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Palestinesi e elezioni in Israele

Nessun cambiamento si può fare senza di noi” Ayman Odeh

Editoriale di Orly Noy | +972 giornalista e scrittrice

Una delle lezioni più importanti che si possono imparare dal caos della politica israeliana, mentre ci avviciniamo alle quarte elezioni in due anni, è che è diventato impossibile ignorare la voce dei cittadini palestinesi di Israele.

Questa lezione è stata presa in considerazione da quasi l’intero spettro di tutta la politica di Israele: dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu che ha cercato di corteggiare energicamente il voto arabo, ai partiti ebraici di centro sinistra che hanno incluso candidati arabi nei primi posti delle loro liste per la Knesset. Come riassume sinteticamente Ayman Odeh: ” Noi, cittadini palestinesi, non possiamo produrre da soli i cambiamenti necessari, ma il cambiamento non si può fare senza di noi.”

Mentre l’appello della destra agli elettori arabi è poco più di una cinica strumentalizzazione, il centro sinistra ebraico cerca di attribuire una dimensione ideologica al concetto di “collaborazione arabo-ebraica”. Questo va al di là della sola sfera parlamentare, con sempre più numerose organizzazioni della società civile che si fanno avanti, negli ultimi anni, per sostenere questo tipo di alleanza.

Tutti questi attori – dentro o fuori il gioco parlamentare- affrontano una sfilza di ostacoli e di sfide. La prima, naturalmente, è che la maggioranza della società ebraica di Israele si colloca nella profonda destra e continua a muoversi sempre più in là in quella direzione.

Questo fatto è legato inestricabilmente alla supremazioa ebraica, con tutti i privilegi politici, economici e culturali che offre agli ebrei israeliani. Ma è anche una testimonianza del fallimento di lunga data della sinistra israeliana di reclutare al suo fianco i gruppi ebraici marginalizzati – compresi i Sefarditi (gli ebrei provenienti dai paesi musulmani e arabi) che fin dagli anni 50 sono trattati con arrogante disprezzo dalla classe medio alta e dalla sinistra a maggioranza askenazita.

Un altro ostacolo è nell’implicita simmetria della parola “partnership”(collaborazione). Come si può anche solo parlare della possibilità di collaborazione quando le due parti non solo operano in realtà drasticamente squilibrate, ma la stessa identità di una delle due è aggredita in modo persecutorio dall’altra?

Un terzo ostacolo, forse il più significativo, è la questione del Sionismo. A parte la esiguità del campo della sinistra radicale, la sinistra ebraica israeliana dominante rimane un campo profondamente sionista, e ogni singolo partito ebraico della Knesset si identifica esplicitamente come sionista.

Questa non è una faccenda nè simbolica nè semantica. Meretz, il partito ebraico più a sinistra nella Knesset, ha sbandierato il fatto di avere due arabi nei primi cinque posti della lista. Tuttavia, Meretz è ancora membro delle istituzioni del Jewish National Fund, una organizzazione che intende sradicare le comunità palestinesi per “ebraicizzare” la terra tra il fiume e il mare.

Qual’è quindi il significato di una parnership che rafforza la supremazia ebraica a spese della popolazione nativa? Anche se è difficile rispondere, una cosa è certa: una vera partnership richiede che gli ebrei israeliani rinuncino ai loro privilegi etnici e permettano ai palestinesi di dirigere e ridefinire la lotta per l’uguaglianza e la giustizia sociale.

Sfortunatamente, la maggioranza degli Israeliani di sinistra non sono ancora disposti a fare questo passo. Per questo dovremmo essere lì per spingerli verso questo.

Orly Noy è redattrice di Local Call, attivista politica di poesia e prosa farsi. Fa parte dell’esecutivo di B’Tselem’s ed è attiva nel partito Balad. Nei suoi articoli si occupa delle linee che si intersecano nella sua identità come Mizrahi, donna di sinistra, migrante temporanea dento una immigrata permanente, e del continuo dialogo tra di loro.

Traduzione a cura di Gabriella Rossetti

PalestinaCeL

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