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Il freedom theater di Jenin: arte libertà resistenza

Libertà di teatro – la storia del Freedom Theatre di Jenin | Commedie  Teatrali Italiane
foto da Commedie Teatrali Italiane

Cynthia P. Schneider , Aprile 25, 2016 *

In ricordo di Juliano Mer Khamis (foto) assassinato a Jenin il 4 aprile 2011, da un uomo mascherato

“Non siamo artisti di costruzioni, ma costruttori nella società”

Queste emozionanti parole di Juliano Mer Khamis, il carismatico fondatore del Freedom Theatre (TFT) nel campo profughi di Jenin in Palestina, si stanno avverando, nonostante il suo assassinio cinque anni fa. Contro ogni previsione, il Freedom Theatre, un faro di creatività, disciplina e visione situato nel cuore del campo profughi di Jenin, ha recentemente celebrato il suo decimo anniversario. Conosciuto per i suoi fieri combattenti e il suo conservatorismo, il campo profughi di Jenin, dove vivono oltre 16.000 persone su un chilometro quadrato, è sempre più noto anche per la sua arte.

Juliano Mer Khamis tornò a Jenin durante la seconda Intifada per trovare lo Stone Theatre di sua madre (Arna’s Children racconta la sua storia) ridotto – come gran parte del campo – in macerie dai carri armati israeliani, e molti degli attori studenti di sua madre uccisi. Nel 2005 ha unito le forze con Jonatan Stanczak, attualmente amministratore delegato di TFT e Zakaria Zbeidi, un “bambino del teatro di pietra” diventata capo delle brigate di Al-Aqsa a Jenin, che in seguito ha rinunciato alla militanza per la resistenza culturale. Insieme hanno ricostruito un teatro nel campo, che è diventato The Freedom Theatre.

Mer Khamis ha esortato i suoi studenti di recitazione a condurre un’intifada culturale, avvertendo che l’occupazione della mente era più pericolosa dell’occupazione del corpo. A differenza di molti leader carismatici, Mer Khamis ha sviluppato un’istituzione, non un culto della personalità (anche se era adorato). A seguito dell’omicidio, tuttora irrisolto, di Juliano nel 2011 – gli hanno sparato seduto nella sua macchina appena fuori dal teatro, con il figlio neonato in grembo – il teatro devastato ha combattuto, testimonianza vivente del potente impatto del suo insegnamento e della sua visione.

“Quando Juliano è morto ci ha dato la forza di continuare e ci ha mostrato la forza che avevamo in noi stessi, così siamo andati avanti”

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e barba

Così mi spiega Ahmad Matahen, 24 anni, un tipico “bambino del Freedom Theatre”. Matahen è entrato a farne parte nel 2006; prima come attore, poi quando Juliano lo ha incoraggiato a scoprire e sfruttare i suoi talenti individuali, è passato alla tecnologia, all’ingegneria e alla scenografia. Ora studia scenografia a Betlemme, con il supporto di TFT, dove spera di poter alla fine lavorare. Che futuro diverso da quello che avrebbe potuto avere Matahen, se Mer Khamis non avesse indirizzato su questa strada i giovani che si erano presi gioco del teatro e che avevano espresso la rabbia e frustrazione lanciando pietre contro i carri armati israeliani. Matahen ha descritto l’atteggiamento comune a Jenin:

“Quando vai al campo e chiedi alle persone cosa vogliono, dicono che vogliono morire. Non hanno lavoro, nessuna speranza. ”

Quando gli è stato chiesto cosa gli fosse mancato di più dopo la morte di Juliano, Matahen ha risposto “abbracci”, qualcosa che nessuno oltre a Juliano gli ha dato. Da adolescente, Ahmad, come tanti suoi coetanei, ha visto i suoi amici uccisi dagli israeliani invasori / occupanti. Considerato sullo sfondo del trauma che pervade il campo, gli abbracci non sono cosa da poco. Costituiscono la base per la fiducia in se stessi e il senso di avere uno scopo che Matahen ha acquisito dal Freedom Theatre.
Abbandonata la scuola, Ameer Abu Alrob ha sfidato la sua famiglia e ha lasciato il suo villaggio per vivere e lavorare al Freedom Theatre. L’anno scorso si è recato in India con un gruppo TFT che comprendeva anche due studentesse di recitazione, per una rivoluzionaria collaborazione e tour di tre mesi tra Palestina e India, con il Janam Theatre. Ameer e metà degli altri attori studenti palestinesi non avevano mai viaggiato in precedenza fuori dalla Palestina, tanto meno preso un aereo.

