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Israele: la sinistra ebrea riconosce che qui c’è apartheid

di Meron Rapoport da +972 Magazine nella foto Ebrei israeliani e Palestinesi manifestano in Rabin Square contro il piano di annessione. Tel Aviv, June 6, 2020. (Oren Ziv)

Il momento in cui Israele è riconosciuto come regime di apartheid, non c’è altra opzione morale se non quella di combatterlo, Sembra che adesso in Israele la sinistra sia pronta a lottare.

La destra israeliana è preoccupata. Sin dalla manifestazione di massa di sabato sera contro i piani del governo israeliano di annettere vaste aree della Cisgiordania, la destra ha espresso preoccupazione per la sorte dei suoi rivali nel campo di sinistra.

In seguito alla protesta, il noto giornalista di destra Amit Segal ha pubblicato un articolo in cui affermava che se ci fosse l’annessione, non sarebbe dovuto al presidente Trump o al primo ministro Netanyahu, ma piuttosto perché i manifestanti di sabato hanno sventolato bandiere palestinesi in piazza Rabin. Rabin, scrisse Segal, si sarebbe vergognato profondamente di uno spettacolo del genere.

L’ex membro della Knesset Rachel Azaria, che ha votato a favore della legge sullo Stato nazione ebraico, ha scritto su Facebook l’ammonimento che “le bandiere palestinesi in una protesta contro l’annessione sono la cosa peggiore che possa accadere a questa lotta”.

Ci si domanda quali bandiere Segel e Azaria pensavano che le centinaia di palestinesi avrebbero agitato per protesta. È possibile che questa finta collera sulle bandiere nasconda in realtà una preoccupazione più profonda che è emersa tra la destra negli ultimi anni: mentre la sinistra ebraica sta certamente diminuendo di numero, quelli che rimangono vedono un’alleanza con i cittadini palestinesi come un principio fondamentale .

Per le persone ebree di sinistra che hanno protestato in piazza Rabin, un’alleanza con i palestinesi non è più vista come pittoresca o esotica, ma piuttosto una condizione preliminare per chiamarsi “sinistra”. Si rende conto che senza i palestinesi non c’è sinistra. È semplice.

Questo potrebbe benissimo essere un motivo per il diritto a preoccuparsi. La sinistra sionista della vecchia scuola, che storicamente ha fatto ogni sforzo per enfatizzare il suo impegno per il sionismo e il suo pedigree militare, è per lo più scomparsa. Al suo posto, sta crescendo un diverso tipo di sinistra – una che si sente molto più vicina ai politici palestinesi come Ayman Odeh, Aida Touma-Sliman, Mtanes Shehadeh e Heba Yazbak rispetto a quelli come Rachel Azaria, Amit Segal e Benny Gantz.

Quelli di destra e i centristi possono essere arrabbiati. Possono mettere in guardia la sinistra dal provocare la propria fine, ma questa situazione non cambierà. Al contrario, è solo probabile che ci sia una accelerazione.

Il capo della Joint List, Ayman Odeh, parla durante una protesta contro il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, Tel Aviv, 19 aprile 2020. (Tomer Neuberg / Flash90)

Non voglio minimizzare gli enormi divari tra la sinistra ebraica e i cittadini palestinesi di Israele. I due gruppi sono ancora lontani dal parlare la stessa lingua e formulare un unico obiettivo politico. Molti palestinesi hanno criticato Odeh per il suo discorso preregistrato sabato, in cui ha affermato che la protesta segna 53 anni – anziché 72 anni (la fondazione dello Stato di Israele) – dall’inizio dell’occupazione. Questo tipo di linguaggio è ancora estraneo a molti manifestanti ebrei israeliani.

Nel frattempo, i manifestanti palestinesi non hanno apprezzato il fatto che un piccolo numero di manifestanti ebrei portasse con sé bandiere israeliane. Per i motivi di riuscita della dimostrazione, tuttavia, tali differenze sono state messe da parte.

Ma un altro aspetto della protesta dovrebbe preoccupare la destra molto più di qualsiasi bandiera palestinese: la facilità con cui la sinistra ebraica sta abbandonando il termine “occupazione” e adottando il termine “apartheid” per descrivere la realtà sul terreno in Israele -Palestina.

Fino a non molto tempo fa, in genere la sinistra ebraica dava una delle due risposte al tentativo di usare il termine. La prima era quella di negare il confronto, sostenendo che non esiste alcuna equivalenza tra il precedente regime del Sudafrica e il regime di Israele nei territori occupati. La seconda risposta era quella di trasformare l’apartheid in una sorta di minaccia futura. E questo per dire che attualmente non c’è apartheid, ma siamo sulla buona strada se Israele non cambierà rotta.

Gli oratori di sabato sera, inclusi Nitzan Horowitz deputato Meretz e Tamar Zandberg, hanno usato quel termine. E’ sembrato che solo il deputato laburista Merav Michaeli si astenesse dal pronunciarlo.

Questo cambiamento è significativa per due principali motivi. Il primo è morale e legale: un’occupazione può essere temporanea e persino riconosciuta dal diritto internazionale. Non è una situazione ottimale, tanto più se tale situazione è stata sfruttata per 53 anni, ma non è né moralmente né legalmente inaccettabile.

Il presidente di Meretz, Nitzan Horowitz, parla durante una manifestazione a Tel Aviv contro i piani di annessione del governo israeliano, 6 giugno 2020. (Oren Ziv)

L’apartheid, d’altra parte, è una chiara ingiustizia morale, anche ai sensi del diritto internazionale, che la considera un crimine contro l’umanità. Nel momento in cui Israele è considerato un regime di apartheid, non c’è altra scelta morale se non quella di combatterlo. Questa definizione è un rintocco funebre per l’illusione che sia possibile creare un consenso ebraico-sionista in Israele.

La seconda e non meno importante ragione è che l’occupazione può essere conclusa con il ritiro israeliano dai territori occupati. Questa è stata la posizione della sinistra sionista per oltre 40 anni. Ed è quella che ritiene che nel momento in cui l’occupazione finirà, lo Stato di Israele riacquisterà la sua legittimità. Ma l’apartheid può essere risolto solo realizzando l’uguaglianza – attraverso la fine della supremazia di un gruppo sugli altri. Nel caso di Israele, ciò significherebbe la fine della supremazia ebraica.

In altre parole, il momento in cui il regime israeliano è definito come un regime di apartheid, la fine di quel regime richiede un cambiamento strutturale della sua stessa struttura. Ciò andrà oltre il ritiro delle truppe israeliane e l’evacuazione degli insediamenti dalla Cisgiordania. Questa è un’opzione che la destra non ha mai preso considerazione – ed è giunto il momento di conoscerla.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su Local Call

Meron Rapoport è redattore di Local Call.

Traduzione Alessandra Mecozzi da https://www.972mag.com/israel-jewish-left-apartheid/.

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