potenziali sostenitori e investitori, fornendoci al contempo una comunità impegnata ad aiutarci a trasformare le aspirazioni a lungo termine in passi concreti.”
Salma Abu Ayyash, membro fondatore del Palestine Film Institute, scrive: “In questa fase cruciale dello sviluppo istituzionale del PFI, il nostro impegno con il Palestine Cultural Cloud ci sta aiutando a rafforzare l’infrastruttura meno visibile che rende sostenibile il lavoro culturale: una chiara narrativa per la raccolta fondi, solidi quadri finanziari e di impatto, materiali pronti per i donatori e la fiducia necessaria per comunicare il nostro lavoro senza comprometterne i valori”.

A nome di Yabous, Rania Elias afferma: “Il PCC rappresenta un modello unico di azione collettiva, che riunisce individui uniti volontariamente da un autentico impegno per il rafforzamento delle istituzioni culturali palestinesi. La vera forza di questa iniziativa risiede nel suo impegno strategico per lo sviluppo istituzionale. Negli ultimi mesi, sono riusciti a creare una solida rete, ad acquisire una profonda comprensione delle esigenze istituzionali e a facilitare interventi e collaborazioni efficaci.”
Sima Khoury, direttrice esecutiva dell’Edward Said National Conservatory of Music, afferma: “Il supporto del PCC ci ha aiutato a comprendere meglio il ruolo del conservatorio all’interno del suo ecosistema più ampio e a riflettere con maggiore attenzione su come descriviamo, strutturiamo e presentiamo il nostro lavoro. Altrettanto importante, ha creato un dialogo condiviso all’interno dell’istituzione su ciò che facciamo, perché è importante e come comunichiamo il nostro impatto.”
Omar Hamilton, fondatore di PalFest, osserva: “La collaborazione con PCC ci ha aiutato a definire le nostre attività, a raccogliere dati precisi e a trovare il linguaggio migliore per comunicare la crescente portata del nostro lavoro ai potenziali partner”.

Il progetto pilota ha ribadito un insegnamento importante: la resistenza e la resilienza culturale dipendono non solo dagli artisti e dal talento creativo, ma anche dalla solidità delle istituzioni che li sostengono. Sostenere la salute a lungo termine delle organizzazioni culturali palestinesi non è separato dalla protezione della cultura palestinese, ma ne è parte integrante. Investire negli aspetti meno visibili del lavoro culturale, dalla gestione, alla strategia e alla sostenibilità, fino ai sistemi e alla leadership, è fondamentale per garantire che la creatività possa prosperare nel lungo periodo.
Guardando al futuro, il PCC mira ad approfondire la collaborazione all’interno dell’ecosistema culturale, mettendo in contatto le organizzazioni con mentori, consulenti, partner e sostenitori provenienti dalla Palestina, dal mondo arabo e dalla diaspora. Con l’avvio dei preparativi per la seconda edizione, l’obiettivo è quello di costruire una rete di organizzazioni culturali più solida e interconnessa, capace di preservare il patrimonio, ampliare le opportunità e garantire che la cultura palestinese continui a prosperare e a raggiungere il mondo.
La Fondazione Ghiath e Nadia Sukhtian (GNSF), membro fondatore e attuale ospitante del PCC, è una fondazione familiare istituita nel 2016 a testimonianza dell’impegno dei suoi fondatori nel dare un contributo alle proprie comunità. Le sue iniziative filantropiche si concentrano sulla promozione e sul finanziamento di progetti ad alto impatto nei settori dell’istruzione, delle arti, della cultura e dell’emancipazione economica, al fine di consentire alle comunità, in particolare a donne e giovani, di imparare e prosperare in Giordania e Palestina. Per ulteriori informazioni, visitare il sito web della fondazione all’indirizzo gnsf.co
traduzione a cura della redazione.

Comments are closed.