Attraverso le sue esperienze Ameer non solo sta ampliando gli orizzonti della sua famiglia e del suo villaggio, ma, soprattutto, li introduce nella propria storia attraverso le produzioni del Freedom Theatre come The Siege. (Uno dei motivi per cui Ameer ha abbandonato gli studi è che la scuola non gli ha insegnato nulla sul suo ambiente e sulla sua storia).
Eseguito fino ad oggi in Palestina e Gran Bretagna, The Siege riporta in scena l’avvenimento nel 2002, durante la seconda Intifada, quando combattenti palestinesi armati insieme a circa duecento civili palestinesi sfuggirono all’assalto delle armi e dei carri armati israeliani rifugiandosi nella famosa chiesa di Betlemme della Natività. I palestinesi intrappolati – senza cibo, acqua o forniture mediche – hanno lottato per rimanere “determinati”. Dopo trentanove giorni, si sono arresi, rispondendo all’appello di una giovane madre il cui bambino era a rischio di vita perché l’assedio le impediva di portarlo in ospedale.

Questa decisione, che rifletteva la ferma convinzione dei combattenti che l’obiettivo della loro lotta fosse aiutare il popolo palestinese, è costata cara agli insorti. In un accordo mediato dall’Europa, sono stati esiliati immediatamente dopo essere usciti dalla Chiesa – alcuni in Europa e altri a Gaza – senza alcuna speranza di ritorno (anche se l’esilio europeo avrebbe dovuto durare un anno).
Nabil Al-Raee, direttore artistico del Freedom Theatre, ha spiegato di voler riprendere questo importante avvenimento per presentare il punto di vista palestinese, assente nei media. “Questa è la prima volta che parliamo di questi combattenti per la libertà e raccontiamo le loro storie”. Un anno e mezzo di ricerca, con viaggi in Europa e conversazioni skype con Gaza per intervistare gli esiliati, compresi gli amici personali di Al-Raee, sono stati inseriti in una produzione visivamente sbalorditiva e drammaticamente tesa.

“La lezione di The Siege è stata deporre le armi”, secondo uno degli attori, Faisal Abu Alhayjaa, riferendosi all’essenziale umanità dei combattenti palestinesi, che non avrebbero fatto del male a un bambino malato per il bene della loro causa.
Questo potente messaggio sembra che non sia stato colto dall’acclamato Public Theatre di New York che ha annullato la produzione prevista per questo maggio. Questa tendenza allarmante di esibizioni cancellate / censurate (a scelta) per motivi politici sarà esaminata in una conferenza alla Georgetown University questo giugno, dove parlerà Al-Raee.
Imperterrito, il Freedom Theatre e i suoi risoluti sostenitori stanno attualmente cercando altri luoghi americani per The Siege. Mentre alcuni possono vedere i palestinesi sul palco con mitragliatrici, altri, compreso nel tutto esaurito durante il recente tour britannico di The Siege, ci vedono come dice il Guardian review, “un’esperienza teatrale inaspettatamente avvincente con un’energia rudimentale efficace che proprio mentre racconta, parla per i senza voce e per i dimenticati”.

Nella polveriera che è Israele-Palestina, The Freedom Theatre sfida il suo ambiente apparentemente senza speranza e sta facendo una differenza tangibile nel campo di Jenin e oltre. Un altro figlio del teatro, un attore in The Siege e nel prossimo lungometraggio The Idol, Ahmed Al Rokh, ha descritto il cambiamento. “Ci accorgiamo della differenza nel campo. Il nostro pubblico sta crescendo perché i ragazzi che sono venuti per primi ora hanno famiglie e le portano. Adesso capiscono che il teatro funziona per noi e con noi “. Diversamente dalla situazione nel mondo sviluppato, dove l’arte è spesso considerata discrezionale, Faisal Abu Alhayjaa ha descritto l’arte e la cultura in Palestina come “essenziali come l’acqua e il pane”. Per quanto stimolante, la storia del Freedom Theatre non è unica. Il Palestinian Performing Arts Network (PPAN) comprende molti ensemble e organizzazioni che lottano per la dignità e l’agire attraverso l’arte.

Abu Alhayjaa ritiene che l’educazione e l’ autoaffermazione che derivano dal lavoro nel campo delle arti in generale, e del Freedom Theatre in particolare, siano vitali per il futuro della Palestina.
“Se ci sarà una liberazione per la Palestina, verrà con una generazione che sa quello che vuole e che sa pensare in modo critico”.
Quella generazione viene formata al Freedom Theatre.

Traduzione a cura di Alessandra Mecozzi da BROOKINGS

*Cynthia P. Schneider Former Brookings Expert; Distinguished Professor in the Practice of Diplomacy – Georgetown University

Questo pezzo è stato originariamente pubblicato da
L’Huffington Post.

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